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Giulio Paolini, "Fine", 2016. Bancali di legno, sagome di plexiglas, riproduzione fotografica e cornice dorata applicate su tela preparata, stampa digitale su seta ,lastre di plexiglas unite a paravento, calco in gesso, leggio scala, poltrona, tavolo e altri oggetti. Misure complessive cm 320 x 877 x 325. © Artista e Galleria Christian Stein Milano. Foto: Agostino Osio

GIULIO PAOLINI. Fine

Alla Galleria Christian Stein in mostra i cinquant’anni di attività dell'artista genovese

di Luca Maffeo, il 06/03/2017

Fino al 29 aprile 2017, nelle due sedi di Corso Monforte 23 a Milano e di Via Vincenzo Monti 46 a Pero, la Galleria Christian Stein celebra cinquant’anni di attività con una doppia esposizione dedicata a Giulio Paolini. «L’opera è lì – scrive Giulio Paolini (Genova, 1940) – la vediamo, ma non riusciamo a raggiungerla». Come la nitida immagine immemorabile di una lontana isola mai pervenuta, ma che già scoviamo radicata nella nostra memoria. E allora, che cosa vediamo quando guardiamo un’opera d’arte? Quando il “quadro” davanti a noi sembra essere fatto nient’altro che di silenzio e di un’attesa che non trova riposo? Paolini nell’ultima mostra personale presso la Galleria Christian Stein insiste su questo punto, e indirizza lo spettatore oltre i limiti del figurabile. Dentro la «dimora dell’arte», il luogo privilegiato in cui il non-detto si rivela all’occhio e alla mente di chi sa, in cuor suo, che non si può fare a meno di ciò che non si può dire. Poiché si ha la percezione che, di nuovo, si mostri il viso latente di una terra d’oltre oceano, il cui nome, Cythère, fa riferimento a un dipinto di Jean-Antoine Watteau (L’embarquement pour Cythère, 1717). Essa «è lì all’orizzonte, ma l’orizzonte non si tocca», quale approdo desiderato e al contempo genesi di un atto di creazione che per potersi esplicitare si allontana dalla propria origine; quasi la si debba scorgere da lontano, con distacco. «Ma cosa sarà mai», quindi, (domanda l’artista nel testo che accompagna l’esposizione), «quell’immagine miracolosa capace di manifestarsi pur rimanendo segreta e di abbagliare lo sguardo innocente e indifeso dell’osservatore?».

La poetica dell’Intervallo

La risposta, tutt’altro che semplice, è sancita dalle medesime opere, la cui misteriosa aura non impedisce di cogliere la chiarezza che le determina. Paolini non vuole spiegare nulla, tralascia invece le parole e concede all’arte la facoltà di rimettere in scena la più autentica delle rappresentazioni. Tra le sale bianchissime della galleria giace dunque il riverbero di un antico ordine, connaturato all’area quadrata che ospita i frantumi del fusto in gesso di una colonna scanalata (Selinunte (III), 1979-80). L’artista la dispone sul pavimento, la segna come traccia geometrica sicura entro la quale si arresta la deflagrazione, e la memoria prende coscienza di quel che Walter Benjamin, con grande intelligenza, diceva essere «l’Ora»: «L’immagine intima di ciò che è stato». Si scopre perciò la possibilità sempre incompiuta di dare forma ad un’opera che mai raggiunge il suo stato definitivo, avvertita nell’“Intervallo” (1985) che separa la scultura con i lottatori in due momenti distinti; rispettivamente addossati (di fronte e da tergo) alle pareti opposte di una stanza. Mentre le figure semi-intere dell’Hermes di Prassitele, installate una di fronte all’altra, incrociano i loro sguardi, con l’intento, mai esaustivo, di mettere in luce la distanza che intercorre tra noi e l’opera. Tra quel che di essa si riesce a comprendere (vedere) e l’avvenimento inaccessibile del suo significato (Mimesi, 1976-88).

Exhibition view, in primo piano, Giulio Paolini, “Mimesi”, 1976-88. Calchi in gesso, basi bianche opache, misure complessive cm 275 x 120 x 80. Sullo sfondo, Intervallo”, 1985. Calchi in gesso, basi bianche opache, misure complessive variabili. © Artista e Galleria Christian Stein Milano. Foto: Agostino Osio

L’isola immaginaria

“Fine” (2016), in realtà, è il principio. Una zattera che ripercorre l’intera esperienza creativa di Paolini in un simbolico viaggio di ritorno. Trainato dai due cigni che nel salone dei mesi di Palazzo Schifanoja portavano in trionfo Venere, l’imbarco si compone di una moltitudine di oggetti provenienti dallo studio dell’artista. A più di cinquant’anni dalla prima esposizione collettiva (1961), il lavoro si richiama, ritorna su se stesso mediante un insieme di immagini che aspirano a divenire “una”. Forse con l’idea (sempre più rara) di mettere in atto “l’arte del citare senza le virgolette”, le reminiscenze dei dipinti di Watteau – “Gilles”, “L’indifferent”, “Giove e Antiope”– insieme alla statua dell’Ermafrodito, popolano la sola opera presente nella sede di Corso Monforte. Si ritrovano «nello stesso istante dell’inizio di un nuovo percorso», quando la zattera è ancora immobile sulla riva, in attesa del viaggio per Cythère, e a noi – continua Paolini – non resta che «abbandonarci alla visione di quell’isola immaginaria posta al di là dell’orizzonte ed evocata dalla nostra ostinata volontà di raggiungerla».

Scheda Tecnica

  • Giulio Paolini. Fine
    fino al 29 aprile 2017
  • Curatrice:
    Bettina Della Casa
  • Galleria Christian Stein
    Pero (Mi), Via Vincenzo Monti 46
    Milano, Corso Monforte 23
  • Orario di apertura:
    Milano, Corso Monforte 23; mar-ven 10-13 / 14-19, sab 10-13 / 15-19
    Pero, Via Vincenzo Monti 46; mar-sab 12-19
  • Info:
    Milano, Corso Monforte 23 - Tel. (+39) 02 76393301
    Pero, Via Vincenzo Monti 46 - Tel. (+39) 02 38100316
    info@galleriachristianstein.com
    Galleria Christian Stein

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