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Woyzech on the highveld, with Handspring Puppet Company, 1992

WILLIAM KENTRIDGE & MILANO

Dal disegno al teatro e dalla performance al cinema. Da marzo ad aprile 2011 il capoluogo lombardo incontra l’arte del maestro sudafricano

di Luca Maffeo, il 26/03/2011

E meno male che di “opera d’arte totale” abbiamo smesso di parlare! Per lo meno così come lo si faceva fino a qualche anno fa. Poiché se l’idea, nata dalla mente complessa del maestro dell’opera moderna, Richard Wagner, aveva portato a considerare l’arte come il capovolgimento della vita nella sacralità del mito, William Kentridge (Johannesburg, 1955), smentisce ora involontariamente lo storico antefatto e si prodiga per la realizzazione di una forma d’arte che è continuità stessa della vita, intesa come osservazione, ricerca, espressione e gesto. Tutto ciò in cinque eventi, tre mostre e due spettacoli, in cui le forme e i metodi si intrecciano e si completano a vicenda, per una sintesi linguistica che sfocia in modo alterno nel disegno, nel teatro – operistico e non – nel cinema e nei disegni animati. Così l’installazione video "What Will Come has Already Come" alla Triennale (Festival del cinema Africano, d’Asia e d’America Latina/Sguardi altrove; 21-27 marzo); “Il Flauto magico” al Teatro alla Scala (fino al 2 aprile 2011); “William Kentridge & Milano. Arte, musica e teatro” a Palazzo Reale (fino al 3 aprile 2011); “Woyzech on the highveld” al Teatro Verdi (20-21 aprile 2011); e la personale presso la galleria Lia Rumma (fino al 6 maggio 2011), ci riconsegnano all’unisono il nesso di un’opera con il suo creatore, colui che scopre in essa anche una minima parte di se stesso.

Breathe, Dissolve, Return

William Kentridge, I’m not the horse, The horse is not mine, 2008

Immagini che respirano, si dissolvono e ricostruiscono. Brandelli di carta nera smossi dal fiato del vento diventano disegni e sculture, armonizzati dal gesto di un artista dai tratti evanescenti, proiettati sulla superficie corrugata di schermi liquefatti. Accompagnati da un pianoforte a coda, i tre video Breathe, Dissolve, Return (2008), installati nella sala delle Otto colonne di Palazzo Reale, lasciano trapelare fisionomie scisse, in continua diatriba, che mutano e si rigenerano l’una dai frammenti dell’altra. Il corpo d’attore di William Kentridge le traccia, ne percorre la linea che porta alle loro fattezze. Poiché il disegno per l’artista sudafricano è innanzitutto movenza fisica, relazione obbligatoria tra sé e il contesto circostante, al fine di trovare un senso per la propria condizione. Non è una particolare visione delle cose, ma una modalità per non rimanere estraneo alla verità del mondo. E tutto parte da un disegno a carboncino, guidato dal tocco vivace di un pastello blu portato da Londra. Semplici mezzi con i quali, dalla fine degli anni Ottanta, in piena apartheid, Kentridge comincia a mettere mano ai Drawings for Projection. Da Johannesburg, 2nd Greatest City After Paris (1989) a Tide Table (2003), Soho Eckstein, elegante gessato, e Felix Titlebaum – nudo alterego dell’artista, e motore d’infatuazione per la moglie insoddisfatta dell’avido imprenditore –, si richiamano vicendevolmente, mentre oggetti e soggetti si animano, creati su pochi fogli disegnati, cancellati e ridisegnati. Forme che generano altre forme, si trasformano e narrano, seguendo tracce residue di figure preesistenti, le quali, sdoppiate, ritornano le une nelle altre.

William Kentridge, The Refusal of Time, 2011, Indian ink on paper, 55,8x57 cm, Naples, Milan. Photo John Hodgkiss. Courtesy Lia Rumma Gallery Naples/Milan

L’epopea del naso

La piaga del Sudafrica disgregato tra bianchi e neri, evolve nella frantumazione morale del corpo durante la lezione-performance I’m not me, The horse is not mine (2008), con la quale la galleria Lia Rumma ha inaugurato il 19 marzo la personale dell’artista. Accolto da un palcoscenico chiuso da una quinta video e pieno di ironia mimica, rilegge “Il Naso” di Nicolaj Gogol (1836). La vicenda di un uomo che ha perduto il naso si tramuta in un trialogo litigioso tra Kentridge e altre due immagini di sé, proiettate sulla parete retrostante. Egli entra ed esce dall’opera, bisticcia incoerente e dissociato; rincorre il fuggiasco fuori posto. Incontratolo, il protagonista affronta quel minuscolo particolare che, una volta assunto un ruolo sociale più alto del suo, gli nega la parola, in quanto lo considera incapace di reggere la distanza tra la causa e le conseguenze delle proprie decisioni. “Io non sono me, il cavallo non è mio” aveva pronunciato il luogotenente di Lenin Nikolaj Boukharin, davanti al Comitato centrale del Partito Comunista, preoccupato per la propria vita; una frase utilizzata a discolpa di una responsabilità presa e non mantenuta. È il dramma del ricongiungimento, di un uomo diviso che cerca di ritornare completo, anche della sua più infima parte. Kentridge scava tra le macerie, cerca i pezzi di uno stato fisico e mentale unitario.

Tra arazzi, disegni, e video, la mostra continua con una processione di ombre. Ritratti e autoritratti sono accostati a sculture bronzee. Epopea di un naso sopra un cavallo di prestanza goffa, leggiadra o stilizzata: in disaccordo, ma legato alla memoria del suo significato.

La lezione del teatro

William Kentridge, The Refusal of Time, 2011, Indian ink on paper, 55,8x57 cm, Napoli, Milano. Photo John Hodgkiss. Courtesy Lia Rumma Gallery Naples/Milan

Mimica e gestualità recitativa, quali tratti disegnativi indistinguibili, aprono dunque le porte all’accompagnamento musicale; e a dir teatro ci si mette poco. Un insieme linguistico e formale coltivato nel biennio 1981-1982, durante la frequentazione dell’École du Théâtre Jaques LeCoq di Parigi. Tornato in patria inizia una lunga collaborazione con alcune compagnie sudafricane, sia come regista che come attore. È una passione profonda quella per la scena, un luogo interattivo tra diverse discipline fluite in una singola forma. Dal disaccordo si passa così all’accordo delle immagini, anticipato il 15 marzo a Palazzo Reale da un concerto-performance a quattro mani di Philip Miller e Idith Meshulan, poi replicato il 19 marzo con Vincenzo Pasquariello, dei quali il piano-forte ha assecondato con vivace sequela una video-performance dell’artista. Armonia e contraddizione riprendono da Sarastro, prete della luce che cammina sulla via della conoscenza, e la Regina della Notte, entrambi primi protagonisti del Flauto Magico di Mozart. L’Opera del 2005, dalle scenografie video-proiettate, ha come substrato culturale la colonizzazione bianca d’inizio ‘900 del sud-ovest africano, e converte il disegno da positivo in negativo, eseguito da Kentridge con pastello blu su sfondo nero ed in fine animato. Da Soho a Felix e da Sarastro alle labili marionette di Woyzech (in scena con la Handspring Puppet Company), ogni forma di antiapartheid non avrebbe luogo senza l’ardua lotta compiuta da ogni uomo per non perdere se stesso. Legato all’ultimo brandello di coscienza rimasta, tra la frantumazione dei corpi e il subbuglio della memoria.

    Scheda Tecnica

  • William Kentridge & Milano. Arte, musica e teatro
    fino al 3 aprile 2011
    Palazzo Reale, Milano
    Info:Tel. (+39) 0230076255
    giulia.zanichelli@24orecultura.com
  • Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina / Sguardi Altrove
    fino al 27 marzo 2011
    Triennale, Milano
    Info: Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina
  • William Kentridge
    fino al 6 maggio 2011
    Galleria Lia Rumma, Milano
    Info: Galleria Lia Rumma (info@liarumma.it)
  • Die Zauberflöte (Il Flauto Magico)
    Teatro alla Scala, Milano
    Musiche: Wolfgang Amadeus Mozart
    Regia: William Kentridge
    Scene: William Kentridge e Sabine Theunissen
    Repliche: 26 e 30 marzo, 1 e 2 aprile
    Info: Teatro alla Scala
  • Woyzeck on the Highveld
    20 e 21 aprile 2011, ore 21
    Teatro del Buratto/Teatro Verdi, Milano
    da Woyzeck di Georg Büchner
    Regia e animazione: William Kentridge e Handspring Puppet Company
    Info: Teatro del Buratto/Teatro Verdi

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