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Jeff Wall, Insomnia, 1994, lightbox, 172 x 213,5 cm, courtesy dell’artista

JEFF WALL. Actuality

Il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ospita fino al 9 giugno la prima retrospettiva italiana del fotografo americano

di Luca Maffeo, il 27/05/2013

Ragionare in termini di equilibrio, armonia e corrispondenza tra le parti è una facoltà che da sempre appartiene alla fotografia. Jeff Wall (1946, Vancouver) lo dimostra per mezzo di un lavoro che riconsidera le qualità dell’occhio meccanico nell’epoca del digitale. Evoluto il metodo, l’impronta del mondo rimane. Ora designata attraverso una pluralità di immagini elaborate al computer, alterate nelle proporzioni e nel colore. Giusto quel che serve per una presa immediata, sintetica e meno confusa di ciò che egli intende rappresentare. Wall cerca la bellezza negli angoli nascosti. La trova accovacciandosi sulla sporcizia (Peas & sauce, 1999) e prestando lo sguardo alle scene incriminate di una cronaca di quartiere che – nonostante l’artificio – non perde lo smalto laccato e contemporaneamente grottesco del vissuto umano (Mimic, 1982). Così, guardare il proprio tempo per ciò che è sembra ancora plausibile. Addentrarvisi senza avere la premura di allontanarsi dalla sconcezza e dall’inadempienza di una realtà alla quale troppe volte, in età moderna, ci si è accostati con cinismo. Senza nulla togliere alla fotografia diretta – che egli stesso pratica (Logs, 2002) – Wall interviene criticamente sulla storia avanguardista del collage e del montaggio quali elementi di rottura e disobbedienza. La sua è una «trasgressione nei confronti dell’istituzione della trasgressione», secondo un’argomentazione fotografica che si volge nuovamente alla dimensione unitaria, attuale, tanto dell’immagine quanto del soggetto osservante.

Come un pittore

Jeff Wall, In front of a nightclub, 2006, lightbox, 226 x 361 cm, courtesy dell’artista

Dentro la realtà, come un pittore, cura la forma e crea contrappunti. Jeff Wall avverte il bisogno di un cambiamento di rotta; evita le tracce di una tradizione che ha smembrato la figura e «nasconde il gesto tecnico» (cfr. Bonami), pur necessario, del ritocco computerizzato. In fase di produzione conferisce corpo alla fotografia, ora fabbricata pezzo dopo pezzo, nel chiaro intento di testimoniare l’evidenza dell’identità del dato. La téchne è lo strumento d’uso finalizzato alla rappresentazione “composta” dell’immagine, in quanto costruita e perché edificata, salda, nell’apparenza unitaria del suo esistere.
Egli vaglia la miseria che ha distrutto la pittura, ormai pervertita in molti casi da una ricerca fuori dal tempo e dalla materia. Battendo lungo i muri delle case arresta il passo e cede alla tentazione di narrare l’ovvietà dei gesti più consueti (Men move an engine block, 2007) e l’azione elementare di chi semplicemente cammina per strada (Figures on a sidewalks, 2008). Allo stesso modo, si sofferma davanti ad una finestra cieca (Blind Window 3, 2000), sulle incrostazioni porose di un vecchio lavandino o di uno straccio per pavimenti appoggiato ad una parete (Diagonal composition 1, 1993; Diagonal composition 3, 2000). Nell’usuale trova la meraviglia. Azzarda uno scorcio, osserva i toni del colore e legge la composizione. È un fotografo e agisce da pittore, «come se avesse seguito la strada che non è stata presa dalla pittura moderna e avesse incarnato, da fotografo, il pittore della vita moderna» (T. De Duve).

L’immagine restaurata

Jeff Wall, Diagonal Composition, 1993, lightbox, 40 x 46 cm, courtesy dell’artista

Rimosso ogni orpello, la descrizione quasi infastidisce per la sobria sembianza. Anche la pioggia è di troppo in Young man wet with rain (2011). Gli indumenti sono umidi, ma dell’acqua che li ha infradiciati rimane solo una scarna referenzialità. Ugualmente le diapositive proiettate in lightbox, caratterizzate da una luce calda che si effonde nello spazio, invitano l’astante all’immedesimazione (Morning cleaning. Mies van der Rohe foundation, Barcelona, 1999).
Il malinteso venuto a generarsi dopo Cézanne, quando l’arte cominciò a decostruire gli oggetti, necessita ora di essere ricucito. Jeff Wall assembra cocci di realtà divise, reciprocamente “altre”, per ricreare l’unità di un’immagine essenziale. Posteriormente ai tentativi di ricostruzione della figura operati da artisti quali Bacon, Giacometti e Freud, il fotografo di Vancouver adotta il frammento come modulo per la strutturazione – e narrazione – di una vicenda. O di momenti di essa. Dove ci si aspetterebbe una marea di folla – ad un concerto; all’ingresso di una discoteca (Band & crowd, 2011; In front of a nightclub, 2009) – egli limita la presenza umana o paesaggistica agli elementi di base (Hillside near Ragusa, 2007). Si arrischia nella restaurazione di una chiarezza – asciutta – di vedute, la quale predispone il fare fotografico alla riscoperta della radice dell’immagine (Insomnia, 1994). L’attualità di un centro focale pieno del desiderio di restituire la nuda verità del dato.

    Scheda Tecnica:

  • Jeff Wall. Actuality
    fino al 9 giugno 2013
  • PAC padiglione d’arte contemporanea
    Milano, via Palestro 14
  • Curatore:
    Francesco Bonami
  • Orario di apertura:
    lun, ore 14.30 - 19.30; mar-dom, ore 9.30 - 19.30; gio, ore 09.30 - 22.30
  • Biglietti:
    € 8,00 intero; € 6,50 ridotto giovani dai 6 ai 26 anni, ultra 65enni e gruppi (min. 15 persone); € 4,00 ridotto speciale scuole
  • Catalogo:
    Electa
  • Info:
    www.jeffwallmilano.it
    www.comune.milano.it/pac

    Uffici stampa
    Comune di Milano: Elena Conenna
    Tel. (+39) 02 884 53314/50101
    elenamaria.conenna@comune.milano.it

    Electa: Chiara Brighi
    Tel. (+39) 02 71046441
    electalibri@mondadori.it

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