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Takashi Murakami. Dark Matter & Me, 2014, Acrylic, gold leaf and platinum leaf on canvas mounted on wood panel, 2000 x 50.8 mm, Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2014 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved

Takashi Murakami. Il ciclo di Arhat

Fino al 7 settembre 2014 la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano ospita la prima mostra dell’artista giapponese in uno spazio pubblico italiano

di Luca Maffeo, il 18/08/2014

Si ispirano al Giappone post-Fukushima i recenti lavori di Takashi Murakami (Tokyo, 1962). Dipinti di grande formato e preziose sculture sono esposte, a cura di Francesco Bonami, nella suggestiva Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Insieme alla mostra – inaugurata lo scorso 24 luglio, organizzata da Blum & Poe e Kaikai Kiki Co. Ltd. in collaborazione con ALTOFRAGILE e grazie allo speciale supporto di yoox.com – presso il cinema Apollo (23 e 24 luglio 2014) di Milano è stato proiettato in anteprima europea “Jellyfish Eyes”, il primo lungometraggio live-action dell’artista giapponese.

Tra capitalismo e tradizione

All’annuncio della resa incondizionata del Giappone dopo le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945, Kengiro Azuma (Yamagata, 1926), divenuto in seguito scultore e allievo di Marino Marini (Pistoia, 1901 - Viareggio, 1980), aveva capito che «Dio, l’Imperatore, era un uomo come noi. La mia fede era andata via – ha raccontato alla trasmissione Passepartout di Philippe Daverio – io ero diventato solo carne». Assente di spirito, era vuoto. Avviava così una ricerca destinata a durare per oltre cinquant’anni e un sincero sodalizio con il maestro Marino, il quale lo portava a desistere da ogni forma di sua imitazione dicendo: «Azuma, non dimentichi, lei è giapponese, io sono etrusco. Deve andare alla radice della sua cultura». Una dinamica che per quanto distante possa apparire non è del tutto fuori luogo se paragonata alla recente svolta artistica del più contemporaneo Takashi Murakami (Tokyo, 1962). Negli ultimi vent’anni i suoi modelli sono stati Andy Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987) e Walt Disney, e ha condiviso con Damien Hirst (Bristol, 1965), Jeff Koons (York, 1955) e Maurizio Cattelan (Padova, 1960) attenzioni particolari al rapporto tra arte e capitalismo. «Un concetto importante – ha affermato in conferenza stampa – che per me è un po’ una fantasia. Io sono giapponese».

Takashi Murakami. Oval Buddha Silver, 2008, Sterling Silver, 1365 x 805 x 780 mm, Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2008 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved

Superflat e Tsunami: le ragioni di un cambiamento

Nonostante tutto la modernità intesa come cultura di massa non è in grado di cancellare le origini di un artista, o di qualsivoglia essere umano. È successo con Andy Wharol, il quale, probabilmente, aveva ben capito cosa volesse dire “prodotto di consumo”, tanto da incarnare sé medesimo nei suoi ritratti, quale autentica icona pop alla stregua di Marlon Brando e Marilyn Monroe. Più che una conseguenza, quanto ha operato il noto Andrew Warhola (questo il nome di battesimo) è stato un sintomo. È stato profetico riguardo agli anni della globalizzazione e per il periodo storico in cui ha preso piede il pericoloso desiderio di una società fondata sulla «falsa ipotesi di una reale uguaglianza tra gli uomini» (Ortega Y Gasset). Nel 2000 Murakami diffonde “A Theory of Superflat Japanese Art”, un vero e proprio manifesto in cui annuncia la chiave della nuova estetica nipponica successiva a Hiroshima, discendente dalla cultura popolare fatta di anime, manga e video giochi. Un estetica “Superpiatta” che ritrova comunque le proprie origini nelle forme alte della pittura bidimensionale del periodo Edo (1600-1867), di cui furono grandi esponenti Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Hokusai Katsushika (1760-1849). Una traiettoria che dopo l’11 marzo 2011, ovvero dopo lo tsunami e il disastro nucleare di Fukushima, fa da sfondo ad una riflessione sulla religiosità dell’arte. Di fronte all’inadempienza del progresso e, parafrasando Bonami, «all’imponderabilità della natura».

Il ciclo di Arhat

Non sarà dunque la scienza a salvare le persone, né, per quanto utili, buoni e positivi, i passi compiuti dalla tecnologia. Sarà piuttosto – dichiara Murakami in una videointervista per artribunetv – «quello che io chiamo racconto religioso a curare il cuore ferito delle persone».

Takashi Murakami, 69 Arhats Beneath the Bodhi Tree, 2013, Acrylic, gold and platinum leaf on canvas mounted on board 3000 x 10000 mm, Courtesy Blum & Poe, Los Angeles (c)2013 Takashi Murakami/Kaikai Kiki Co., Ltd. All Rights Reserved.

Tale scopo ha il “Ciclo di Arhat”. Grandi dipinti in cui accanto alla figura dell’elefante e del dragone – considerato in Giappone simbolo di buona ventura e ottimismo – vi sono una serie di monaci: ironici, folli, magari sfigurati, eppure, fermi e fedeli al servizio del Buddha, accompagnano il ciclo della vita sostenendolo e infondendo speranza alla popolazione disperata (“100 Arhats”, 2013; “69 Arhats beneath the bodhi tree”, 2013). Le virtù probe della natura, così come apparivano nel film “Sogni” (1990) di Akira Kurosawa, e riproposte da Murakami nell’immagine del Tiglio che «abbraccia e protegge» (Arte n.492 p.100) sono le uniche virtù che non cedono terreno ai demoni che della natura fanno una potenza distruttrice (“Red demon and Blue demon with 48 Arhats, 2013). Murakami si interroga sul mistero di un male né generato né voluto. Accoglie la tradizione mantenendo la consueta divisione delle lunghe tele in pannelli verticali; usa la foglia d’oro e la foglia di platino; si ritrae serio al colmo di una nuvola di teschi e immobile davanti a un buco nero (“Dark Matter & Me”, 2014). Immagini che forse ricordano Goku o i Pokemon, ma pur sempre parte di una forma pittorica che attualizza la narrazione e conserva l’afflato aureo di una cultura artistica che da secoli intesse relazioni con la religione (“Oval Buddha silver, 2008”). Un tentativo moderno e per nulla retrò.

Scheda tecnica

  • Takashi Murakami. Il Ciclo di Arhat
    fino al 7 settembre 2014
  • Curatore:
    Francesco Bonami
  • Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi
    Milano, Piazza Duomo 12
  • Organizzazione:
    Blum & Poe Kaikai Kiki Co. Ltd,
    ALTOFRAGILE
  • Supporto speciale:
    yoox.com
  • Orario di apertura:
    lun, ore 14.30-19.30; mar, mer, ven, sab, dom ore 9.30-19.30; gio, ore 09.30-22.30
  • Biglietti:
    Intero € 5; ridotto € 3
  • Uffici Stampa:
    PCM STUDIO
    Milano, Via Archimede 6
    Paola C. Manfredi
    paola.manfredi@paolamanfredi.com
  • Comune di Milano
    Elena Conenna
    elenamaria.conenna@comune.milano.it
    Tel. (+39) 02 88453314

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