Special » MiArt 2011

Eve Sussman, Hitchcock Beach Ball, 2005. Courtesy Impronte Contemporary Art

MiArt 2011

Tra tagli e rinnovamenti, si è svolta dall’8 all’11 aprile a Fieramilanocity la 16ª edizione di MiArt

di Luca Maffeo, il 14/04/2011

Finalmente a Milano si osa. Sembrerebbe un grande passo in avanti la decisione di tagliare il numero dei partecipanti per la 16ª Fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea. Dopo il successo di pubblico e di mercato degli ultimi due anni, si è scelto di puntare sulla qualità e sul valore internazionale delle proposte. Contando infatti un totale di 582 artisti presenti, di cui il 46% stranieri, il MiArt, nel labile e talvolta incerto rapporto tra bellezza e business, pretende di rivestirsi gradualmente di una identità propria. Raffinata, elegante, di livello o mediocre, ma con il coraggio di assumersi via via la responsabilità di luogo della cultura, per la quale le gallerie sono, o dovrebbero essere, il veicolo e lo strumento, con chiari intenti non solo espositivi ma anche propositivi. Questo il livello d’internazionalità cercato, e a dire il vero non sempre con buoni risultati, senza guardare poi con occhi di lince al passaporto dei mercanti stessi, poiché, come ha sottolineato il Presidente di Fiera Milano, Michele Perini, «a determinare l’internazionalità di una manifestazione non è la provenienza delle gallerie, ma degli artisti». Il dado è dunque tratto, poi staremo a vedere.

Molta fotografia tra i giovani

Jason Oddy, The UN, New York, USA, 2001. Courtesy Camera 16

In mezzo alla lucentezza del digitale, che la fa da padrone con opere di innegabile alto livello – da Tobias Zielony e Eve Sussman & The Rufus Corporation, a Sissi – il mezzo fotografico attrae molti dei giovani più promettenti, volonterosi di imbarcarsi sulla giusta rotta che, a dire il vero, alcuni di essi hanno già intrapresa. Accorpati in un intrallazzo tematico ed in parallelo a volti già noti, l’intimismo privato di Sandy Kim e le stanze vuote, intrise di pensieri, di Jason Oddy dialogano fianco a fianco con le fotografie d’interni di Massimo Listri, statico, a volte simmetrico, che sembra fuoriuscito dalla scuola tedesca dei Becher.
Di pittura non ce n’è molta. A quanto pare è tutta qualche svincolo più in là, in via Monte Rosa, nella sede del Sole 24ore presso la rassegna AAM (Arte Accessibile Milano). Fatica a prendere piede, appare incapace di risollevarsi dal baratro del già visto, e sono pochi i nomi dei giovani pittori e scultori – Andrei Roiter, Giuseppe Stampone, Gianluca Di Pasquale,Gabriele di Matteo… – i quali, parafrasando Damian Loeb, si limitano a usare la pittura, o la scultura, per dire ciò che hanno da dire, poiché è questo che sanno fare. La qualità, ad alti e bassi non manca; ogni arte è buona, sia la cattiva che la bella, dobbiamo solo scoprire la strada da perlustrare. Emblematica a questo proposito è la video installazione Walkman dell’uzbeko, classe 1965, Said Atabekov, dove un uomo in mezzo alla pianura cammina trascinando il peso di un contrabbasso, forse scappando da ogni sorta di omologazione culturale, o cercando di riconoscere la sua propria che, in fin dei conti, in un mondo saturo di immagini come il nostro, è un problema ricorrente.

Il peso dei giganti

Paul Jenkins, Phenomena Rim of August, 1973. Courtesy Galleria Open Art

Molti sono gli stand zeppi di Fontana, Hartung, Sam Francis, Paul Jenkins e di altri grandi attuali, vedi Miquel Barceló ed Enzo Cucchi, dai quali sembra ancora impossibile trascendere del tutto, affinché si possa parlare di qualità in una fiera ristretta come quella di Milano. La loro lezione è ancora vigente, mai morta e rispondente al collezionismo tipico di questa città. Ma accanto alle fantasie di Enzo Fiore, ormai da tempo sulla piazza, ed ai coriandoli intelati di Davide Nido, l’impronta dei maestri che hanno fatto e che in un certo senso contribuiscono ancora a scrivere la storia, lascia comunque un solco più profondo. Difficile dire quale sia la direzione intrapresa degli eventi ancora in corso, l’unico modo è guardare come essi “stanno al mondo”: «chi mostra – ora – cosa vede? Vede qualcosa?» si domandava indirettamente Emilio Tadini nel suo giallo L’opera (ed. Einaudi, 1980), nella speranza che ogni Piotr Uklanski della situazione non si abbassi mai al livello della mediocrità. Allora sì che si potrà parlare di cultura e di qualità!

Gli eventi del Miart 2011

A corredo della manifestazione una vasta gamma di convegni e incontri a cura di Peep Hole, volti ad indagare gli spazi di confine dell’arte anche in vista dell’Expo 2015. I talk ideati da Vincenzo de Bellis e Bruna Roccasalva, hanno messo a tema le possibilità di integrazione e di fruizione dell’arte in una città come Milano, attraverso il dialogo con la moda, l’architettura e il design (MiArt e/è Milano); largo spazio è stato dato inoltre al dialogo tra pubblico e privato, nelle diverse accezioni di collezionismo, istituzione museale e spazio espositivo (P n’P (Pubblico e Privato)), mentre collezionisti e artisti si sono fronteggiati in un serrato faccia a faccia, quali componenti imprescindibili, gli uni degli altri (One-O-One).
Non si poteva fare a meno, in fine, di un Viaggio in Italia, attraverso la presentazione di artisti di generazioni diverse che hanno dato inizio a progetti itineranti e inerenti alla situazione sociale e culturale del nostro paese, in occasione dei 150 anni di unità nazionale.

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