S » Schifano, Mario

Schifano, Mario

a cura di Redazione, il 07/11/2007

Mario Schifano nasce in Libia (Homs) nel 1934. Arrivato a Roma a seguito della famiglia nel dopoguerra, senza una forte vocazione all’istruzione scolastica, lavora restaurando vasi -apprendendo il mestiere dal padre archeologo restauratore- e disegnando planimetrie di tombe per il Museo Etrusco di Valle Giulia. Attività che soppianta però con l’incalzare della sua propensione al dipingere che si manifesta al pubblico per la prima volta con l’esposizione della personale alla Galleria Appia Antica a Roma nel 1959, con lavori circoscrivibili nella cultura informale caratterizzati da sgocciolature, gestualità, spessore materico.

Con la mostra collettiva del 1960 alla Salita: Cinque pittori romani Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini l’artista inaugura una fervida stagione che durerà più di un decennio in cui sarà alla ribalta della critica, con riconoscimento di premi tra i quali il Premio Lissone (Lissone, 1961) e il Premio Fiorino, La nuova Figurazione (Firenze, 1963).

La sua pittura si dirige al monocromo espresso su carte incollate su tela e ricoperte appunto di un solo colore molto tattile. L’opera viene trattata come schermo sul quale compariranno lettere, segni, nuove immagini prodotte artificialmente dalla civiltà industriale.

Personali e partecipazioni a collettive in spazi privati e pubblici e in manifestazioni in Italia (Roma, La Tartaruga, 1961; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 1966 e L’attico, 1967; Milano, L’Ariete, 1963 e Studio Marconi, 1965; Venezia, XXXII Biennale, 1964; San Marino, V Biennale, Oltre l’Informale, 1963 e VI Biennale, 1965; ) e all’estero (New York, Sidney Janis Gallery, The New Realists, 1962; Parigi, Sonnabend, 1963; Pittsburgh, Carnegie Institute, 1964; Biennale, San Paolo del Brasile, 1965; Tokyo, National Museum of Modern Art, 1967) evidenziano l’attività intensa dell’artista che caratterizza questo decennio in cui si annovera anche un’importante ripetuto viaggio in America (1962 e fine ’63 inizio ’64) dove viene a contatto con la Pop Art, con l’opera di Kline, Dine, rimanendone affascinato.

Lavorando Schifano per fasi tematiche, questi sono gli anni dei paesaggi anemici, tele in cui il dato naturale viene ancora descritto attraverso la derivazione di una precedente immagine riprodotta (e non di un’esperienza vissuta direttamente), richiamata tramite allusioni, segni particolari o dei frammenti.
Di lì, alla volta per una serie di famosi pezzi dedicati al Futurismo dove l’immagine viene sempre ripresa dai mass-media (la fotografia del gruppo futurista a Parigi) con le figure semplici sagome come evocate dalla memoria sotto pannelli colorati di perspex.

In Schifano l’attenzione alla tecnologia e alla riproduzione di immagini, la dimensione contemplativa verso la città, la musica, la pubblicità, la fotografia, si unisce al cinema con le sue sperimentazioni cinematografiche già nella prima metà degli anni Sessanta, con alcuni cortometraggi, un lungometraggio (Anna Carini vista in agosto dalle Farfalle, Studio Marconi, 1967) ed una trilogia di film, Satellite, Umano non umano, Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani.

Schifano ancora una volta col suo linguaggio tra il fotografico e il televisivo si rileva il grande artista europeo, italiano, moderno calato nel suo tempo, con un forte “senso di contemporaneità” (che anche si evince per la scelta di materiali di produzione industriale, i colori a smalto, le vernici alla nitro).

I primi anni Settanta si aprono con la serie di tele emulsionate dove immagini televisive vengono estrapolate e ivi riportate e sottoposte a interventi di colore alla nitro da assurgere ad altro valore, non più effimero. Immagini della sua Musa ausiliaria (la televisione) con interventi pittorici e fotografie ritoccate a mano saranno successivamente omaggiate protagoniste di una mostra itinerante in Brasile (Fundacao Memorial da America Latina, 1996), a Buenos Aires (Museo Nacional de Bellas Artes, 1997), all’Avana (Fondazione Wilfredo Lam, 1998) e a Città del Messico (Museo de Arte Carillo Gil, 1998).

Riguardo l’impegno delle presenze in personali e collettive soprattutto in Italia (Roma, Studio Soligo, 1970, Palazzo delle Esposizioni, X Quadriennale; Parcheggio di Villa Borghese, Contemporanea, 1973, curata da Achille Bonito Oliva; Parma, La Steccata, 1973 e Università degli Studi, 1974; Napoli, Lia Rumma, 1973; Bologna, Galleria Nazionale di Arte Moderna, 1976; Venezia, XXXVIII Biennale, 1978; Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 1979) prosegue -seppur meno proficuo, proprio per quelle crisi esistenziali di cui l’artista è preda dalla fine degli anni Sessanta da pensare quasi di ritirarsi dalla pratica del dipingere- fino a siglare i due decenni a venire.

Dopo questi anni di tormento, in cui Schifano si propone con opere che oltre a ripensare i grandi artisti delle avanguardie storiche, da Magritte a de Chirico, Boccioni, Picabia, Cézanne, riproducono la sua stessa produzione (quella degli anni Sessanta), l’artista quasi al volgere del nuovo decennio ritorna in maniera operativa agli strumenti propri della pittura(piena di gestualità) e del disegno. L’unica materia è il colore -il piacere cromatico- sulla superficie bidimensionale del quadro.

L’attenzione della critica -si citino Marizio Calvesi, Germano Celant- fa sì che la presenza in importanti esposizioni non solo in patria (Roma, Palazzo delle Esposizioni, Arte e Critica, 1980; Venezia, XL Biennale, 1982 e XLI, 1984; Ferrara, Padiglione d’Arte Contemporanea, 1989; Milano, Palazzo della Triennale, 1995; Verona, Palazzo Forti, 1997) ma di nuovo anche, e soprattutto negli anni Novanta, all’estero (Parigi, Centre Pompidou, Identité italienne, 1981; San Francisco, Museo Italo Americano, 1985; Oporto, Museo di Arte Contemporanea, 1986; Francoforte, Kunstverein, 1987; Londra, Royal Academy, 1989; Bruxelles, Palais des Beaux Arts, 1989; New York, Solomon Guggenheim, 1994; Beijing, International Exhibition Center, 1997) sia fervida.

Tra queste esposizioni, per l’attenzione al mondo preistorico, al fenomeno naturalistico -sempre riprodotto filtrato dalla memoria- che caratterizza l’attuale ricerca di Schifano, si evidenziano quelle a Venezia (Palazzo delle Prigioni Vecchie, Naturale sconosciuto, 1984), Aosta (Tour Fromage, 1988), Parigi (Galerie Maeght, 1988), Saint Priest (Centre d’Art Contemporain, 1992).
Nel 1997 viene insignito del Premio San Giorgio di Donatello per le vetrate policrome della cripta di Santa Croce a Firenze, per il settimo centenario della costruzione.

Due anni dopo Venezia alla Biennale rende Omaggio a Schifano, morto nel 1998 a Roma.

stampa pagina stampa solo testo Segnala l'articolo Ascolta con webReader