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Renato Guttuso. Lo studio dell'Artista, 1963, olio su tela, 100 x 130 cm

Rosso Guttuso. Opere1934-1984

Fino al 5 novembre 2017 alla Fondazione La Verde La Malfa–Parco dell’Arte la mostra dedicata al grande pittore neorealista

a cura di Redazione, il 23/08/2017

È ancora in corso la mostra dedicata al grande maestro siciliano Renato Guttuso, inaugurata in occasione del nono anniversario di nascita della Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte di Catania (S.G.La Punta), istituzione attiva nella valorizzazione dei quattro fondi patrimoniali di cui dispone (il parco; la sezione di opere d’arte moderna e contemporanea; la collezione di abiti d’epoca e di libri antichi) e nella promozione artistica attraverso l’organizzazione di attività ed eventi culturali.

Un percorso espositivo cronologico e tematico.

La mostra, pensata insieme alla Galleria De Bonis di Reggio Emilia che da molti anni si occupa della divulgazione delle ricerche e delle opere degli artisti del novecento italiano e in particolare delle opere di Renato Guttuso, sarà in permanenza negli spazi della Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte fino al 5 novembre 2017. Rosso Guttuso presenta una selezione di lavori del pittore neorealista nato a Bagheria nel 1911 e morto a Roma nel 1987, tracciando un duplice percorso che è, allo stesso tempo, cronologico e tematico. In mostra, infatti, saranno esposte opere che vanno dal 1934 fino al 1984. Il testo critico è di Giorgio Agnisola.

Il Rosso nelle opere di Guttuso

Il rosso così com’è declinato all’interno delle opere di Renato Guttuso diventa sinonimo di sofferenza, passione, pietà, violenza, lotta, speranza, in altre parole, simbolo di vita attiva e partecipata, di vita sentita e vissuta, di vita umana ed in quanto tale debole e forte, buona e cattiva, reale e sognata. Gli olii su tela che ritraggono figure umane in interni domestici (un suo topos stilistico), nature morte, processioni di martiri e un carrettiere a riposo, dialogano con le chine su carta in cui quelli che appaiono abbozzi e appunti presentano già la consistenza del lavoro finito. Ad esempio, gli “studi per la crocefissione” presenti in mostra, sebbene siano solo una parte del lavoro completo, hanno in se stessi una forza e una personalità che pochi artisti, come Guttuso, sono in grado di creare con il solo gesto della propria mano.“Dentro ma anche al di là del segno - scrive Giorgio Agnisola - il colore rosso riflette un condizione d’anima, una passione immanente e trascesa, che apre al pulsare sanguigno dello sguardo, ma anche al vibrare sotteso della memoria, alla dolcezza e al sogno della vita trasfigurata dagli ideali”. Rosso Guttuso sarà visitabile su prenotazione da giugno a novembre, attraverso dei percorsi in visita guidata e dei laboratori didattici creati ad hoc per la mostra e suddivisi per tipologia di pubblico e di interessi, volti ad avvicinare sempre di più il grande pubblico al linguaggio dell’arte moderna e contemporanea, coerentemente con la mission dell’istituzione presieduta da Alfredo La Malfa.

Renato Guttuso. Marta, Renato e Rocco, 197, china su carta, 73,7 x 51 cm

Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte

La Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte nasce ufficialmente nel 2008 per forte volontà di Elena La Verde, artista e appassionata d’arte. L’intero sito, costituito da un ettaro di parco naturale e da una grande villa divisa in diversi piani, fu costruito dall’Ingegnere Enzo La Malfa, marito della fondatrice, agli inizi degli anni ‘70, come abitazione per la propria famiglia. Fu a partire dal 2000, reduce da una prolifera produzione artistica, che Elena La Verde, realizzando una serie di istallazioni per il parco, sentì l’esigenza di trasformare il proprio luogo di abitazione in un luogo di cultura, dove conservare e tutelare per sempre le proprie opere. Con il passare degli anni la nascente fondazione si dotò di una prestigiosa collezione di arte contemporanea, di una raccolta di abiti e intimo d’epoca di fine ‘700 e fine ‘800 e di un fondo documentario e librario con esemplari che risalgono anche alla seconda metà del ‘500. Nonostante vari e continui impedimenti e numerose difficoltà, dopo la morte del marito nel 2005, Elena La Verde continua il suo sogno inaugurando la Fondazione, che nel 2010 viene riconosciuta dalla Regione Siciliana quale persona giuridica privata senza scopo di lucro. Nel Maggio 2012 Elena La Verde viene a mancare, lasciando una grandissima produzione artistica e letteraria. La presidenza della Fondazione viene presa dal figlio, Alfredo La Malfa, che decide di continuarne la mission. È nel 2013 che difatti inaugura la sala espositiva “Elena La Verde”, oggi sede di numerose mostre e concerti. Successivamente nel 2014 aprirà al pubblico in maniera permanente due stanze d’arte dedicate ai temi della “Memoria” e della “Pace”. Ancora oggi la Fondazione La Verde La Malfa continua il suo sviluppo e persegue, secondo il proprio statuto, le sue finalità di promozione e realizzazione di iniziative di studio e di ricerca nell’area delle arti visive, letterarie, dello spettacolo e quant’altro possa consentire la tutela del patrimonio artistico del territorio, sancendo un proprio ruolo culturale in ambito nazionale e internazionale. Il percorso museale della Fondazione La Verde-La Malfa inizia non appena si oltrepassa il cancello principale, andando incontro all’immenso e suggestivo Parco dell’Arte. Considerato un vero e proprio “museo all’aperto”, il Parco ospita, tra la rigogliosa vegetazione, una serie di sculture e installazioni d’arte contemporanea. Il Parco è anche sede di vari eventi come spettacoli teatrali, concerti, performance artistiche, percorsi didattici e tutte quelle manifestazioni che tendono a promuovere la cultura in vari aspetti.

Testo critico di Giorgio Agnisola

Esiste un “rosso Guttuso”? È possibile. Il colore pervade l’opera del maestro, variabile e persistente; soprattutto lo scarlatto, il cinabro, il cadmio, il porpora, l’amaranto. Potrebbe dirsi una dominante psicologica, un esercizio dello spirito infiammato e ribelle. Il rosso come nell’arte di altri maestri più o meno contemporanei, da Scipione ad Aligi Sassu, ma che in Guttuso acquista un valore simbolico e trae origine innanzitutto dalla memoria, quella dei carretti di Emilio Murdolo, ad esempio, presso cui ancora bambino l’artista compì i primi passi nell’immaginario artistico. Il rosso è il colore dominante dei dipinti del maestro negli anni della formazione, ancora di impronta espressionista: un rosso che permea come temperie lo spazio, che riflette un clima interiore, talora morbido e persino delicato, come in Congedo, olio su tavola del 1934, presente nella bella mostra catanese, presso la Fondazione La Verde La Malfa, più spesso segnato da un riverbero di toni cupi, sanguigni, aperti al dramma, come in Fucilazione in campagna, opera del 1938, e in Fuga dall’Etna, del ‘38-‘39, dove il colore è elemento unificante: amalgama il dinamismo dei corpi e coniuga le diverse scene, riflettendo un epico sentimento di disperazione.

Renato Guttuso. Natura morta, 1973, olio su tela, 80 x 100 cm

Il rosso è il colore della passione. In Mimise, opera del 1940, la blouse e il cappellino della donna sono di un rosso vivo e sgargiante, esuberante, passionale. Così in parte è nell’opera La madre, precedente, del 1937, presente in mostra. Dove però il colore sottolinea una tensione più intimistica, una memoria ripiegata su se stessa. Nel dipinto, appena fauve e appena neocubista, lo spazio si dispiega per gradi nelle forme squadrate delle case, puntando in lontananza al cielo azzurro e mediterraneo. La porta d’ingresso, di fianco alla donna, è prospettico sipario, determina nello spartito dell’opera un qui ed un altrove, segna, insomma, la distanza. In alto, in primo piano, è una lampada, simbolo della casa. La donna è pensosa, dolce e solenne, il braccio sinistro poggiato al mento. È il rosso a “spiegare” l’opera, a dare tono al pensiero della donna, tingendo la sua fronte, oltre il verdeazzurro dei suoi occhi abbassati, evocando forse il figlio lontano. Il rosso è il colore della tragedia. Nella famosa cartella Gott mit Uns, una delle testimonianze artistiche più angoscianti dell’occupazione nazista, realizzata allorché Guttuso fu riferimento nel suo studio romano del gruppo partigiano della capitale, il contrasto drammatico dei disegni è rappresentato proprio dalla contrapposizione tra il nero dell’inchiostro e il rosso del sangue in terra, versato dagli uomini barbaramente trucidati.

Nella celebre Crocifissione del 1940-’41, il rosso è innanzitutto spazio intermedio, col bruno, col blu: contribuisce, amalgamato, a creare la trama visiva, postcubista, postimpressionista dell’opera. Il rosso ha un duplice spartito, quello del ladrone cattivo e quello del mantello di Cristo, poggiato quest’ultimo sul dorso di un cavallo picassiano. Il ladrone è visto di spalle, il male non ha volto. Il suo capo contrasta quello del Cristo, quasi lo fronteggia, emblematicamente. Simbolica è la nudità dei corpi offerti al sacrificio. Il dipinto fu contestato, per il suo contenuto ideologico e per l’arditezza della rappresentazione (Maria è nuda davanti alla croce). Eppure, un senso religioso animava a monte la rappresentazione, come è leggibile nei due studi in mostra, entrambi databili 1940, un prospettico gruppo di cavalli e cavalieri e una prova di compianto. Negli anni dell’“equilibrato postcubismo” il rosso, frequentemente, si fa segno. Definisce i contorni del carro nell’opera Carrettiere, del 1946, anch’essa in mostra. Ed è segno rapido, dominante sul piano cromatico. L’uomo riverso sul suo carretto dorme. Il carretto è la sua casa. Campeggia su di uno sfondo di vegetazione e sottolinea il tutt’uno della scena: l’uomo, il carretto, la vita contadina. Su fondo rosso l’artista si ritrae in un noto Autoritratto del 1950. Sono i vari peccati della violenza nella splendida opera Martiri, del 1954: dalla sedia elettrica alla decapitazione. La croce di Cristo è al centro, emblema di tutte le croci. L’opera è di grandi dimensioni, raggiunge i tre metri di lunghezza. Ed è terribile nella sua esibizione da macelleria fisica e psicologica. Il Cristo, al centro, ha il capo ripiegato in avanti, come sconfitto. A lui dintorno gli esempi variegati del martirio. Com’è frequente nell’opera di Guttuso non mancano citazioni di quadri celebri: forse, una fucilazione di Goya, forse, La morte di Marat, frammenti di Guernica. In un clima sulfureo Guttuso rappresenta il teatro del male, del male come ingiustizia, negazione della libertà. Ed è il rosso, appunto, nella dicotomia con il nero dell’inchiostro, a sottolineare con i suoi bagliori sinistri l’orrore della tragedia.

Renato Guttuso. Tetti, 1961, china acquerellata su cartone, 34 x 50 cm

In Guttuso il disegno è fondamentale. Non esiste opera che non fondi su di uno sviluppo lineare, sia esso di colore o di punta d’inchiostro. Il disegno come trama, come veduta d’insieme, come costruzione dello spazio. Un disegno calibrato, come testimonia la china e acquerello Tetti di Roma, via Leonina, del 1961, anch’essa esposta. La scenografia dei tetti è rappresentata con uno sguardo esemplare, attentissimo al multiplo gioco dei pieni e dei vuoti. Nel disordine de Lo studio dell’artista, del 1963, è ancora il colore rosso a essere elemento unificante: è trama, sfondo, riempimento, prospettiva. Il marcato realismo degli ultimi anni vide la comparsa sempre più insistente di contesti erotici come in Marta, Renato e Rocco, china su carta del 1971, in mostra. Un drappo rosso in una Natura morta del 1973 costituisce una prospettiva metaforica, nel disporsi casuale degli oggetti: carte, un coltello, una sega, tazza e bicchieri, una macchinetta da caffè e infine un telefono, col filo aggrovigliato che fa sul piano da lineare collegamento. Il rosso dei vessilli è simbolo ideale nel famoso dipinto La morte di Togliatti. Le bandiere nella loro moltiplicata esibizione sono trama evocativa. Cui fa da contrappunto la citazione dei volti conosciuti del mondo comunista. Tra di essi l’autore ritrae se stesso, due volte, come in un diario. Fu, com’è noto, la Vucciria, del 1974, opera che si riferiva al celebre mercato palermitano, uno dei più noti dipinti del maestro. Vi si rappresenta con una prospettiva verticale, tesa a ribaltare sullo spettatore, con un esacerbato realismo, la vista dell’incredibile varietà di prodotti esibiti per la vendita. Nella scena non c’è la consueta festosità delle fiere, i volti delle persone sono cupi, chiusi, contratti. C’è solo la frastornata, ridondante esibizione delle merci e campeggia in primo piano sulla destra un bue squartato. In mostra è uno splendido Studio per Vucciria, del 1974, con ortaggi di vario colore. A tre anni dalla morte, nel 1983, Guttuso dipinse un emblematico olio su tela, senza titolo, anch’esso presente in mostra. È un camino in cui brilla la fiamma. Di fronte a esso, una sedia vuota. Ricorda stranamente la Partenza per l’eternità di Van Gogh, ma qui non c’è figura. Anzi, di lato, è l’allegra macchinetta del caffè. Sulla mensola emblematicamente un uovo, forse il simbolo della vita; lo affianca un quaderno, un libro, un diario chissà: naturalmente rosso.

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