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Velasco Vitali, Sbarco, 2010, bronzo, alluminio e acciaio, 260x90x1450

VELASCO VITALI. SBARCO a Milano

Dopo Pietrasanta l’artista bellanese fa scalo a Milano, per una mostra cittadina divisa tra le sale di Palazzo Reale e la piazza antistante la Stazione Centrale

di Luca Maffeo, il 16/11/2010

Aveva iniziato con il disegno Velasco Vitali (Bellano, 1960), e nel disegno continua la sua strada, intriso nella memoria dei luoghi a lui cari, unici maestri della sua formazione autodidatta. L’inconfondibile tratto della sua mano lo si può incontrare oggi al varco che delimita le mai troppo chiare differenze tra l’essenziale disegno e la palpitante scultura. Ed ora riesce a stupire la sua Milano come lo fece per la prima volta quasi trent’anni fa, aggraziandola della grezzezza e della genuinità dei materiali umili da cantiere, che da sempre caratterizzano gli oggetti, le persone e gli animali che vivono le sue rappresentazioni. Autentiche grafie della vita dell’uomo.
La mostra “Sbarco” - visitabile fino al 3 dicembre 2010 - approda nel capoluogo lombardo con un percorso che unisce idealmente le auree sale di Palazzo Reale e la Piazza del Duca d’Aosta, riconsegnando la città alla sua storia, quale punto di passaggio, d’attesa e peregrinazione.

Sbarco: i tratti dell’infinito

Velasco Vitali, Kitezh, 2010, bronzo in patina d’oro 24 k, 170x105x91 cm

Non si sa bene se stiano per partire o se siano appena arrivati, certo è che quei due uomini bronzei che sorreggono una sottile e metallica barca di 15 metri, installata davanti alla Stazione Centrale, sono i protagonisti di un viaggio senza sosta. Sono sbarcati, ed è sicuro che ripartiranno così come sono, costitutivamente peregrini, avvolti nella precarietà del loro essere indefinito. Come i volti di Giacometti, imperfetti e abbozzati, i due viaggiatori percorrono momento dopo momento i passi della loro marcia; probabilmente in fuga, ma certi della traiettoria che stanno seguendo.
Non siamo lontani dal disegno, il mezzo espressivo prediletto dall’artista per il suo carattere di “non finitezza”. Ogni volta che sembra aver trovato qualcosa, Velasco Vitali riesce a scovarne l’implacabile tensione originaria che lo anima. Così, questa doppia scultura dalla valenza simbolica si riflette sulla vita di tutti quei passanti che vanno e vengono per le vie della stazione, nel mentre la superficie lucente dell’opera cattura il loro riverbero, e di esso si anima.

La virtù del capobranco

Con un salto di quattro fermate metropolitane, la via espositiva si sposta a Palazzo Reale, le cui sale sono state invase da sessanta cani randagi. Accucciati e girovaghi gli esemplari di diverse razze si godono il nuovo giaciglio, momentaneo rifugio del loro interminabile vagabondare. Emigranti da chissà quali luoghi, portano come unica traccia della loro identità i nomi di Agyra, Antipoli, Craco, Ironton, Palcoda, Steins, nomi di città fantasma, ormai dimenticate e inesistenti. Sono nati dal nulla, volonterosi di affermare la propria esistenza, e vivono della materia: “come case abusive, con rete metallica, o tondino e cemento schiaffato a cazzuaolate” (Luca Doninelli Extramoenia, 2004) interagiscono con gli spazi, chi intrepido e curioso e chi dormiente nelle stanze adibite a casolare. Altri si inerpicano su improvvisati piedistalli (Bechyovinka, 2008), ma tutti si lasciano ammirare nella leggerezza delle pose sinuose; agili anche se fatti di composti catramosi, di pece, bronzo, ferro e calcestruzzo. Pare che Velasco li abbia trovati e, poiché troppo ben definiti, li abbia fatti deperire e arrugginire in una vasca d’acqua, come faceva per eliminare dal colore dei disegni quel sintomo di eccessiva compiutezza.
Davanti all’ingresso, nel Cortile d’Onore, posato al colmo di un piedistallo in marmo bianco, si erge solo e statuario Kitezh il capobranco. Un essere dall’aspetto imperituro, ieratico e ricoperto di foglia d’oro. Alla vitalità del branco oppone i silenzi e le solitudini di chi le può soffrire senza affanno, oppure di chi con orgoglio vive dell’inganno.

Velasco Vitali, Senza Titolo (Attesa II), 2010, tecnica mista su tela, 400x750 cm

Una folla in attesa

Quella di Velasco Vitali è in fin dei conti è un’estetica che “non risolve”; sia che si tratti di pittura o di scultura lascia viva l’eco della speranza. Egli è un artista che evoca delle verità la cui potenza è più forte della narrazione e trascende i mezzi con cui sceglie di esprimerla. Alter ego del branco e contrappunto tematico alla mostra, nelle sale d’ingresso e di uscita sono allestite due grandi tele (Senza titolo (Attesa I); Senza titolo (Attesa II), 2010), nelle quali una folla immane di individui scorre accalcata davanti allo sguardo indagatore di chi osserva. Pittura, scultura e realtà sono uniti nella veridica immagine dell’attesa. Il vuoto e il silenzio lasciano spazio all’indagine profonda sul mistero dell’uomo e del suo destino. La linea dura del disegno, si riflette qui nelle opposizioni contrastanti tra toni scuri e chiari, che demarcano la silhouette delle figure dipinte. Le forme sono in-finite e la traiettoria è sempre la stessa, poiché non c’è conflittualità tra i mezzi di Velasco Vitali, “ha solo bisogno che tra essi si stabilisca un’assoluta complicità” (Giovanni Testori, 1984).

    Scheda Tecnica

  • Velasco Vitali. Sbarco a Milano
    fino al 3 dicembre 2010
  • Curatori:
    Fernando Mazzocca, Francesco Poli
  • Sedi di Milano:
    Palazzo Reale (Piazza Duomo, 12)
    Stazione Centrale (Piazza Duca d’Aosta)
  • Orario di apertura:
    lun, ore 14.30-19.30; mar-dom, ore 9.30-19.30; gio, ore 9.30-22.30
  • Biglietti:
    Ingresso libero
  • Catalogo:
    “Velasco Vitali. Sbarco a Milano”, a cura di Fernando Mazzocca e Francesco Poli, fotografie di Oliviero Toscani, ed. Skira, Milano, 2010
  • Info:
    Ufficio Stampa Mostra
    adicorbetta
    stampa@adicorbetta.org
    skype: adicorbetta stampa
    Tel. (+39) 02 89053149
    Ufficio Stampa Comune di Milano
    Elena Conenna
    elenamaria.conenna@comune.milano.it
    Tel. (+39) 02 88453314

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