Special » Il Silenzio come soggetto artistico contemporaneo

J. H. Fussli, “Il silenzio”, 1799-1800. Olio su tela. cm. 63,5X51,5. Zurigo, Kunsthaus

Il Silenzio come soggetto artistico contemporaneo

Dalla pittura alla musica, viaggio attraverso forme artistiche che fanno del silenzio il punto massimo di espressione

di Carlotta Nobile, il 06/11/2010

"Nella vita, come nell'arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio". Basta leggere questa frase del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, uno dei più influenti della filosofia del ‘900 e figura di spicco fra i padri della filosofia del linguaggio, per comprendere come questo concetto tanto astratto quanto vivo e concreto abbia da sempre rivestito un’importanza fondamentale. Dalla cultura romantica in poi, fino alle più innovative forme espressive dei nostri giorni, il silenzio non è più realtà marginale e poco definita, momento secondario e subalterno ad un discorso artistico che per un attimo si arresta. Il silenzio è ora protagonista e rivelatore, realtà taciuta o solo parzialmente svelata che diventa il centro di molteplici espressioni artistiche contemporanee, nonché chiave di lettura di numerosi eventi performativi che lo codificano alla luce di ogni arte, dalla pittura, alla musica, alla danza.

Il Silenzio nell’arte del pittore-letterato J. H. Fussli

E dove il silenzio diventa soggetto contemporaneo, protagonista invisibile ma trascinante, ecco che si svela in tutta la sua entità di ossimoro. Il silenzio assoluto, quello no, non esiste. Non c’è nei dipinti, nelle sculture. Non c’è neppure nella musica quando essa si auto-impone una pausa. Il silenzio parla ogni volta. Ed è un soggetto contemporaneo a cui dobbiamo lasciare piena voce.

Fernand Khnopff, “Il Silenzio”, 1890, Musée d’Art moderne, Bruxelles

Lo sapeva bene Johann Heinrich Fussli, il pittore-letterato, artista e critico d’arte dalla notevole carica emotiva, autore di dipinti visionari e immaginifici in cui l’incubo, l’incantesimo e la follia regnano sovrani e creano scene di forte impatto espressivo. Lo sapeva bene, dicevamo, Fussli nel suo dipinto del 1799 che fa del “Silenzio” il proprio nome di battesimo, quell’immagine spettrale, dai colori cupi, spenti, quasi lividi. Lo spettatore resta quasi attonito davanti a quella figura femminile di cui non si scorge il volto, seduta su un terreno indefinito, accovacciata, con le gambe incrociate e la testa abbandonata in avanti, con i capelli a coprire le sue angosce, le sue paure. Ed il silenzio diventa protagonista di un momento artistico importante nel percorso del pittore svizzero naturalizzato inglese, tanto che fu proprio questa donna dalle angosce silenziose a diventare la copertina per il volume delle lezioni che Fussli tenne alla Royal Academy di Londra a partire dal 1801.

Atmosfere silenziose fra simbolismo e metafisica

Nel contesto simbolista la “voce” del silenzio trova poi piena espressione nell’opera dell’artista belga Fernand Khnopff, il “simbolista perfetto”, come è stato definito, creatore di un’arte del mai detto, del mai svelato, in cui segreti e silenzi si alternano ben oltre la diffusa consuetudine dell’universo dei simboli. Come non ricordare, a tal proposito, i numerosi ritratti che raffigurano la sorella dell’artista, Marguerite, spesso con quel dito ambiguamente portato dinanzi alle labbra per intimare al silenzio? (es. “Il silenzio”, 1890).
Tutta un’esaltazione di un universo taciuto, la stessa atmosfera silenziosa e sospesa che si respira nelle città metafisiche di De Chirico o in quei suoi manichini dai corpi che sfuggono alle regole delle proporzioni e custodiscono nel busto eccessivamente allungato tutto il bagaglio emotivo e i luoghi dell’anima del loro “viaggio” terreno.

Il silenzio in alcuni artisti contemporanei

Con il pittore argentino Guillermo Kuitca l’iconografia del silenzio si tramuta in una sfilata di teatri dell’assenza, spazi vuoti in cui la presenza umana non si svela mai, ma si avverte solo come incombente arrivo o recentissima partenza. L’artista libanese Mona Hatoum, invece, battezza “Silence” una sua opera del 1994, un esile e trasparente lettino per neonati interamente costituito da fragili tubi di vetro e senza la tavola sul fondo, ad indicare un luogo mai completo, mai sicuro, una culla incapace di accogliere, di supportare davvero. I silenzi del vuoto, dell’incertezza, dell’instabilità.

Mona Hatoum, “Silence”, 1994

John Cage e la musica silenziosa

Ed ecco che il silenzio entra anche nella forma d’arte che in apparenza maggiormente lo nega nella sua stessa essenza. Ecco che anche la musica trova nell’assenza di suono non una sua momentanea sospensione ma la sua più alta espressione, il suo momento culminante. E’ questo il principio su cui si basa l’opera di John Cage, compositore sperimentale americano strettamente connesso con l’arte performativa della corrente Fluxus e di alcuni dei maggiori artisti contemporanei. La “musica silenziosa” di Cage trova perfetta espressione nel brano intitolato 4’33’’, ovvero quattro minuti e trentatré secondi di silenzio, un happening artistico che trova, come sottolinea lo stesso compositore, un fedele precedente nei “White Paintings” del pittore statunitense Robert Rauschenberg. 4’33’’ è un pezzo di musica in tre movimenti durante i quali l’esecutore non produce alcun suono, un pezzo silenzioso che, come diceva lo stesso Cage, “ può essere eseguito in qualunque momento e che vive solo quando lo si esegue. Ogni volta che lo si esegue è un’esperienza prodigiosamente viva”.

Verso una nuova auto-consapevolezza dello spettatore

Il silenzio, ha scritto infine Cage, “è quell'aspetto del suono che può essere espresso sia dal suono che dalla sua assenza, tanto positivamente che negativamente”. Ed ecco che la musica silenziosa inaugura un processo di lettura che conduce l’ascoltatore da un’inconsapevole complicità con le principali forme di espressione artistico-musicale verso una forte auto-consapevolezza riguardo al suo stesso ruolo, ora pienamente e concretamente attivo. E questa è probabilmente la forza comunicativa del silenzio. Nella musica come nell’arte.

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