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Un arcanista in viaggio nel tempo: intervista con Alberto Cirà

di Bianca Röhle, il 16/09/2006

Abbiamo incontrato l´artista fiorentino Alberto Cirà in occasione della mostra "Sculture e dipinti", allestita in questi giorni presso il Museo Archeologico e la Sala Costantini di Fiesole. Un incontro ricco di stimoli, condensati nell´intervista che vi proponiamo.

D: Sul piano estetico per te è estremamente importante allo stesso tempo di non invadere lo spazio del museo, di riprendere da un punto di vista cromatico gli elementi più significativi – come la grande cista funeraria che diventa un emblema del tuo intervento, di tutto il percorso alchemico. Senti l’appartenere a questo luogo al di là di una questione estetica?

Cirà: I musei archeologici sono diventati negli ultimi anni un elemento di riferimento figurale per me. In un rapporto con l’oggetto restante, con quello che rimane, col processo della invetratura o della invetrinatura che è proprio dei musei archeologici. Sono i pezzi quelli ai quali rispondo. Adoro la catalogazione, l’indeposito.

D: La morte e la rinascita della materia come allegoria della vita che trova un luogo ideale nel museo archeologico. Parlando della forma delle tue opere è proprio – a parte i colori che nell’opera alchemica costituiscono l’espressione allegorica del “percorso conoscitivo” che dal nero (nigredo) vanno al bianco (albedo) al giallo (xanthosis) e al rosso (rubedo) e rappresentano la morte e la rinascita – è il trattamento della tela che suggerisce il passare del tempo. La tela screpolata manifesta tracce del passato, ma resiste alla distruzione. Esiste oggi, è sempre esistito ed esisterà sempre. “La padronanza del tempo é un argomento essenziale della tua arte?”

Cirà: Ritengo il tempo un percorso conoscitivo, mi è molto difficile padroneggiarlo. In questo il museo archeologico però mi asseconda perché c’è il tempo inattivo dei manufatti, è un museo delle funzioni perdute. Spesso si trattava di funzioni rituali scandite nel tempo. In questo lavoro sul percorso alchemico ho visto passare il tempo, starmi accanto. E i lavori stessi segnavano il tempo. Quindi il tempo è stato collegato alla difficoltà di esprimere il colore. Il rosso è impaziente, il verde permalosissimo, e con gli altri ho dovuto prendere appuntamenti meno impegnativi.

D: Cirà non è solo nel suo ricorso all’alchimia. La Biennale di Venezia ti ha dedicato una sezione circa vent’anni fa che dimostrò che tanti artisti del 20° secolo erano attratti dall’argomento. Da dove nasce il tuo interesse per l’alchimia, qual è secondo te il suo rapporto con l’arte contemporanea?

Cirà: Nell’alchimia ogni materia del processo trasformativo è un embrione. Sta alla disposizione d’animo dell’operatore farlo crescere. Questa disposizione è un elemento dell’operazione. Come l’osservazione dell’uomo è un elemento costitutivo della realtà elementare. Tra i fumi resinosi della materia in trasformazione veniva modificato il corpo sottile dell’alchimista. E questa attenzione simultanea all’interiorità e all’opera esteriore si riflette nel mio processo creativo. L’oggetto che si viene creando è in funzione di chi lo osserva nella sincronicità del loro rapporto. È impossibile scindere l’osservatore e l’oggetto osservato. E questo potenziale di interazione attribuisce come nell’alchimia all’opera un grado rudimentale di coscienza. Quindi nell’arte contemporanea è necessario chiedersi come si posa lo sguardo sugli oggetti prodotti. Nel processo creativo si modificano sostanze e si producono fenomeni materiali esistenti a priori. Oggi la creazione contemporanea deve chiedersi se siamo solo un tramite.


["Rame" di Alberto Cirà (tecnica mista)]

D: Un altro aspetto molto bello al quale accenna Arturo Schwarz è l’impossibilità dell’alchimista di raggiungere il suo scopo che diventa segno “dell’ambizione del suo sogno”. Qual è il tuo sogno?

Cirà: Che il bianco, il nero, il verde, il rosso, il giallo e l’oro la notte sognino me.

D: “L’alchimista e l’artista condividono la stessa ambizione: fare per conoscere, conoscere per trasformare. Se stessi e il mondo.” Tu credi che l’arte o l’artista possa influenzare il mondo?

Cirà: Dipende dalla loro visibilità.

D: L’alchimia era sovversiva, pericolosa anche perché rovinava tante adepti economicamente, ma soprattutto era esoterica ed elitaria, comprensibile a pochi. La tua arte è ermetica, o meglio non si rivela al primo impatto. Bisogna avvicinarglisi con pazienza e curiosità, dedicarle tempo. Una scelta radicale per un’artista oggi – dove la figurazione, la facilità di accesso attraverso immagini scioccanti o semplicistiche e dirette dominano la cultura espositiva. Tu hai scelto una strada ardua, silenziosa, interiore. Qual è il tuo rapporto con il lato più mondano dell’arte, più esteriore e pieno di compromessi?

Cirà: Alle nove di mattina entro nello studio e alle sette di sera esco dallo studio.

D: Una domanda un po’ polemica: l’idea dell’alchimista di trasformare la materia in oro potrebbe essere simbolo per l’attuale mercato dell’arte: secondo te il mercato dell’arte induce molti artisti a cercare una via troppo facile per trasformare le loro opere in oro?

Cirà: Ride…

D: “Il filosofema della padronanza del tempo trova riscontro, a livello iconografico, nelle opere degli artisti di ogni epoca e tradizione … In questo contesto trovano la loro espressione iconografica anche … il tema del giardino, espressione della conciliazione tra natura e cultura, che rimanda all’età aurea.” (Arturo Schwarz)
Il tuo percorso alchimistico porta attraverso il museo archeologico ad un’installazione ispiratasi al fascino misterioso del parco di Villa Demidoff. Ognuna delle due mostre è indipendente dall’altra, ma c’è comunque un’importante nesso tra le due: L’Alchimia e il Parco di Villa Demidoff sono strettamente legati attraverso la persona del Granduca Francesco I de’ Medici. Si tratta di un caso o è proprio questo principe intellettuale del ‘500, personaggio schivo e difficile, che ha ispirato la tua opera?

Cirà: Credo che Francesco I all’interno della famiglia dei Medici rappresenti il punto più alto. Un uomo che alla fine del ‘500 pensa di crearsi un lunapark personale servendosi di ogni possibile processo simbolico e allegorico sia una figura straordinariamente contemporanea, il Michael Jackson del Manierismo. L’ispirazione però non viene dal sogno realizzato di Francesco ma dalle rovine del suo paradiso artificiale, dalla memoria.

D: Io ho l’impressione che tu nonostante l’apparenza sia un’artista di tradizione figurativa. Le tue tele sul parco che al primo impatto possono sembrare informali diventano ritratti dalla natura se uno va a trovare i luoghi rappresentati. Un gioco di percezione. È così?

Cirà: Più che di figurazione parlerei di impressionismo. I paesaggi naturali che descrivono Pratolino sono le impressioni immaginarie delle mie visite al parco. Nel giardino è rimasto anche un’emanazione di quelle che erano le fabbriche costruite dal Buontalenti. Quindi più che di figurazione parlerei di contorni sfocati, cioè della combinazione percepita attraverso i colori, attraverso tutte le tonalità del verde.

D: Secondo una tua teoria nella nostra società esistono soprattutto trasmettitori, quasi nessuno sa o vuole ascoltare i messaggi. Ma come artista non hai scelto proprio il mestiere del trasmettitore? Quali sono i messaggi che ascolti, quali quelli che vuoi trasmettere?

Cirà: Si, è vero che oggi tutti hanno imparato a trasmettere perfettamente, sono dei telegrafi. Il mio ruolo non è però quello del trasmettitore, io assorbo, percepisco, guardo. Oggi esiste soltanto un principio nella nostra realtà sociale: la presunzione di avere il diritto alla visibilità. È questa la causa della trasmissione continua delle persone.


Biografia di Alberto Cirà

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