Zoom » Alberto Sughi: testimone dei nostri tempi e artista universale

Alberto Sughi: testimone dei nostri tempi e artista universale

Un’analisi dell’arte del maestro cesenate, un intellettuale consapevole che – come ha scritto Arturo Carlo Quintavalle – ha sempre sentito « … la necessità di dipingere in modo nuovo, fuori degli schemi, fuori del cubismo analitico o sintetico e fuori del realismo, anzi dei realismi e soprattutto fuori dei realismi post-zdanoviani»

di Angelo Pinti, il 01/07/2006

Avvicinarsi all’arte di Alberto Sughi attraverso un paragone con i suoi colleghi contemporanei è scelta comprensibile, ma destinata ad avere esiti solo parziali, tanto sono personali le scelte artistiche del grande pittore cesenate. “Personali” non nel senso di “avulse” da qualsiasi contesto e influenza: sarebbe una tesi assurda, oltre che non vera. Sughi stesso ha dichiarato di essere stato influenzato da Guttuso, dal Gruppo del Portonaccio o dal Realismo Esistenziale.

Ma – come ha osservato Arturo Carlo Quintavalle – ha anche sempre sentito «… la necessità di dipingere in modo nuovo, fuori degli schemi, fuori del cubismo analitico o sintetico e fuori del realismo, anzi dei realismi e soprattutto fuori dei realismi post-zdanoviani». In “Intervista ad Alberto Sughi” di Biagio Dradi Maraldi (nerosunero, dublin, 2005), l’artista spiega con rigore e lucidità le ragioni della propria autonomia artistica. È un passaggio che merita di essere citato per intero: «A guardar bene, e qualcuno l’ha già fatto, si vede che alcune esperienze astratte o informali sono state da me attentamente osservate, tanto da avere lasciato più di una traccia nel mio lavoro. Avendo operato in un clima culturale nel quale si era affermata la centralità di queste tendenze, l’interesse mi sembra del tutto naturale, anche se non posso parlare di vero coinvolgimento».

«D’altra parte – precisa Sughi – si deve ricordare che l’astrattismo non voleva apparire solo come una tendenza dell’arte contemporanea; ma anche, e soprattutto, come una rivoluzionaria e affascinante teoria estetica: la pittura affrancata da ogni ipoteca morale, illustrativa o didattica, avrebbe potuto finalmente svelarsi nella sua essenza; senza più l’obbligo di dover rappresentare il mondo, diventata speculare solo a se stessa la pittura poteva finalmente alzare la bandiera dell’arte per l’arte».

Dopo la premessa ineccepibile sul piano storico, l’affondo critico, lucido e affilato come una lama, forse anche un po’ “scomodo”: «Molti si aspettavano una purezza mai prima raggiunta, una bellezza mai prima rivelata. Ma questa teoria sembra far parte delle tante illusioni che la fiducia nel progresso aveva alimentato, nei campi più disparati, all’inizio del nostro secolo. Il sospetto, quantomeno il sospetto, ha frenato ogni mia possibile adesione».

In queste parole c’è l’essenza di Alberto Sughi artista e uomo, il suo rigore intellettuale. Una qualità che funge da pietra angolare di tutto il suo lavoro e ne garantisce la coerenza poetica. La stessa che rende credibile la continua tensione di Sughi verso il nuovo, la sua disponibilità alla rilettura critica del passato. Fuori degli schemi, ma senza “atteggiamenti”. Cercando di carpire quel po’ di verità umana che è l’unica vera missione della vera arte.

Immagine:
Copyright Alberto Sughi by SIAE

stampa pagina stampa solo testo Segnala l'articolo Ascolta con webReader