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Lotto, Lorenzo

a cura di Redazione, il 25/05/2007

Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Venezia dove avviene la sua formazione artistica, allievo di Giovanni Bellini per alcuni, tra cui il Vasari, per il quale il Lotto, «avendo imitato un tempo la maniera de’ Bellini, s’appiccò poi a quella di Giorgione», ma per i più potrebbe essere stato allievo di Alvise Vivarini, in considerazione della severa monumentalità delle sue prime opere. Tra il 1503 e il 1504 è documentato per la prima volta come pittore a Treviso, dove esegue, nel 1505, il Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi, un protagonista della vita culturale cittadina. L’austera opera, al Museo napoletano di Capodimonte, di saldo impianto plastico e acuta definizione psicologica, denuncia la derivazione antonelliana e dall’arte nordica, mostrando al contempo una personalità stilistica già formata. Un coperto, cioè un pannello protettivo del ritratto, è l’Allegoria del Vizio e della Virtù, ora nella National Gallery di Washington. Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi, 1505, Napoli, CapodimonteIn essa Lotto realizza un’immagine criptica attraverso un’originale elaborazione di motivi allegorici; analogamente, l’Allegoria della Castità del 1505 circa, altro coperto di un ritratto non identificato, presenta al centro una figura femminile in atto di vegliare, mentre un angelo o un genio alato sparge su di lei petali di fiori; sulla sinistra una satiresca si sporge dietro un tronco mentre a destra giace un satiro intento a libagioni; nella donna la voluptas, l’inclinazione al piacere, è attenuata dalla quies, uno stato sospeso di visione purificatrice che è lontano dall’abbandono incosciente al sonno.
Successiva è la grande pala della chiesa di Santa Cristina al Tiveron, frazione di Quinto di Treviso, una solenne Sacra Conversazione del 1505, che, riprendendo come modello la pala belliniana di San Zaccaria, mostra un ritmo compositivo più serrato, sottolineato dell’intrecciarsi degli sguardi e dalle attitudini variate dei personaggi sacri, immersi in una luce fredda e trascorrente, molto distante dalla coeva pittura veneta; il Lotto in questa e nella successiva pittura guarda maggiormente al Dürer e all’arte nordica, soprattutto nel realismo dei particolari, nel patetismo della rappresentazione e nella visione di una natura misteriosa e inquietante.
Con l’Assunta del Duomo di Asolo e il Ritratto di giovane con lucerna, del Kunsthistorisches Museum di Vienna, entrambe del 1506, si conclude l’esperienza trevigiana. Di quest’ultimo si è scoperta l’identità: si tratta di Broccardo Malchiostro, giovane ecclesiastico, segretario del vescovo Bernardo de’ Rossi, come mostrano i fiori di carciofo ricamati sulla tenda di broccato, presenti nello stemma dell’effigiato, e dal gioco di parole dato da BROCCATO - CARDO - BROCCARDO. Anche la lucerna che si intravede in alto a destra, posta in un ambiente scuro oltre la tenda, allude alla fallita congiura ordita nel 1503 contro di lui e il vescovo de’ Rossi. Acquistata in così pochi anni una notevole fama, il pittore è invitato nel 1506 nelle Marche dai domenicani di Recanati, con i quali manterrà ottimi rapporti per tutta la vita. Nel 1508 termina il grande Polittico per la chiesa di San Domenico, ora conservato nella Pinacoteca comunale. In una architettura tradizionale inserisce figure monumentali e inquiete, immerse in una penombra percorsa da una luce che crea forti contrasti.



L’opera chiude il ciclo giovanile dell’attività del Lotto, ormai pittore maturo e consapevole dei propri mezzi. Dopo un breve ritorno a Treviso, nel 1509 è a Roma, chiamato dal papa Giulio II per partecipare alla decorazione dei suoi appartamenti nei Palazzi Vaticani. San Gerolamo penitente, 1509 circa, Roma, Castel Sant’AngeloDel 1509 circa è il San Gerolamo penitente, ora a Castel Sant’Angelo, tema già trattato nel 1506. In questa versione, a contatto con l’ambiente culturale romano, schiarisce la tavolozza, immergendo il santo in un paesaggio meno nordico e più solare, ma non meno inquietante per il carattere antropomorfo di elementi naturali, quali il tronco nodoso vicino al leone o le radici, in forma di mano artigliata, dell’albero che si abbarbica sopra lo sperone di roccia, dietro il santo.
Si dice che l’impatto con la corte pontificia e la grande officina romana, dove lavorano i lombardi Bramante, Bramantino e Cesare da Sesto, i senesi Sodoma e Domenico Beccafumi, Michelangelo e soprattutto Raffaello con i suoi allievi, a fianco del quale dovrebbe lavorare, sia stata sconvolgente per il talentoso ma schivo Lorenzo: lascia Roma nel 1510, e non ne farà più ritorno, iniziando l’inquieto vagabondare che lo porterà in una condizione di emarginazione, tanto provocata che subita.
Tornato nelle Marche, vi è documentato per il contratto firmato il 18 ottobre 1511 con la Confraternita del Buon Gesù di Jesi per una Deposizione nella chiesa di San Floriano, e ora nella locale Pinacoteca e a Recanati, e dove dipinge anche la Trasfigurazione per la chiesa di Santa Maria di Castelnuovo, ora nella Pinacoteca, impostata su modelli raffaelleschi a cui però reagisce mostrando repentini scatti espressionistici e schemi compositivi complessi, con figure in pose macchinose. Il trionfante classicismo romano ha certamente turbato le certezze veneziane e nordiche di Lorenzo ma non lo ha mai convinto ed egli lo sperimenta quasi ad avere la conferma della sua inefficacia.

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