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Mario Sironi. Testa, 1941, tempera su carta intelata, 67x38 cm, collezione privata

Sironi, Mario

a cura di Redazione, il 18/02/2008

Mario Sironi nasce a Sassari nel 1885, da Enrico, ingegnere e architetto comasco, e Giulia Villa, fiorentina. E’ il secondo di sei figli. Nel 1886 si trasferisce con la famiglia a Roma. Nel 1898, a tredici anni, rimane orfano di padre. Compie intanto gli studi tecnici e nel 1902 si iscrive alla facoltà di ingegneria, che abbandona l’anno dopo per una crisi depressiva. Frequenta invece la Scuola libera del nudo di via Ripetta e lo studio di Balla, diventando amico di Boccioni, Severini e altri artisti. Con Boccioni compie un viaggio a Parigi nel 1906. Due anni dopo si reca in Germania, dove ritornerà nel 1910-1911. Intanto, nonostante le ricorrenti crisi nervose, inizia a dedicarsi all’illustrazione.

1913: Sironi aderisce al futurismo

Nel 1913 aderisce al futurismo, dandone un’interpretazione soprattutto volumetrica. Nel 1915 si trasferisce per breve tempo a Milano. Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti. Congedato nel 1919, si sposa a Roma con Matilde Fabbrini, con cui era fidanzato dal 1915. La coppia, che avrà due figlie (Aglae, nel 1921, e Rossana, nel 1929), si separerà nel 1932 e l’artista si legherà per un lungo periodo a Mimì Costa.

I primi paesaggi urbani

Sempre nel 1919-1920 Sironi dipinge i primi paesaggi urbani. Al futurismo, e alla successiva stagione metafisica, subentra quello che lui stesso, nel manifesto Contro tutti i ritorni in pittura (1920), definisce «costruzionismo»: la volontà di concepire il quadro ¬come un’architettura. La sua pittura si orienta verso forme potenti e sintetiche, di ispirazione classica, segnate però da una drammaticità moderna. Margherita Sarfatti ne parla sul «Popolo d’Italia»: è l’inizio di un sodalizio critico che si protrae tutta la vita. Fin dal 1919, intanto, l’artista aderisce al fascismo. Dal 1921 disegna illustrazioni per il “Popolo d’Italia”, con cui collabora fino al 1942 (dal 1927 anche come critico d’arte). Nel 1922 è tra i fondatori del Novecento Italiano. Col gruppo, animato dalla Sarfatti e sostenitore di una “moderna classicità”, espone in tutte le principali rassegne in Italia e all’estero, difendendone le ragioni quando, nel 1931-1933, viene colpito da accese polemiche.

Mario Sironi. Periferia, 1942-1943, olio su tela, 29,7x35 cm, collezione privata

Il Manifesto della pittura murale

Negli anni trenta, peraltro, Sironi si concentra soprattutto sulla pittura murale, divenendo il maggior teorico e artefice del ritorno alla decorazione classica. Pubblica il Manifesto della pittura murale, firmato anche da Campigli, Funi e Carrà (1933), ed esegue numerose opere monumentali. Nel 1943 aderisce alla Repubblica di Salò. Dopo il 25 aprile sta per essere fucilato dai partigiani, ma si salva grazie all’intervento di Gianni Rodari. Il crollo dei suoi ideali politici e l’angoscia per la morte della figlia Rossana, che si uccide giovanissima nel 1948, lasciano però un segno nella sua pittura, in cui la tensione costruttiva si lascia incrinare da un senso di frammentarietà. Non partecipa più, polemicamente, alle Biennali di Venezia, ma continua a esporre in Italia (Triennale di Milano, 1951; Quadriennale di Roma, 1955) e all’estero. Muore a Milano nel 1961.

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