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Ana Mendieta, Ñáñigo Burial, 1976

SPECIAL / Ana Mendieta. She Got Love

Fino al 16 giugno 2013 il Castello di Rivoli ospita una retrospettiva di Ana Mendieta. L’artista di Cuba che riscoprì le sue origini nella natura

di Luca Maffeo, il 17/05/2013

È triste Ana Mendieta. Nata all’Havana nel 1948, tolta alla madre nell’ambito dell’operazione americana “Peter Pan” - un piano per salvare i bambini cubani dal regime di Fidel Castro (1961) - mentre il padre era in galera. Una circostanza crudele, poiché i bambini, a discapito di ciò che si pensa, non dimenticano. Assimilano, comprendono in silenzio e vivono più a lungo dell’adulto lo “strappo”, la piaga di un distacco che quasi mai, crescendo, si rimargina completamente. Il titolo della mostra al Castello di Rivoli lo annuncia (scritto con il sangue nel video (Untitled) Blood writing, 1974). Recita “She got Love”. “Lei ha avuto amore”; e soprattutto “ha amore”. Ma per chi? Cos’è che l’ha messa a nudo davanti al mondo? E ancora, chi o cosa le ha dato il coraggio di mostrarsi in performance, video, fotografie e semplici disegni quale portatrice della brutale delicatezza di una fisicità travagliata?
L’abbraccio ritrovato della madre, con la quale si ricongiunge nel 1966, non le è forse bastato. Il solco tracciato da quel fatto vissuto all’età di dodici anni l’ha segnata. Ha suscitato in lei la consapevolezza di ciò che manca e il desiderio di un’appartenenza piena al ciclo vitale della natura; vera madre e vero grembo. Così la Mendieta: «Ho portato avanti il dialogo tra il paesaggio e il corpo femminile. Essendo stata strappata dalla mia terra d’origine (Cuba) durante la mia adolescenza, mi sento sopraffatta di essere stata scacciata dal grembo (della Natura)».

Ana Mendieta, Onile, 1976

Il corpo, la natura e il rituale

Ad una prima lettura, superficiale e idiota, le performance della Mendieta sono semplici messe in scena; finte, costruite e un po’ femministe, legate a idee che non ci appartengono e che lasciano l’astante raccolto in una contemplazione da intenditore o nell’indifferenza di chi, al massimo, esclama: “Poveretta!”. Ma c’è di più. Il corpo. Le sue azioni non sarebbero nulla senza la dimensione del corpo, in quanto maschera “per-sonante” esperienza. L’artista cubana si improvvisa Brunilde. Brucia con il cavallo Grane alle porte del Walhalla e ambisce alla dissoluzione della materia, nella speranza che lo spirito sia imperituro. Il contatto tra il corpo e la natura, visibilmente reso nella serie siluetas (1975), in cui la sua figura sindonica modella con il sangue le grinze bianche di un lenzuolo (Untitled. (Silueta Works in Mexico), 1976-81), contorna il suo profilo di candele (Ñáñigo Burial, 1976) e imprime le venature del legno (Totem Grove, 1983-85), è più in là di una misera infatuazione religiosa. Diventa rito, preghiera attiva volta al riconoscimento di una fine fisica inevitabile e aspirante alla rigenerazione.
Ana Mendieta, inoltre, è immedesimazione, mimesis puntuale di un dramma tutto sangue e carne che cerca, scava oltre il corporeo e per mezzo di ciò che è corporeo. Penetra la natura, coincide con essa e in essa, appunto, si mimetizza. Trasfigura dunque in uccello (Bird Transformation, 1972), si ricopre di piume bianche e forma silhouettes femminili nel fango seccato al sole (Onile, 1984), poiché è donna ed è donna la terra che l’ha partorita, lì dove ella abita.

Il primo uomo e l’esperienza del distacco

Ana Mendieta, Totem Grove, legno e polvere da sparo, 1983-1985

Il paragone porta inevitabilmente alle vergini paleolitiche, alle statuette femminili di cui si scolpivano solo il ventre, i fianchi e gli organi genitali. Era così che i primi uomini pregavano la madre-terra, perché fosse feconda e donasse di che cibarsi ai suoi figli. Dunque non si può non pensare a tutta l’arte della Mendieta come intervento primordiale e votivo, poiché essa immagina l’origine, il ritorno ad un’origine concreta e corporea. Come l’uomo della Grotta di Chauvet - scoperta in Francia nove anni dopo la morte di Ana - il quale aveva dipinto un’intera parete con l’impronta della sua mano destra; allo stesso modo l’artista cubana, ignara di tutto ciò, ha lasciato ovunque la sua. Della mano sul legno (Untitled, 1978), del corpo tra le rovine antiche del Messico; oppure rivestita d’erba e di fango, appoggiata (crocifissa) alla corteccia di un albero secolare (Tree of Life, 1976). Cosciente sin da bambina del distacco che la vita presuppone, Ana Mendieta crea immagini dal valore profilattico; esorcismi dal dolore del corpo stuprato. Come nel ’73 quando compagni e professori la trovarono nuda, legata, insanguinata e ricurva sul tavolo del suo appartamento, affinché la violenza subita da una ragazza del campus non capitasse più. Eppure se c’è una cosa che l’arte non può controllare è proprio la condizione umana: il dramma, la performance della morte in vita, sperimentata dalla stesa Mendieta l’8 settembre 1985 a soli trentasei anni. Il giorno in cui cadde dal trentaquattresimo piano della sua casa newyorkese.

    Scheda Tecnica:

  • Ana Mendieta. She Got Love
    fino al 16 giugno 2013
  • Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea
    Piazza Mafalda di Savoia - 10098 Rivoli (TO)
  • Curatori:
    Beatrice Merz, Olga Gambari
  • Orario di apertura:
    mar-ven, ore 10-17; sab-dom, ore 10-19
  • Biglietti:
    Intero € 6,50; ridotto € 4,50
  • Catalogo:
    Skira, Milano
  • Info:
    Ufficio Stampa Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea
    Silvano Bertalot - Manuela Vasco
    Tel. (+39) 0119565209 - 211, Cell. (+39) 3387865367
    press@castellodirivoli.org
    s.bertalot@castellodirivoli.org
    www.castellodirivoli.org; www.castellodirivoli.tv

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