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Alex Hütte, Punta della Dogana, Venezia, Italia, 2013, 205 x 155 cm, Diasec

Alex Hütte. Fantasmi e realtà

La Galleria di Piazza San Marco a Venezia ospita l’ultima tappa di un progetto dedicato al lavoro del grande fotografo tedesco

di Luca Maffeo, il 10/07/2014

La mostra 'Fantasmi e Realtà', allestita fino al 5 ottobre 2014 presso la Galleria di San Marco a Venezia – sede principale della Fondazione Bevilacqua la Masa – coglie l’effetto straniante e ambiguo che ha reso celebre la fotografia di Alex Hütte (Essen, 1951), in cui in cui non è così delineata la differenza tra ciò che è reale e ciò che è immaginato. Di seguito alla prima esposizione al Foro Boario di Modena, conclusa il 29 giugno scorso, il curatore Filippo Maggia porta a Venezia la seconda parte del percorso espositivo, pensato appositamente per l’opera del fotografo tedesco.

Memoria e Visione

Vedere, capire, comprendere fino in fondo. È un reiterato dilemma che accompagna le arti in età moderna! E lo è per certi fotografi educati a Düsseldorf a partire dalla prima metà degli anni Settanta. Il caso di Alex Hütte è sicuramente emblematico, poiché nulla si interpone tra la sua professione e le circostanze inevitabili e non semplici della Germania del primo ventennio del Secondo Dopoguerra. Alcuni, come Anselm Kiefer, riflettevano su come ci si potesse dire tedeschi dopo l’Olocausto; altri si confrontavano con la storia della Germania stessa, con la sua tradizione e con la sua quotidianità. I magnifici studi compiuti da Benjamin H.D. Buchloh e approfonditi negli ultimi anni hanno descritto senza mezzi termini la vera portata del problema. Hanno, in sintesi, posto l’attenzione su una “cultura di negazione della memoria” dalla quale nemmeno Bernd e Hilla Becher, maestri di Hütte in accademia, ad oggi sono esenti. Perciò, nulla vieta un ipotetico rapporto tra la catalogazione dei residui industriali europei, effettuata dai due coniugi dal 1957 (Otto vedute di una casa, 1962), e i ritratti di Hütte da collocarsi tra 1978 e la metà degli anni Novanta. Ben inquadrati e senza vita i primi; frontali, quasi inespressivi i secondi (Vero [Pfeiffer], 1985-1995). Entrambi però astratti e anonimi. Elevati cioè in una dimensione astorica immune al tempo, alla colpa e alla rovina.

Alex Hütte, Palazzo Loredan, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, Italia 2012 (2), 58 x 69 cm printed on glass

Uno sguardo nell’ignoto

Eppure, la ferma austerità che intride i volti di nostalgia, è capovolta nelle vedute paesaggistiche, urbane o naturali. I punti di vista si moltiplicano, il panorama si estende, ma si avverte la medesima tristezza nella difficoltà di identificazione e nella perdita di una messa a fuoco che restituisca l’oggetto in quanto tale. Non un’interpretazione di esso; l’oggetto di per sé, la sua leggibilità è smarrita. Nelle foto notturne scattate in Canada ad Horse Creek (1999) la luce è inerme, soffocata da enormi superfici nere. I frammenti architettonici, sparpagliati tra le colline di Vescona (Italia, 1991), dicono un’assenza piuttosto che una presenza; mentre con la tecnica dello sfocato la nitida evidenza del Cruise River (Tsi-Tsikamme, Sudafrica, 2001) svanisce inghiottita dal gioco cromatico, il quale, oltre a ipotizzare l’esistenza di una matrice pittorica della fotografia, scredita la definizione. Del mondo fisico rimangono i fantasmi, la percezione immaginativa. Alex Hütte porta al limite di «un’oggettività allucinatoria» la «brama di vedere» (S. Gronert), presagendo una conoscenza ancora ignota o di cui non si ha più memoria. Anzi, la realtà stessa è l’ignoto: «Quel luogo del mistero indescrivibile a parole in cui il pensiero si arresta», senza il quale secondo Bill Viola «è impossibile andare avanti». È il «fascino irresistibile» per «l’inafferrabile», affine ai dipinti di Gerhard Richter (anch’egli tedesco), dove sfugge la rappresentazione e si eccede la forma.

Natura e Romanticismo

Le ricerche condotte dal fotografo negli ultimi dieci anni presso il Rio Negro, sui ghiacciai norvegesi, fino alle recentissime esplorazioni sull’Appennino emiliano (Fanano, Italia, [New Mountains], 2013), incontrano infatti le proprie radici romantiche quando traducono la visione dal vero in osservazione enigmatica e contemplativa. Sia i picchi del Passo Sella (New Mountains, Italia, 2012), sia le vette del Raucheck (New Mountains, Austria, 2011) – la più alta tra le Alpi Salisburghesi – si concedono solo a tratti. Motivo d’attenzione sono le nubi, davanti alle quali non si può fare altro che presupporre quanto di più splendente vi sia dietro di esse. Come fosse un pittore Hütte costruisce fotografie procedendo per velature; le priva di riferimenti univoci e ne intensifica i riflessi. Delle sedimentazioni rocciose Underworld, appartenenti alla serie Caves (USA, 2008), confonde la prospettiva, appiattita da fasce cromatiche contrastanti che eludono la figurazione e imprimono al luogo un aspetto tetro e informale. Allo stesso modo, la cortina d’acqua dei Water Reflection interrompe la chiarezza che pur determinava i primi ritratti, i cui lineamenti sono ora confusi tra le increspature generate dalle onde (Portrait#26, Germania, 2007).
«La verità – afferma – risiede nello sguardo dell’osservatore», tentato e sedotto dalla volontà di attraversare per via d’immaginazione la soglia delle apparenze.

Alex Hütte, Farmacia “ai Do San Marchi”, Ca' Rezzonico, Museo del Settecento veneziano, Venezia, Italia, 2012 (1), © Fondazione Musei Civici di Venezia, 58 x 69 cm, printed on glass

La mostra di Venezia

Da ultimo, Il via vai tanto presente nelle ore di punta nella città di Venezia è soltanto un ricordo. Presso la Galleria di San Marco gli spazi urbani scelti dal fotografo durante la sua residenza lagunare, oltre che essere enigmatici, danno «spesso la sensazione di un tempo rallentato». Il coro della Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari (2012), così come l’Istituto di Scienze di Palazzo Loredan (2012), vivono in un’immobile temporalità, congelati soggettivamente da Hütte, quasi a rievocare le parvenze di una storia che può solo essere presentita. Ne dà una lettura affatto filologica; crea invece la forma del luogo secondo la propria proiezione. I contrasti chiaroscurali originati dalla luce intensa di lampioni e lampadari, che si possono cogliere di contro alla penombra delle stanze o in fronte alla sera sulla Punta della Dogana (2012), acuiscono l’inquietudine e offrono un’immagine nuova di ciò che a Venezia è abituale. Nuove, quindi, e ordinarie sono le fotografie di Alex Hütte. Stampate su vetro montato a sua volta su uno specchio retrostante; per aumentarne l’intensità, cosicché si eviti la consuetudine documentaria e si arricchisca la rappresentazione. Al riguardo Henri Cartier-Bresson ci aveva già ammonito ne L’istante decisivo, poiché se la fotografia ha il proposito di «dare testimonianza del mondo che ci circonda», tuttavia «il modo di esprimersi, di distillare quello che ci ha sedotto, varia in mille modi. Dunque, lasciamo la sua freschezza all’ineffabile e non parliamone più».

Scheda tecnica

  • Alex Hütte. Fantasmi e Realtà
    fino al 5 ottobre 2014
  • Curatore:
    Filippo Maggia
  • Galleria di Piazza San Marco
    Venezia, Piazza San Marco 71/c
  • Orario di apertura:
    merc-dom, ore 10.30-17.30; lun e mar chiuso
  • Biglietti:
    intero 5 €; ridotto 3 €
  • Catalogo:
    Skira, 2014
  • Ufficio stampa:
    Fondazione Bevilacqua la Masa
    Giorgia Gallina
    Tel. (+39) 041 5207797
    press@bevilacqualamasa.it
  • Info:
    www.bevilacqualamasa.it

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