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Africa Today, quarantasette artisti provenienti da più di venti Stati africani

Da Chéri Samba a Cheff Mwai, l’arte africana contemporanea tra grandi e emergenti

a cura di Redazione, il 09/11/2007

Tra i molti autori presenti all’esposizione “AFRICA TODAY. The Dark Side of the Art. Reportage sull’Arte Contemporanea Africana” in programma a Roma, da citare Cheff Mwai (Kenya), che ha militato nei Mau Mau per la lotta di indipendenza del suo paese dal colonialismo inglese, con i suoi bassorilievi policromi in legno, degli anni Cinquanta, inneggianti alla resistenza tra i quali spicca il celebre ritratto del partigiano Jomo Kenyatta, poi Presidente della Repubblica del Kenya esposto alla National Gallery di Nairobi.

George Lilanga (Tanzania), le cui pitture su tela o faesite così come le sculture Makonde di ebano dipinto sono divenute cult per i collezionisti di arte contemporanea di tutto il mondo, raggiungendo da Sotheby’s valutazioni record.

I mercati e i progetti tessili dipinti da Malikita (Tanzania), la natura vetrificata di Msagula (Tanzania) celebre artista della Scuola Tingatinga che con un rarissimo olio su tavola di Edward Saidi Tingatinga (Tanzania), capostipite dell’omonima scuola, rappresentano il meglio del naïf d’Africa.

Gli oli su carta telata e le sculture di P. Wanjau (Kenya), rappresentativi delle usanze tribal-sociali ancora in uso nei villaggi, vere e proprie denunce contro la morte per fame, la condanna a morte per infedeltà e l’infibulazione femminile.

Le grandi istallazioni in legno policromo e traforato di Salim (Kenya), provenienti dal Tobu Museum of Art di Tokyo, che descrivono i riti del passaggio dalla pubertà all’età adulta dei giovani kenioti.

Gli assemblaggi optical di tappi di bottiglie di soda, veri e propri recuperi dal rubbish della raffinata, quanto rarefatta Margareth Majo (Zimbabwe) tra le opere della quale vengono presentati i capolavori per qualità e rarità, provenienti dalla collezione privata dell’artista.

Bellissime le tavole di Souley (Senegal), vere e proprie figlie delle insegne pubblicitarie da cui ha preso spunto tutta la Pop Art Africana.
Tita Mbaye (Senegal), massimo rappresentante dell’Africa dell’ovest con le sue opere ricomposte con materiale proveniente dalle discariche delle grandi periferie urbane.

I capolavori di Charinda (Tanzania), con i grandi spiriti shetani, ritratti durante le loro mutazioni zoo-antropomorfe; così come le teste di animali che troneggiano sui corpi umani intenti a danze esoteriche, dipinti dallo scomparso Peter Martin (Tanzania), descrivono gli avanposti contemporanei delle antiche civiltà makonde.

Benard Asante (Ghana) dei principi Ashanti, collocabile nel neo-graffitismo che dipinge la fauna africana cancellandone successivamente il tratto per proteggerne l’animale dall’influsso degli spiriti negativi, dunque dall’estinzione, così come ha imparato dagli avi che ancora regnano sulle tribù del nord delle suo paese e le cui donne feriscono il volto dei propri figli perché le cicatrici tengano lontana la morte.

Rare opere storiche del maestro Almighty God (Ghana), che ama definirsi “Guaritore di Dio”, dopo la sua conversione dall’islamismo alla religione cattolica, universalmente considerato uno dei più importanti artisti d’Africa, celebri i suoi ritratti di Presidenti e di Re dell Tribù.

Il grande stato del Congo diviso in Repubblica Popolare, con capitale Brazzaville, da cui proviene Djess (Rep. Pop. Congo) che nel suo astrattismo figurativo descrive il folle espandersi delle metropoli africane attraverso significati estratti dalle schematizzazioni delle maschere tribali della cultura Mbuia e delle tribù dei Fang, mentre dall’altra parte del Congo e cioè dalla Repubblica Democratica con capitale Kinshasa, proviene il giovane Lukawu (Rep. Dem. Congo), con le sue celebri mani protese che danno l’Alt all’Aids e allo sterminio della fauna selvatica.

I piccoli quadri con i simboli della magia voudoo di Atikossie (Togo) e i grandi quadri uniti a una intera selva di totem del celebre Legesse (Etiopia) che divide il suo lavoro e la sua vita tra Berlino e Adis Abeba descrivendo attraverso gli stilemi della scrittura copta gli spiriti della foresta, viventi anche in ogni organismo vegetale.

Le maschere totem-Guelédé di legno dipinto di Lokossou (Benin) che dalla Biennale di Dakar testimoniano il bisogno di origini che i giovani africani mostrano anche nella più recente produzione artistica.

Le grandi tele-patchwork, arricchite di paillettes e da cauri ed ispirate anch’esse ai Revenants (gli zombie della cultura voudoo) che adornano i saloni espositivi dell’UNESCO di Parigi di Pédé (Benin).

Le delicate pitture su vetro di Moudou (Senegal), mistico – tradizionali, di ispirazione islamica proveniente, attraverso il Corno d’Africa, dall’Oceano Indiano e ancora prima dalla Persia sassanide.

Le magnifiche tele e le opere in perle di vetro di Esther Mahlangu (Sud Africa), le cui pitture murali originarie della cultura ndebele si possono oggi ammirare grazie alle tecniche del distacco di intonaco.

Altri totem in legno dipinto, alcune volte a forma di scudo, di Solomon Uwuenwa (Nigeria) che ripropongono in chiave contemporanea gli stilemi tribali degli Yoruba, dei Mama, dei Mumuye e dei Chamba, tribù che costituiscono la memoria etnica della sua Terra e che, nonostante la sua giovane età sono collezionate in celebri raccolte occidentali.

Sempre dalla Nigeria le opere di Mandy’s Meninwa (Nigeria), su tavola, ad acrilico e sabbie del fiume Niger che descrivono un mondo ascrivibile al nuovo graffitismo.

Alcune opere del naïf Mzuguno (Tanzania) della scuola Tingatinga convivono nella mostra con alcuni capolavori degli anni Sessanta del principe nigeriano Twins Seven Seven (Nigeria) e con le più grandi e interessanti tele di Cyprien Tokoudagba (Benin), ormai presenti nelle collezioni museali di tutto il mondo.

Le primordiali sculture in terracotta di Seni Awa Camara (Senegal), i bassorilievi delle banconote su legno di Jean-Baptiste Ngnetchopa (Camerun), le sculture dalle quali spuntano spine di istrice africana di John Goba (Sierra Leone) e le opere dell’artista J. Saloua (Tunisia) su tela o i suoi grandi totem di legno e terra cotta, coperti di calligrafia islamica che suggeriscono un’Africa che si affaccia sul Mediterraneo.

La mostra presenta inoltre il celeberrimo Chéri Samba (Rep. Dem. Congo), l’artista Pop ormai in tutte le principali collezioni pubbliche occidentali e asiatiche e il già scomparso Moké (Rep. Dem. Congo), considerato il padre della pittura popolare africana.

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