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Marco Mazzoni, “Houdini”, 2015, matite colorate su carta, cm 50x40.

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Dopo due anni di esposizioni in Europa e negli Stati Uniti, fino al 23 maggio 2015 il giovane artista presenta 20 lavori inediti alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano

di Luca Maffeo, il 30/04/2015

L’idea di una natura originaria e provvidenziale, nella quale riporre in egual modo speranza e turbamento, si manifesta nei lavori di Marco Mazzoni (Tortona, 1982) con perspicacia allegorica.
Procede per velature, alla maniera dei maestri del Seicento, ottenendo un impasto del colore “in limine picturae”, che si avvicina alla pittura e che pittura non è. Dove il tratto quasi scavato e inciso delle matite segna la carta o i taccuini Moleskine modulando le forme, ora tornite da lumeggiature stile biacca e dai toni brillanti, ora da morbide ombre. Una tecnica classica quella delle matite, affinata durante gli anni all’Accademia di Brera, e scoperta da bambino quando nell’ufficio di suo padre, dirigente di una cartiera vicino Tortona, passava molte ore con i pastelli in mano a immaginare storie illustrate sui fogli per la fotocopiatrice.

Tradizione sarda e cultura grunge

Guarda al mondo vegetale e animale come se in esso vi sia qualcosa con cui val la pena confondersi, evitando quello che per l’Arcimboldo era un esercizio di retorica, un camouflage carnascialesco, celebrativo, ironico e cortese, che poco o nulla aveva a che fare con la mistica. Mazzoni al contrario fugge ogni sorta di barocchismo. Esalta l’ordine, la policromia e la circolarità del ciclo della vita trattando la natura secondo i termini di femminilità e maternità. Ovvero, “incarnando” nel disegno volti di donne che nella natura si mescolano (Headhache II; The Tamer; Houdini, 2015), quali referenze attuali di un antico credo che ritrova le sue fonti nella tradizione popolare sarda, o intesse relazioni con la cultura grunge, la quale – raccontava nel 2011 ad Alberto Mattia Martini (Espoarte, n.71) – celebra il ritorno alla terra e presuppone il «rifiuto di un certo tipo di società di plastica». Alle sue dame, verosimilmente figure di remote guaritrici che detenevano la conoscenza medica delle piante, Mazzoni lega un attento studio faunistico e floreale tra i giardini milanesi, o sui libri di botanica da cui prende spunto minuziosamente (Death or Glory; The Gardener; MDMA, 2015).

Marco Mazzoni, “Headache II”, 2015, matite colorate su carta, cm 38x28

disegno-composizione

Nonostante i numerosi riferimenti lontani e più attuali che obbligano quantomeno a rivedere l’opera di Jusepe de Ribera, di Francisco Goya, ma anche di Renzo Vespignani, Gianfranco Ferroni e Antonio López Garcia, e che rimangono imprescindibili nel percorso dell’artista, è più efficace, necessario e sentito l’adeguamento critico all’immagine in quanto tale. Un’immagine che nella tenace e mai remissiva relazione con la natura non sembra perdersi nemmeno per una attimo, né si dissolve malamente in una sorta di spinoziano “deus sive natura”. Di fatto Mazzoni ritrova nella secchezza delle matite la tensione vibrante, “liquida”, di un germoglio, mettendo in opera non un singolo soggetto, ma la musicalità e la composizione del disegno nel suo insieme.

Agli uomini dei primi lavori, che Flavio Arensi aveva descritto come «involucri cavi»; «hollow men eliotiani spogli di identità», «correlativi oggettivi dell’uomo moderno» e «moribondi che affollavano la terra desolata» (Il grande amore cannibale; Quod me nutrit me destruit, 2008), sostituisce oggi la visione di un folto, “selvatico”, gruppo di uccelli, tra i quali si mimetizza il teschio di uno di loro (Funeral for a friend, 2015). Oppure una rana, ignara di trasportare sul dorso un suo simile e uno scheletro della stessa specie (Unaware, 2015). E tuttavia con la coscienza della natura come principio e come fine. La lirica della natura, della vita e della morte.

Scheda tecnica

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