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Agostino Bergamaschi. I segreti più sottili dell'orizzonte II, 2017, ferro nichelato e vetro, 5x480x20 cm. ©bg

Agostino Bergamaschi. Superpassato

Fino all’11 giugno 2017 al Museo Ettore Fico di Torino la prima esposizione personale del giovane artista milanese

di Luca Maffeo, il 15/05/2017

Si può guardare Orione perdendo i tratti della vita sulla terra; oppure guardare la terra e la sua materia ritrovando le tracce particolari di una costellazione. La qualità, nelle opere inedite che Agostino Bergamaschi (Milano, 1990) espone presso il Museo Ettore Fico di Torino, è sancita per lo più dall’inferenza costitutiva di ciò che è celeste e di ciò che è terrestre. «Fusione e confusione di queste due categorie» – scrive Marta Cereda nel testo che accompagna la mostra – che emergono a nuova gestazione nella «sintesi temporale» che l’opera medesima implica. Poiché l’opera è qui, sembra suggerire il giovane artista milanese, ed è anche, nell’atto stesso del suo manifestarsi, l’“altrove” celeste da cui procede. Dall’interno di un cilindro in ferro, dunque, si rivela l’immagine che la materia segretamente custodisce. Fonte da cui muove il prezioso enzima di un «intarsio in pero, palissandro e madreperla, che segue le venature del legno […] fino a generare un tubo di vetro colorato e sabbiato, la cui sezione richiama la sagoma di una stella trascinata nello spazio e nel tempo». (Contemporaneamente, 2017).

Agostino Bergamaschi. Contemporaneamente, 2017, ferro con intarsio in legno di pero, vetro e silicone, 50x380x50 cm. ©bg

La consistenza dell’opera come possibilità

Eppure, il rimando metaforico all’unità della materia cede per un attimo il passo alla “dynamis” che pare così evidente nel lavoro di Bergamaschi. Dynamis inquieta e per giunta statica; immobile nella forma presente dell’opera che si tende e si flette, torna e ricomincia come fosse un “pensiero lasciato visibile”. Atto creativo si dirà, a partire dal quale l’artista stabilisce la sua dimensione (Intervalli Visibili, 2017); plasma, certo, e dischiude la visione ipotetica di un’origine mai esplicita, ma nondimeno percettibile.
Da dove viene? Dove nasce? Cosa diverrà quella scultura labile e delicata come un embrione? In quanto unitotalità organica e insieme custode dei geni dell’Essere, del suo principio e di ciò che sarà. L’arte di Bergamaschi – continua Cereda – «ritrova la propria consistenza come possibilità, come potenziale»; modifica «il tempo e lo spazio, trasformando il non compiuto in non ancora compiuto, quindi da compiere».

I segreti più sottili dell’orizzonte

Non aveva torto Bruno Munari (1907-1998) – anch’egli in esposizione al MEF di Torino fino all’11 giugno 2017 – quando sosteneva che “l’immaginazione vede”: rielabora, interpreta, costruisce, congiunge gli estremi di cielo e terra nelle le mani di un artista giovane, ancora da scoprire. Ma perché il campo dell’arte è il luogo fertile da cui risorge l’ignoto: quell’ambito della memoria sempre presente (passato sempre attuale) che pur appartenendoci chiede, ad ogni svolta, di essere compreso “di-nuovo”. E giusto quel che basta per intuire tutta la portata dell’opera di Agostino Bergamaschi; i suoi mondi e le sue traiettorie. Nel momento in cui una sottile linea d’orizzonte in vetro e ferro nichelato (installata ad hoc sulla terrazza del museo piemontese) ne mostra il compendio (I segreti più sottili dell’orizzonte II, 2017). L’unità di spazio e tempo. Quel tempo che gli antichi greci, pur tragicamente, riconoscevano come l’“occasione” (Kairos) in cui l’esperienza estetica individua i suoi primordi. “Chance” alla quale nemmeno l’artista di oggi è disposto a rinunciare.

Scheda Tecnica

  • Agostino Bergamaschi. Superpassato
    Fino all’11 giugno 2017
  • MEF – Museo Ettore Fico
    Torino, Via Francesco Cigna 114
  • Testo Critico:
    Marta Cereda
  • Orari:
    mer-ven 14-19; sab-dom 11-19
  • Info:
    info@museofico.it
    MEF – Museo Ettore Fico

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