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Francalancia, Riccardo

a cura di Redazione, il 20/10/2005

Riccardo Francalancia nasce ad Assisi nel 1886, ma ben presto si reca a Roma. È però la frequentazione del Caffè Aragno, dove incontra i più importanti intellettuali e artisti della città, a lasciar scaturire la vocazione artistica. Già dal 1922, o dagli inizi del ’23, l’assisiate abbandona il suo lavoro in banca per dedicarsi interamente all’arte. Ancora nel 1921, accanto agli artisti dei “Valori Plastici” partecipa alla mostra “Das junge Italien”, una mostra itinerante a Berlino, Hannover, Dresda e (forse) anche Lipsia. Vero autodidatta, Francalancia dipinge senza la mediazione di precetti accademici. Da qui nasce il luogo comune, ricorrente nella critica e già presente in Broglio, di un artista “ingenuo”, sincero e pio, accomunato al Doganiere, Henri Rousseau. Il 1923 è proprio anno cruciale nella produzione artistica di Riccardo Francalancia, anno di svolta che porta alla stagione sua più alta. Nei “Monti di Palestrina” (1923) è infatti già chiara la sintesi a cui lo sguardo dell’artista sottopone la realtà che lo circonda. Accanto a Giotto e ai primitivi italiani, nell’opera di Francalancia emergono anche chiare eco di derivazione metafisica e dechirichiana, evidenti nell’atmosfera di sospensione e attesa propri di opere quali “La stanza dei giochi” del 1928. È come se le suggestioni e gli stimoli degli anni della formazione visiva stessero prendendo forma per concretizzarsi in nuovi modelli. Gli incontri con Rosai, Dottori e de Pisis, che la vicinanza con Anton Giulio Bragaglia e la sua fervida galleria gli consentirono, proprio dal ‘19 al ‘22, lasciarono indubbiamente una traccia sensibile nel suo fare artistico. Una duplice soluzione spaziale accompagna, alternativamente, la carriera artistica di Riccardo Francalancia, che articola i paesaggi attorno a pochi elementi principali, scarni ed essenziali (è questo il caso di “Monti di Palestrina”,1923, “Monti di Colcaprile”, 1927 e “Sella di Colle”,1928), oppure si spinge verso un proliferare di dettagli articolati in una spazialità allargata (come ad esempio “Acrocoro del pappagallo”, 1926, oppure “Paese sui calanchi”, 1927). A partire dagli anni Trenta, però, la prima maniera, più essenziale e plastica, riflesso di una visione sintetica, sarà quasi completamente abbandonata a favore di una rappresentazione in profondità, a perdita d’occhio. Il vertice qualitativo dell’opera di Francalancia si può ravvisare negli anni tra il 1923 e il 1928, o al massimo agli inizi del Trenta. Proprio in questo frangente Francalancia spoglia la natura di ogni racconto, caricandola di una forte plasticità fino a renderla, con la parole di Fabrizio D’Amico, “massa incombente, linea aspra ed essenziale, colore povero e unito, ferrigno”. Francalancia si allontana dalle iniziali “fantasticherie”, approdando ad un diverso primitivismo arricchito di suggestioni storiche. Nell’ “Acrocoro del pappagallo” (1926) ed anche in “Sella di colle” (1928), la natura, su cui Francalancia pone uno sguardo sereno, conquista una sua normalità. Nel 1928 alle “Stanze del Libro” a Roma si tiene la sua prima personale con trentatrè opere tra paesaggi e nature morte. La mostra ha un enorme successo e i quadri di Riccardo Francalancia sono stimati soprattutto, anche secondo la presentazione della mostra che fa Angelo Signorelli, “per la semplicità, la freschezza e l’immediatezza”, che “valgono a placare (…) ogni incomposto moto dell’anima”. Delle opere dell’assisiate la critica contemporanea sottolinea ed apprezza l’idea rasserenante della natura, il silenzio e la quiete, avvolti da un’intensa vibrazione lirica e poetica. Contemporaneamente, un’altra marginale frangia della critica, tra cui ad esempio Corrado Pavolini, scorge invece nelle sue opere una forza diversa, una capacità di riandare all’essenza profonda della natura seguendo schemi astratti, fantastici e fiabeschi. Come un “avviso di irrequietezza, un seme d’incostanza” che dà vita al “realismo magico” proprio accanto all’ormai noto e apprezzato “realismo acquietato”.

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