Mostre » David Hockney

Christopher Isherwood and Don Bachardy. 1968, Acrylic paint on canvas, 2120 x 3035 mm, Private collection, © David Hockney

David Hockney

Fino al 29 maggio 2017 la Tate Britain celebra gli Ottant’anni del pittore inglese.

di Luca Maffeo, il 27/04/2017

La mostra di David Hockney (Bradford, Yorkshire, 1937) alla Tate Britain di Londra possiede tutto il gusto di una retrospettiva in cui ogni sorta di filo rosso pare fuori luogo. Vi è un inizio, certo, e vi sono pure dei traguardi, ma puntualmente rimessi in discussione, se non addirittura smentiti da un pittore che, all’alba degli Ottant’anni, ancora escogita piani nuovi sui quali rifondare il proprio lavoro. Esposizione pulita, nitida, per nulla avvezza alla retorica bric-à-brac fatta di elogi buoni soltanto al ristagno della critica; poiché l’unico canone possibile rimasto sembra essere, per così dire, “l’alternativa dello sguardo”. Il modo sempre mobile e imprevisto con cui l’occhio si rivolge ad un oggetto, sia esso un albero, oppure il ritratto di una coppia di amici (Christopher Isherwood and Don Bachardy, 1968). Dai “Love” painting dei primissimi anni Sessanta – autentiche critiche dell’espressionismo astratto, virato in una sorta di autobiografia omoerotica – fino alle immagini iconiche delle piscine di Los Angeles e alle vedute paesaggistiche dello Yorkshire degli anni 2000, in tredici sale si ripercorre l’intera produzione di Hockney, la sua continuità e i suoi ribaltoni.

Woldgate Woods. 6 & 9 November 2006, Oil paint on six canvases, 914 x 1219 mm, David Hockney Inc. (Los Angeles, USA), ©David Hockney, Photo Credit: Richard Schmidt

Dipingere senza formule

I diversi mezzi utilizzati durante sessant’anni di carriera amplificano le risonanze di una ricerca che, sino a oggi, ritrova la sua origine nella vexata qaestio sulle dinamiche dell’osservazione. Le tele, i disegni prodotti con la camera lucida, i video, le composizioni con le polaroid e i dipinti digitali realizzati con Iphone e Ipad, tracciano, se non altro, la via di un’intramontabile messa in crisi della pittura, e la conseguente messa in opera di un dipingere senza formule. «Noi non siamo sicuri di come il mondo ci appaia. Molte persone credono di saperlo. Io, no», dice l’artista in una bella conversazione con Martin Gayford. Giusto per affermare che la “conquista della realtà”, tanto celebrata dalla Storia dell’Arte di Ernst Gombrich, debba ancora rivelarsi di fronte a una – più valida e vera –«infinita varietà della natura», posta in gioco da dipinti tra loro diversissimi, quali A Bigger Spalsh (1967) e Kerby (After Hogart) Useful Knowledge (1975). In quanto a rappresentazione c’è qualcosa che sfugge; un fenomeno determinato, una piccola brezza, un cambio di luce che, in poco più di un attimo, mutano l’aspetto, il colore, il gioco chiaroscurale necessario a restituire il dato in una forma visibile. L’occhio si muove, insegna Hockney; scorre, oscilla, non vede stando fermo. Il naturalismo è una trappola, ostile all’opera che è radicata nello sguardo – insieme unico e molteplice – ora connaturato al dato pittorico.

Una nuova evidenza

E come non dare credito dunque a Giorgio Agamben, quando, ne “L’uomo senza contenuto”, scrive dell’urgenza «di una “distruzione” dell’estetica che, sgombrando il campo dall’evidenza abituale, consenta di mettere in questione il senso stesso dell’estetica in quanto scienza dell’opera d’arte». Hockney, dal canto suo, reinterpreta le misure costrittive della perspectiva artificialis e ne dischiude il centro focale montando a mo’ di mosaico quadri rettangolari e video multi-screen (Woldgate Woods, 2006; The Four Seasons, 2010-2011). Scardina la fissità di un singolo punto di vista mediante composizioni e collage di fotografie volte a donare una nuova effigie al tempo della fruizione (Billy + Audrey Wilder, 1982; Pearlblossom Hwy., 1986). Perché – diceva negli “Scritti su Picasso” – «quando si inverte la prospettiva, l’osservatore può vedere tutti i lati di un oggetto, si può muovere nello spazio ed è ovunque nello stesso istante. L’infinito è in ogni dove, perfino all’interno dello spettatore».

Scheda Tecnica

  • David Hockney
    fino al 29 maggio 2017
  • Curatori:
    Chris Stephens e Andrew Wilson
  • Tate Britain
    Londra
  • In collaborazione con:
    Centre Pompidou de Paris
    Metropolitan Museum of New York
  • Catalogo:
    Tate Publishing
  • Orari:
    Lun-dom 10-18
  • Info:
    Tel. +44 (0)20 7887 8888
    Tate Britain

stampa pagina stampa solo testo Segnala l'articolo Ascolta con webReader