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Goya, Francisco

a cura di Redazione, il 04/09/2006

Il padre José Goya è un mastro doratore a Saragozza, la madre Gracia Lucientes appartiene a una famiglia contadina abbastanza benestante di nobile origine da poco trasferitasi in quella città. Francisco è il quarto figlio e sarà seguito da altri due. Sull’infanzia e la prima giovinezza di Goya le notizie sono scarse; è noto, comunque, che a tredici anni, nel 1759, entra nell’atelier di un pittore locale, José Luzán, artista piuttosto stimato che aveva studiato per cinque anni a Napoli presso il pittore Giuseppe Mastroleo. In questo atelier rimane per quattro anni e qui conosce Francisco Bayeu, di dodici anni maggiore, che inizialmente ebbe su di lui un certo ascendente. Nel 1763 partecipa al concorso indetto dall’Accademia de Bellas Artes de San Fernando di Madrid, senza ottenere alcuna menzione, come pure nel 1766. Nel 1771 si trova a Roma, con molta probabilità contemporaneamente a Raphael Mengs; sicuramente conosce Giovanni Battista Piranesi, del quale collezionerà le incisioni e che abita nello stesso palazzo Tomati in strada Felice, l’attuale via Sistina, nel pieno di quel crocevia internazionale brulicante di turisti e artisti provenienti da tutta Europa che è piazza di Spagna. L’ambiente romano col quale entra in contatto il giovane Goya è quello che Longhi, in un famoso articolo del 1954, aveva chiamato “cultura di via Condotti”, un’ambiente ancora legato ad influenze rococò ma anche nutrito da istanze classicistiche e neocarraccesche, che da Conca a Benefial improntavano la cultura figurativa romana, e nel quale uno dei punti di riferimento forte era Giaquinto, un’artista internazionale che percorreva l’Europa lavorando per le famiglie reali. Quando Goya si avvicina a questa cultura gli artisti che lavoravano per la chiesa della S.S Trinità degli spagnoli in via Condotti, sono quelli più vicini alla sua formazione che risente sia di Giaquinto che di Mengs.
Nello stesso periodo, nel 1771 invia da Roma un dipinto, Annibale vincitore,che rimira per la prima volta dalle Alpi l’Italia, al concorso dell’Accademia di Parma, ottenendo una menzione speciale ma vince il premio un italiano Paolo Borroni, anche se Goya, come attesta anche il Quaderno italiano, con la presenza di alcuni schizzi relativi alla preparazione di questo dipinto, si era impegnato molto. L’opera rivela come all’epoca l’artista fosse molto in linea con il gusto rococò ma già evidenziasse un’attenzione per i contrasti cromatici e una scioltezza nella pennellata tipiche del Goya più maturo.
Nel 1772 riceve l’incarico per la decorazione pittorica del coro piccolo della basilica del Pilar di Saragozza, e poco dopo riceve altre due importanti commissioni: i dipinti per l’oratorio del palazzo Sobradiel e un ciclo rilevante per la certosa di Aula Dei, vicino a Saragozza.
Nel 1773 sposa la sorella di Bayeu, Josefa (1747-1812), rafforzando così i rapporti con questa famiglia.
Nel 1775 raggiunge Madrid con la moglie e il figlio Antonio Juan Ramon. Il suo primo lavoro documentato a Madrid sono i cartoni per arazzi che gli vengono assegnati grazie alla raccomandazione del cognato, che all’epoca era il sostituto di Mengs presso la Real Fábrica de Tapices de Santa Bárbara; direttori artistici di questa reale istituzione furono sempre i principali pittori di corte, tra i quali Houasse, Amiconi, Procaccini, Giaquinto. Goya riesce a mettersi in luce per la bellezza e freschezza d’invenzione dei suoi cartoni. Inizia in quell’anno la corrispondenza, che durerà una vita, con l’amico Martín Zapater; nello stesso anno nasce il figlio Eusebio.
Appartiene al 1776 una nuova serie di ventinove cartoni per arazzi per la decorazione degli appartamenti del principe delle Asturie al Palazzo del Pardo; la novità di questi cartoni, che spesso rappresentano soggetti a contenuto sociale trattati con estremo realismo è che l’artista riesce addirittura a trasmettere allo spettatore le sensazioni fisiche dei personaggi rappresentati, come è evidente, ad esempio, ne La nevicata.
Data al 1778-1778 la scoperta da parte di Goya dell’opera di Diego Velázquez al Palazzo Reale; da questa nasce una serie di tredici acqueforti che riproducono opere del grande maestro.
L’anno dopo il pittore viene presentato alla famiglia reale; nel medesimo anno si installa a Madrid, nel momento di maggior fulgore dei riformatori illuministi che indubbiamente appoggiarono e influenzarono l’artista.
Dal 1780, con la guerra d’indipendenza americana, terminano le committenze di cartoni per gli arazzi reali. Risale al 1781 l’affresco della cupola di sinistra per la basilica del Pilar di Saragozza; questi affreschi segnano il momento di rottura ufficiale col cognato Francisco Bayeu che ormai Goya considera nettamente inferiore a sé.
Nel decennio 1780 la sua carriera appare ormai consolidata, anche a livello ufficiale e il 1783 vede la presenza dell’artista alla corte di don Luis di Borbone, fratello del re Carlo III, ad Arenas de San Pedro, dove l’infante risiedeva appartato a causa del suo matrimonio morganatico con donna María Teresa de Vallabriga; qui Goya realizza il grande dipinto La famiglia dell’infante don Luis, della Fondazione Magnani-Rocca, una delle manifestazioni più precoci del suo genio; in questa piccola corte viene ben accolto e dipinge oltre al grande ritratto di famiglia anche altri ritratti singoli di grande bellezza. A coronare questi successi personali, nel marzo 1785, Goya viene nominato vice-direttore della Pittura presso la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando.
In questi anni gli incarichi si succedono, inoltre, alla fine del 1784, nasce l’unico figlio che gli sopravviverà, Francisco Javier Pedro. È di quest’anno l’importante ritratto dell’architetto Ventura Rodriguez mentre nel 1785 esegue un luminoso e monumentale dipinto, l’Annunciazione.
Il 1787 è un anno di grande attività: oltre a una serie di famosi ritratti riprende a dipingere i cartoni per gli arazzi reali ed esegue le tre tele per il Convento reale di Valladolid.
Nel 1789 lo scoppio della Rivoluzione francese provocò echi molto significativi in Spagna, governata fin dall’inizio del Settecento da una dinastia borbonica, che, ovviamente, ebbero risvolti anche sull’attività di Goya.
Gli anni Novanta costituiscono un periodo di crisi e di grandi cambiamenti per l’artista. Nel 1792, in seguito a una malattia molto grave, rimane sordo; le opere eseguite successivamente, riflettono una nuova sensibilità, libera da convenzioni e pregiudizi, a cui anche la malattia dovette certamente contribuire.
Lo splendido ritratto de La marchesa de la Solana, 1794-95, ora al Louvre, mostra una nuova straordinaria capacità introspettiva di Goya, esaltata da una audace semplificazione della scena dalla modulazione tonale perfetta; la moda francese viene completamente abbandonata e i ritratti di Goya mostrano ormai caratteri spiccatamente spagnoli: caratteri molto più realistici, talmente lontani da ogni forma di idealizzazione da sconfinare frequentemente in raffigurazioni ironiche, quasi grottesche, al punto da risultare inconcepibili, come nel caso della pittura di Velázquez, a chi non conosce bene l’arte spagnola, tanto da chiedersi come i committenti abbiano potuto accettare un tipo di rappresentazione così cruda.
È, questo, anche il momento in cui Goya si trova all’apice della carriera artistica, sia come riconoscimenti ufficiali, nel 1799 viene nominato pittore di camera, sia come creatività, basti pensare alla geniale serie dei Capricci, creati tra il 1796 e il 1798; queste ottantasei incisioni esprimono con grande libertà tutto l’universo immaginario, critico e formale dell’artista. Sembra che lo scopo principale di Goya fosse quello di accostarsi graficamente al mondo onirico in una prospettiva satirica tipicamente spagnola, così come era stato trattato dal grande scrittore Quevedo nella sua opere I Sogni. Via via che l’artista sviluppa questo tema i sogni diventano “capricci” il cui significato gli permette di ampliare gli orizzonti illustrativi, introducendovi i temi della censura, degli errori e dei vizi umani, come la stregoneria, l’ignoranza, l’interesse. Goya non cade mai nel moralismo, anche se la sua posizione rimane sempre etica, in quanto la sua lucidità è tale da andare al di là dei fatti concreti, singoli, nei quali intuisce significati di valore universale. Baudelaire ha affermato che Goya era riuscito a rendere “verosimile il mostruoso”.
In questi anni la fecondità artistica del pittore raggiunge i massimi livelli in ogni tecnica; infatti è superlativa anche la serie dei Ritratti, come quello del Generale Ricardos, di Francisco Bayeu, della Duchessa d’Alba in bianco, della Marchesa di Santa Cruz, il ritratto di Maria Luisa con la mantiglia, oltre ai cicli di affreschi di San Antonio de la Florida, conclusi nel 1798; anche gli impressionanti disegni dei cosiddetti “Album A” e “Album B” sono di questo periodo.
Dell’inizio dell’Ottocento sono le due celebri Maja nuda e Maja vestita, dipinte per il potentissimo principe ministro Manuel Godoy, come anche il ritratto della Contessa di Chinchón; l’artista gode della protezione del re Carlo IV e della regina Maria Luisa e ottiene molte commissioni, tra le quali una serie di ritratti dei monarchi che culmina col capolavoro La famiglia di Carlo IV del 1800-1801.
Il nuovo secolo non porta certamente la tranquillità a Goya che è costretto a vivere il periodo delle inquietanti circostanze dell’alleanza franco-spagnola.
Nel 1804 Napoleone viene incoronato imperatore, con la conseguente deposizione dal trono e il sequestro della famiglia reale spagnola; è questo, anche per Goya, un periodo particolarmente tormentato, sia durante i sei anni della guerra d’indipendenza contro la Francia (1807-1813), sia durante il periodo della restaurazione dell’assolutismo, seguito alla vittoria della Spagna, che porteranno Goya alla ribellione e all’esilio.
Nel 1810 inizia l’agghiacciante serie dei Disastri della guerra che riflette situazioni vissute molto da vicino dall’artista, con grande partecipazione.
Nel 1812 muore la moglie Josefa, dopo quarant’anni di matrimonio.
Risalgono al 1814 i capolavori Due di maggio e Tre di maggio, ineguagliabili e geniali denunce della mostruosità senza appello della guerra.
Nel 1815, durante il ritorno di Napoleone dei cento giorni, la Compagnia Reale dei Filippini si raduna in presenza del re e Goya viene incaricato di immortalare l’avvenimento.
Del 1816 sono le trentatre tavole della Tauromachia; un’altra serie di incisioni, le Follie, iniziata contemporaneamente non sarà mai portata a termine. L’anno successivo gli viene commissionato dal capitolo della Cattedrale di Siviglia il dipinto Santa Giustina e Santa Ruffina, occasione per compiere un viaggio in Andalusia.
Nel 1819 acquista la casa della Quinta del sordo e lì dipinge alle pareti, tra il 1820 e il 1825, le Pitture nere, cosiddette perché vi dominano le tonalità cromatiche più cupe, che saranno staccate nel 1873 ed esposte a Parigi nel 1878, e successivamente donate al Prado dal barone d’Erlanger. Queste pitture formano un ciclo di quattordici dipinti nei quali la fantasia dell’artista raggiunge la massima libertà espressiva; nei sette dipinti del Pellegrinaggio a San Isidro, il tema della festa popolare diventa il pretesto per rappresentare scene di allucinazione, incerte fantasie minacciose, cariche di angoscia perché emergono da una realtà che non riusciamo a controllare.
Dopo il ristabilimento del potere assoluto e la conseguente repressione, Goya che ha ormai settantasette anni, chiede al re di potersi recare alle terme francesi; il permesso gli viene accordato nel 1824, anno che vede l’inizio dell’esilio volontario di Goya.
L’artista, nonostante la malattia, ha ancora un ‘intensa attività: gli ultimi dipinti sono veri capolavori, tra i quali il Ritratto di Juan Bautista de Muguiro, il Ritratto di Pio de Molina e la Lattaia di Bordeaux, opera, quest’ultima, considerata dalla critica come il canto del cigno di Goya che raggiunge qui una vera dimensione spirituale, anche attraverso una materia pittorica irreale, intrisa di baluginii e riflessi.
Muore a Bordeaux il 16 aprile 1828.

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