Special » ALBERTO GIACOMETTI. L’HOMME QUI MARCHE

Alberto Giacometti, Buste de Diego, 1955, Platre, cm 27 x 15 x 11,5

ALBERTO GIACOMETTI. L’HOMME QUI MARCHE

In collaborazione con la Fondazione Aimé et Marguerite Maeght di Saint-Paul-de-Vence, la Valle d’Aosta ospita un’antologica di Alberto Giacometti

di Luca Maffeo, il 15/10/2012

Associando Alberto Giacometti (Borgonovo di Stampa 1901-1966) ad uno dei suoi lavori più celebri, L’homme qui marche (1960), la notazione che ragionevolmente ne dovrebbe derivare è quella di un’inscindibile relazione tra il creatore e il suo atto poetico. Egli ha vinto la teoria, l’ipotesi sulla vita, ed ha fondato il suo agire nella dimensione storica dell’uomo: la dimensione esperienziale, punto primo di un cammino per la conoscenza.
Ciò che era capace di vedere non bastava mai, lo “metteva in crisi”, poiché il risultato permaneva animato da una scoperta che passo dopo passo dimostrava la sua incompiutezza. Così fruiamo noi le teste dei suoi modelli, fisiognomicamente caratterizzate da una materia sfatta, e l’espressione icastica dei volti dipinti. Nuovamente interrogato, l’essere umano ritorna al centro, fatto di rapporti, occhiate fuggitive e tristi desideri: gli elementi positivi di un’esistenza che anela alla vita.
Nelle oltre 120 opere, tra sculture, dipinti e disegni provenienti dalla collezione Maeght, la mostra, allestita fino al 18 novembre 2012 presso il Forte di Bard, ripercorre l’intera produzione dell’artista valtellinese, dai primi modi surrealisti alla vibrante verità degli ultimi anni.

L’arte del possibile

Alberto Giacometti, Homme qui marche II, 1960, Bronze, cm 187

Giacometti non toglie, aggiunge. Anche in pittura prende spunto da ciò che vede, dal suo essenziale, e tenta di rappresentarlo così com’è. Egli trova e ricerca la radice della figura, ne individua il carattere vitale colmo di senso in una dinamica drammatica e interminabile. All’opposto della prima fase surrealista (1931-1935), dove l’oggetto rimaneva non visto e sconosciuto (L’objet invisible; Le Cube), il soggetto – nel periodo maturo – riacquista la sua forma possibile, e si manifesta all’artista quale persona che cammina (Trois hommes qui marchent, 1948). La vita e l’uomo sono gli argomenti catturati dal disegno, dallo scolpire e dal dipingere. Ossia: «Gli strumenti per rendermi conto della mia visione del mondo esterno e soprattutto del viso e dell’insieme dell’essere umano o, più semplicemente, dei miei simili e soprattutto di coloro che mi sono più vicini per un motivo o l’altro».

Contro la morte, la via della vita

Se la poetica bretoniana aveva posto nei suoi assurdi e inconciliabili accoppiamenti figurativi i principi di un attentato all’identità del dato reale, Giacometti, almeno dal 1945 in poi, ribalta il metodo. Trasforma l’immagine (Le Chien, 1951; Tête de Diego au col roulé, 1951-52) in una metafora di vita attendibile: rompe la negatività che la avvolge e la afferma come presenza.
I personaggi emergono dalla dissoluzione di una “civiltà disagiata” (De Micheli), si divincolano – tratto dopo tratto – dalle catene coercitive della disfatta. Essi sono i protagonisti di un’umile osservazione che abbandona le incertezze e si rinnova continuamente; dettata da una forsennata passione per la realtà, ribadita dall’artista anche negli anni che precedono la sua morte: «Non c’è che la realtà che mi interessa e io potrei passare la mia vita a copiare una seggiola».

Il segno e il vuoto che rimane

Alberto Giacometti, Le Chien, 1957, Bronze, cm 43 x 92

Lo stretto rapporto con il dato così come egli lo vedeva è il più delle volte, e a dire il vero sempre, un confronto insoddisfacente. Più che opere finite, le teste – scolpite o dipinte – erano degli studi sui quali tornava e si ripeteva senza tregua. Dal ’35 al ’40 ha lavorato dal vero sempre con lo stesso modello, tutti i giorni, incapace di identificarlo. Non mentiva, ma era sincero quando lasciava intendere una sua naturale incompetenza nella rappresentazione di un oggetto a lui noto, e che nel tempo diventava sconosciuto. Lo vedeva come una unità inafferrabile (Portrait de Marguerite Maeght, 1961). Amava dire: «Le mie pitture sono copie non riuscite della realtà». Poiché ciò che rimaneva tra le sue mani era un vuoto misterioso trapelante dal segno grafico e strutturato dei suoi lavori. Confessava a se stesso la consapevolezza di non poter penetrare pienamente la verità, il “segreto di quella cosa” che aveva davanti agli occhi. Eppure senza mai perdere la direzione e lo sguardo; la possibilità volitiva di conoscerla nel profondo.
L’arte di Alberto Giacometti, nemmeno nelle sue fasi iniziali, è mai stata pensata come un “prodotto concluso”. L’homme qui marche è l’emblema, la sintesi. «È tutta sproporzionata, malgrado ciò è perfetta, dà l’impressione di andare avanti. Per Alberto era più di una forma, “L’Homme qui marche” era l’umanità che avanza verso il suo destino» (Adrien Maeght).

    Scheda Tecnica

  • Alberto Giacometti. L’homme qui marche
    fino al 18 novembre 2012
  • Curatori:
    Isabelle Maeght e Gabriele Accornero
  • Forte di Bard
    Valle d’Aosta
  • Orario di apertura:
    mar-ven, ore 11-18; sab-dom e festivi, ore 10-19; lun chiuso
  • Biglietti:
    Intero € 9; ridotto € 6; gruppi/scuole € 6
    Cumulativo con mostra “Marilyn, the last sitting. Bert Stern”: intero € 12; ridotto € 9 euro.
    Chi acquista uno dei biglietti della rassegna Musicastelle in Blue ha diritto alla riduzione.
    Audioguide: € 3, coppie € 5
  • Catalogo:
    Edizioni Forte di Bard, collana “Grandi Mostre”
  • Info:
    Associazione Forte di Bard
    Amelio Ambrosi T. + 39 0125 833824 ufficiostampa@fortedibard.it
    Per l’Italia:
    Spaini & Partners T. +39 050 36042 - spaini.it - guido.spaini@spaini.it -matilde.meucci@spaini.it
    Per la Francia:
    Agenzia Bonne Idée
    Frédérique Delcroix - frederiquedelcroix@agencebonneidee.fr - T +33 (0)1 75 43 72 62

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