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Giaquinto, Corrado

a cura di Redazione, il 27/09/2006

Personalissimo interprete ed esponente di primo piano delle varie correnti di gusto che nella prima metà del secolo XVIII si intrecciano tra Napoli, Roma, Torino, Corrado Giaquinto (Molfetta 1703 – Napoli 1776) è una delle personalità di maggior spicco nell’ambito del rococò europeo. Giunto a Napoli nel 1719 al seguito di Monsignor De Luca, suo mecenate, dopo l’apprendistato alla scuola di Francesco Solimena, Giaquinto si trasferisce a Roma nel 1723, dove compie il giro delle sue esperienze giovanili a contatto diretto con i grandi testi della tradizione barocca. Nell’ambiente artistico romano, caratterizzato da una pittura relativamente impegnata, non senza spunti di critica sociale e di costume e dalla fortuna di artisti emiliani di tradizione più o meno accademizzante, Giaquinto svolge un’azione di primo piano, ma di opposta direzione: fu il rappresentante più autorevole di una pittura in cui la naturale grandiosità barocca, la preziosità luministica, la scioltezza cromatica conducono ad un impatto diretto con la verità delle cose e dei sentimenti. A Roma Giaquinto realizza lavori decisivi nella sua evoluzione pittorica, tra cui una committenza della Congregazione di San Nicola dei Lorenesi, la volta della Cappella Ruffo nella Basilica di S. Lorenzo in Damaso, la volta e il coro di S. Giovanni Calibita sull’isola Tiberina ed il grande programma decorativo di S. Croce in Gerusalemme. A questo pittoricismo raffinato, decisamente rococò, non sono estranei i soggiorni a Torino, dove l’impatto con l’eleganza scenografica e ambientale delle architetture juvarriane, affranca il linguaggio pittorico di Giaquinto da ogni grevità monumentale in favore di una libertà decorativa che d’ora innanzi si fa sempre più spinta, ma anche sempre più raffinata e preziosa. A suggello di una carriera ormai all’apice, segnata da commissioni prestigiose, viene chiamato nel 1753 a Madrid dal re di Spagna, Ferdinando VI, per ricoprire la carica di primo pittore di corte. Precede di poco questo incarico la realizzazione a Cesena degli affreschi della cappella della Madonna del Popolo in Cattedrale, di cui il Museo di Capodimonte conserva sei dei sette bozzetti preparatori e la pala de La Natività della Vergine nella chiesa del Suffragio, di sofisticata grazia profana. Il soggiorno madrileno impresse nuovi stimoli alla sua creatività che conobbe un’ulteriore magnifica stagione, durante la quale ebbe modo di affermare con l’esempio delle opere, numerosissime, e l’insegnamento all’Accademia di San Fernando, il suo predominio sulla scena pittorica madrilena: quella stessa in mezzo alla quale muoverà i primi passi il giovane Goya, il cui debito nei confronti della più spericolata tradizione tardobarocca italiana e di Giaquinto in particolare, sono a tutti noti dopo le indicazioni di Roberto Longhi. Nelle grandi imprese destinate alla committenza chiesastica, e soprattutto nella spigliata eleganza dei bozzetti, dalla tavolozza iridescente e screziata, rifulgono appieno e liberamente le sue splendide doti pittoriche, il suo uso spregiudicato e stravagante del colore, i “visi verdi e azzurri”, gli iridescenti cangiantismi, la diafana luminosità di porcellana degli incarnati e delle vesti.

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