Special » Conversazione con JULES MAIDOFF

Jules Maidoff. L'onda, olio su tela, cm 90x90, 2008

Conversazione con JULES MAIDOFF

Il 18 novembre a Firenze inaugura il Palazzo ‘Jules Maidoff for the Visual Arts’. L’intervista esclusiva rilasciata ad Artelab dal maestro americano, a cura dello storico dell’arte Elisa Gradi

di Elisa Gradi, il 12/11/2010

Incontro Jules Maidoff nel suo studio fiorentino, qualche giorno prima dell’inaugurazione del nuovo Palazzo “Jules Maidoff for the Visual Art”s in Via Sant'Egidio a Firenze, evento reso possibile grazie alla scuola d'arte americana SACI Studio Art Centers International. Circondati da una galleria ricca di quadri, dove cronaca e sentimento si intrecciano in racconti appassionati di segno e colore, radicati nella vita, nella storia di un uomo interamente votato alla creazione artistica, iniziamo a parlare dei suoi primi ricordi legati al mondo dell’arte. Così Maidoff colora le memorie della sua infanzia trascorsa nel Bronx con le immagini delle antiche xilografie che illustravano il Libro dell’Esodo; ed a queste associa la forza evocativa degli antichi riti ebraici, per introdurre la prima, fondamentale esperienza del potere della creazione dell’immagine, che lo porterà agli studi artistici, prima al liceo, poi all’università, e così alla vincita della fortunata borsa di studio che lo porterà in Italia per la prima volta, nel 1956, segnando il destino di un definitivo ritorno.

Maestro Maidoff, la sua ricerca l’ha portata a stabilirsi definitivamente in Italia, da un ambiente così stimolante e cosmopolita come la New York degli anni Settanta. Cosa le appartiene di questo paese tanto da eleggerlo come seconda patria? L’Italia, nonostante la sua progressiva perdita di importanza quale centro propulsore dell’arte contemporanea, è ancora capace di trasmettere un messaggio di bellezza che può parlare all’artista del nostro tempo?

Nasce quando avevo ventidue anni, ed i miei professori mi consigliarono di fare la domanda per il Fulbright Program, una borsa di studio che mi avrebbe consentito di viaggiare. Nella mia famiglia sono stato il primo ad avere la possibilità di un’istruzione superiore, e di frequentare l’università. Ero assetato di conoscere altre culture: ho accettato il consiglio dei miei professori, ed ho fatto quella domanda. Ho vinto e sono partito per l’Italia, arrivando a Firenze nel 1956. Poi sono ritornato, per stabilirmi definitivamente, nel 1973. L’Italia ha una grande storia, che parla ancora oggi. Ha avuto grandi stagioni artistiche, e grandi protagonisti nei movimenti di avanguardia. Forse con meno successo, meno fama. Ma questo è un altro discorso, che nulla toglie al valore del loro contributo.

Jules Maidoff. La spiaggia a Brela, cm 90x90, 2008

Nei suoi dipinti è spesso leggibile un contenuto etico molto forte. Vi è il valore della testimonianza, di condivisione, anche sofferta, densa di implicazioni allegoriche della condizione umana nel nostro tempo. Un’arte che, in un termine novecentesco, si sarebbe detta “di impegno”

Parto sempre dalla mia esperienza personale, dai miei sentimenti, per poi estenderne i contenuti ad un livello più generale. Non so se può dirsi impegno, i miei quadri rispecchiano la mia vita, sono tasselli della mia autobiografia. Posso però dire che il mio obiettivo è portare la gente a pensare. Motivo per il quale ho utilizzato e utilizzerei ogni mezzo. Spesso, nei miei dipinti, ho parlato di violenza. Violenza che spesso è mascherata come un gioco. Vedo che intorno a noi c’è moltissima violenza, e voglio trovare la mia via di espressione per descriverla, sperando che chi guarda i miei quadri possa comprendere il mio sentimento.

Eppure il successo di molti artisti contemporanei pare puntato quasi esclusivamente sul gioco, sulla spettacolarizzazione, sulla ricerca della provocazione a tutti i costi. Quanto è importante per un artista mantenere salda la propria espressione individuale, tenere fede al proprio sentire, a dispetto delle “mode” dell’arte?

È facile dirlo in realtà, ma difficile vivere un percorso individuale. Siamo circondati da un mondo di tendenze, di mode, ma ciò che dico con forza è che io devo seguire la mia strada, perché altrimenti sarebbe solo artificio, e nessuno mi capirebbe. Questo è un messaggio che ho trasmesso ai miei allievi. Ci sono tanti grandi pittori che sono falliti commercialmente, così come pessimi pittori che hanno avuto fama internazionale. Oppure grandi artisti che hanno avuto il meritato riconoscimento. Niente è detto, niente è stabilito. I giovani artisti devono avere la consapevolezza che oggi la loro bravura non li porterà automaticamente al successo. Ma qualsiasi obiettivo riescano a raggiungere, è importante che lo raggiungano con il proprio lavoro, con il frutto del proprio pensiero. Questo è il motivo per cui leggevo loro alcune riflessioni di Francis Bacon per esempio, o di Ben Shahn, o di altri grandi artisti che si chiedevano: se ciò che esprimi non è veramente tuo, se non ti appartiene nel profondo, perché si dovrebbe fare? L’artista è un creatore, fa nascere qualcosa che gli deve profondamente appartenere. Se così non è, si rende responsabile di far nascere qualcosa con la morte già dentro. Quale senso può avere? In fondo, se è una questione di soldi, si può guadagnare molto di più facendo altre attività!

Jules Maidoff. Voyeurs nello studio, tecnica mista su pannello di legno, cm 60x82, 2009

Questo ci introduce subito ad una riflessione sul sistema dell’arte contemporanea, ed il business che ne deriva…

Noi stiamo vivendo nel mondo che Carlo Marx, nel 1850, aveva definito come tardo capitalismo. Una piccola parte della popolazione che riesce a controllare tutto, compresa la sfera della creatività: arte, letteratura, giornalismo, comunicazione. E tutto diventerà prodotto. L’unica misura di qualità è data dal risultato economico, se vendi, sei valido. Marx aveva già visto tutto, il nostro mondo era prevedibile.

La preparazione, l’educazione alla tecnica. In molti ambienti dell’arte contemporanea pare perso l’antico significato di Techne, quel connubio fra sapienza teorica e pratica, per ridurre l’esecuzione, come dice Lewitt, ad un “affare superficiale”. Quanto, e se, è invece importante, per un artista contemporaneo, riappropriarsi dell’antico concetto di tecnica?

Non mi piace l’arte virtuale, proprio perché non c’è fisicità. Quando stiamo di fronte a grandi capolavori creati da Rembrandt e Leonardo, o Picasso, sappiamo bene che l’autore, fisicamente simile a noi, vicino a noi, lo ha creato. L’autore, fisicamente, stava esattamente dove stiamo noi, di fronte all’opera. E da questa prospettiva ha dato vita all’opera, rendendo viva la materia. C’è in questo pensiero l’importanza di un impulso, anche fisico. La materia fa parte dell’esecuzione di un concetto; io sono convinto che l’arte non derivi da una serie di movimenti programmati, l’artista, come l’essere umano, non è un robot. C’è un bellissimo filmato di Picasso che lo ritrae con un carboncino in mano, di fronte ad una enorme tela vuota, mentre la guarda, poi tocca il colore, e torna a rivedere il segno sulla tela. Si capisce che sta sentendo il rapporto fisico fra questi due elementi. È un atto che non si può programmare, si può rivedere un’opera, aggiustarla, cambiarla, ma non programmarla freddamente.

Jules Maidoff. Compleanno, olio su tela, cm 100x100, 2010

Si può dire che c’è una grande energia fisicamente percepibile intorno all’opera d’arte?

L’opera d’arte è molto più di un concetto! Certi artisti si comportano come ingegneri, come produttori di oggetti, e possono anche avere molto successo. Si ma l’anima dov’è? Io non la sento. Se non c’è l’esecuzione fisica dell’artista, sento la freddezza di queste opere. Sarò anche un dinosauro, ma per me ciò che non è creato con le proprie mani non è legittimo. Non voglio dire che alcune di queste realizzazioni siano prive di fascino. Ma si tratta di qualcosa di completamente diverso da ciò che faccio io. Come dire, dovrebbero appartenere a diversi palazzi di esposizione: non per una questione di importanza, ma solo per separare gli ambiti. Separare l’arte dalla decorazione e dalle altre sfere di creatività. Nel Rinascimento gli artisti sapevano benissimo come separare, anche nell’ambito della propria opera, la produzione artistica da quella decorativa. Oggi questo concetto pare essere molto confuso.

Il confronto con la critica d’arte: su di lei troviamo moltissimi saggi e pubblicazioni. Ma quale il suo rapporto con la critica d’arte? Quando sente che il suo lavoro viene effettivamente percepito da chi si occupa dell’esegesi della sua opera?

Nel mio percorso artistico ho incontrato molti critici, con qualcuno ho anche avuto una forte amicizia. Mario de Micheli, che si è occupato del mio lavoro, era un uomo di intelligenza ed apertura enormi. Scriveva sull’arte contemporanea ma era anche un grande esperto di arte antica, in particolare di scultura del XVIII e XIX secolo. Così come Laura Castro, con la quale ho pubblicato un libro di conversazioni. Tanto per fare alcuni esempi, ma ho avuto molti critici con i quali mi sono trovato bene. Del resto, torniamo al discorso del mondo dell’arte: oggi ci sono moltissimi critici che seguono prima di tutto il business, quindi si fanno sostanzialmente portavoce di un prodotto, uno strumento di vendita del mercato. Il mondo oggi è pieno di critici d’arte, che talvolta scrivono in un linguaggio incomprensibile, autoreferenziale, o diretto solo ad una ristretta cerchia di persone. Comunque, ciò che non mi piace di alcuni critici d’arte è che scrivono soltanto ciò che interessa a loro principalmente, senza alcun legame con la pittura dell’artista ed il suo pensiero.

E per quanto riguarda invece il rapporto con i mercanti d’arte?

Quando ero molto giovane, feci la mia prima telefonata ad una galleria d’arte molto importante di New York, sulla 57th Avenue, la ACA Gallery, chiedendo un appuntamento per mostrare il mio lavoro. La galleria era molto importante, rappresentava molti dei più grandi pittori americani, come William Gropper, Ben Shahn, e molti altri, più o meno figurativi, più o meno di sinistra. Il gallerista mi dette subito un appuntamento, ed io portai a mano diversi quadri. Gli piacque il mio lavoro, e mi promise di esporre una mia opera, come giovane promettente, nella sua prossima mostra. Oggi per un giovane pittore è difficilissimo avere un approccio così diretto con una galleria. La proposta è così incrementata, che è impossibile per un gallerista poter guardare tutto il materiale che gli viene offerto. La verità è che dal miracolo economico è derivata un grandissimo numero di artisti. Vogliamo chiederci perché? Perché ci sono così tante più gallerie, tanti più collezionisti? E’ il mercato, è il business che ha dettato le regole.

Jules Maidoff. Lo studio, di nuovo!, olio su tela, cm 60x85, 2010

La fede nel valore della creazione artistica la porta, nel 1975, alla fondazione di una scuola internazionale d’arte, la SACI. Quanto è stato stimolante, per lei, il rapporto ed il confronto con i giovani talenti ansiosi di trovare una propria via di espressione? Come consiglia loro di muoversi, da giovani artisti, nel mondo e nel mercato dell’arte?

La prima domanda che rivolgo a ciascuno dei miei allievi è: cosa vuoi tu dall’arte? Qual è il suo compito, per te? Cerco di farli riflettere sul fatto che qualsiasi persona, anche la più ignorante, è capace di vedere il valore estetico di un’opera d’arte. In più, riflettiamo insieme sul concetto, ereditato dal passato, dell’artista-autore. Il sistema dell’arte oggi in realtà porta una grande confusione: oggi basta essere vincenti, anche utilizzando arbitrariamente il lavoro di altri artisti. Siamo d’accordo che ogni artista debba guardare al lavoro degli altri, sia contemporanei che del passato, ma è essenziale che ognuno trovi la sua strada, il suo esclusivo mezzo di espressione. Facendo anche delle scelte forti, difficili. Se si sceglie freddamente di creare un miscuglio di linguaggi per avere successo nelle scene internazionali, allora non si è diversi da qualsiasi altro creatore di merce destinata alla vendita. Se invece è il piacere che deriva dalla creazione, la passione per il proprio lavoro a guidare la mano di un artista, allora sarà veramente autore del proprio lavoro. Questo ho sempre detto ai miei ragazzi. E non c’è distinzione fra le arti: pittura, scultura, architettura, persino decorazione. Nessuna di queste sfere creative è più importante dell’altra. Posso dire che, in un certo senso, la mia scuola fa parte della mia vita, della mia arte. È nata sull’idea che l’arte riveste una grande importanza per la vita delle persone. Si può dire forse che l’arte sia la cosa in assoluto più inutile, ma che riveste la massima importanza. Si può vivere senza arte, ma si vive male.

Jules Maidoff. Soltanto una vita, olio su tela, cm 90x90, 2009

L’arte è, o dovrebbe essere un prodotto di conoscenza. Non dovrebbe mai essere creata per compiacere un gusto. Ma abbiamo visto che un artista deve pur misurarsi con il mercato dell’arte. Essere coerenti è difficile, spesso lo si fa a svantaggio del proprio successo personale. Di quanti momenti difficili, di quante scelte difficili in questo senso è costellata una carriera come la sua?

In realtà io nella mia carriera sono riuscito a vendere una grandissima parte della mia opera. Ma ci sono pittori importanti che non hanno avuto né fama né riconoscimenti. Il successo è un mito. Questo mestiere è una battaglia, dove non possiamo mai dare niente per certo. Non ci sono verità già stabilite, né risposte acquisite. Posso comunque dire di provare pena per coloro che sottomettono la propria creatività ad un “format” che ha avuto successo, e continuano a riproporlo senza tante variazioni. Un quadro è legato ad un momento della propria vita. Un quadro è la storia di un momento. Io ho avuto ed ho il coraggio di cambiare. Sai cosa ho detto all’apertura della mia mostra a Porto, in Portogallo, nel 2003? “Seventy years old, and still learning!”.

La mostra

In occasione dell'inaugurazione del Palazzo (18 novembre, ore 15.30-21.30), oltre all’opening della mostra delle opere recenti di Jules Maidoff, sono previsti una serie di interventi di personalità legati al mondo dell’arte, della politica e dell’Università. Il programma prevede conferenze dell’onorevole Valdo Spini sul rapporto tra “Firenze e le Università americane”, della storica dell’arte Roberta Lapucci sulle “Innovazioni tecniche e ottiche del caravaggio” e di Jules Maidoff sui “35 anni di attività della SACI”. Interverranno anche David Mees, responsabile culturale dell’Ambasciata USA a Roma, Cristina Acidini, Soprintendente per il Polo Museale di Firenze, Maria Grazia Quieti, Direttore esecutivo della Commissione Fullbright Italia-Usa, e Cristina Giachi, Assessore Università e ricerca del Comune di Firenze.

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