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Pensa con i sensi, senti con la mente: le riflessioni di Robert Storr sull’arte

a cura di Redazione, il 08/06/2007

Il manifesto della 52. Esposizione Internazionale d’Arte nelle parole del suo direttore, l’americano Robert Storr. «Da Platone in poi, in modo più o meno esplicito, i filosofi hanno separato e diviso in compartimenti stagni la coscienza umana, contrapponendo una facoltà all’altra: la mente al corpo, la ragione all’irrazionalità, il pensiero al sentimento, lo spirito critico all’intuizione, l’intelletto ai sensi, il concettuale al percettivo. Nel migliore dei casi, queste dicotomie sono servite ad affinare la comprensione delle diverse capacità a nostra disposizione per capire e collocarci nel mondo; nel peggiore, ci hanno deprivato di alcune di queste abilità, stabilendo false gerarchie che ci spingono ora a sottovalutare l’una in favore dell’altra, ora a diffidare di molte in favore solo di alcune».
«Eppure, per quanto filosofi e ideologi abbiano persuaso con successo la gente non soltanto dell’utilità analitica, ma anche dell’intrinseca verità storica di queste categorie, le molteplici sfide poste dalla realtà alle nostre capacità di comprensione e il flusso vero dell’esistenza superano di gran lunga il potere di sistemi, teorie e definizioni volti a contenerle. L’immaginazione è come un bacino in cui questa eccedenza trabocca e si riversa, e l’arte scava i canali capaci di ricollegare tra loro parti della coscienza un tempo isolate e segregate, inondandola e riempiendola nella sua interezza come un fertile delta.
“Pensa con i sensi – senti con la mente” si fonda sulla convinzione che l’arte sia oggi, e sia sempre stata, il mezzo tramite cui gli esseri umani prendono coscienza del proprio essere in tutta la sua complessità. Questa affermazione non presuppone tuttavia che il risultato sia un tutt’uno indissolubile e duraturo, o che l’arte costituisca una risoluzione magica ai conflitti insiti nella nostra natura o nelle diverse culture e società e nelle loro relazioni reciproche. Quello è il campo della filosofia, delle scienze sociali e della politica. Nondimeno, “dare un senso” alle cose in un dato momento o in una determinata circostanza significa coglierne la piena complessità sul piano intellettuale, emotivo e percettivo. Tale sforzo non implica che la nostra comprensione duri a lungo e neanche che duri molto più dell’istante nel quale realizziamo che questi aleatori poteri di concentrazione e trasformazione ci appartengono. Incidentalmente, per “dare un nonsenso” al mondo, come fanno l’arte grottesca, dadaista o dell’assurdo, si dispiegano questi stessi poteri attraverso una disparità esagerata. Invertendo l’ordine e la logica, l’opera creata paradossalmente mantiene sospesa la nostra coscienza frammentata e così facendo ci permette di afferrarne le contraddizioni.
«Le epifanie accadono, ma non durano. Come ha dimostrato James Joyce, una delle funzioni dell’arte è quella di salvaguardare l’esperienza così da poterne assaporare e studiare i numerosi aspetti. La storia dell’arte è un tessuto di epifanie intrecciato da molte mani a velocità diverse: il tempo presente dell’arte è il bordo esterno di questo ‘work in progress’. Preso in un punto qualsiasi, questo bordo può essere frastagliato e irregolare e la trama che si delinea può disturbare o risultare ardua da discernere, a rispecchiare le difficoltà della creazione artistica in tempi difficili, quali sono quelli in cui oggi viviamo. Invece di rifilare il bordo o di ritessere la trama per regolarizzarla, questa mostra si concentra su alcuni aspetti della produzione attuale scelti quali indizi della possibile natura degli schemi emergenti, senza tuttavia alcuna pretesa di offrirne una mappatura esaustiva. Pertanto non è stato fatto alcun tentativo di essere programmaticamente “rappresentativi”, né in termini di stili, né di mezzi artistici, di generazioni, paesi o culture: sono state piuttosto impiegate qualità e preoccupazioni particolarmente diffuse nell’arte contemporanea affinché fungessero da poli magnetici in grado di attrarre opere dai sette continenti, che utilizzino tutti i diversi mezzi artistici, rappresentino gli stili più vari e appartengano a tutte le generazioni attive al momento.


[Immagine: "Linea del destino", di Oscar Muñoz]


«Tra i poli attorno ai quali hanno prontamente gravitato alcune opere, esiste un campo di forza in cui ne aleggiano molte altre. I poli sono stati impegnati come diapason, cosicché i criteri di selezione sono stati tanto la risonanza e lo stato d’animo quanto la tematica trattata o la metodologia estetica. Tra questi vibranti punti di riferimento figurano l’immediatezza della sensazione in rapporto all’interrogarsi sulla natura e al significato di tale sensazione, l’intima affezione nei confronti dell’impegno nella vita pubblica, il senso di appartenenza e quello di sradicamento, la fragilità della società e della cultura di fronte al conflitto e le qualità di sostegno dell’arte di fronte alla morte.
«Dagli inizi del XX secolo lo sviluppo dell’arte moderna è avvenuto a livello mondiale; tuttavia, la sua disseminazione e assimilazione generale non hanno tenuto il passo con questa crescita ampia, simultanea e capace di impollinazioni reciproche. Riconoscendo tale discrepanza, per colmare il divario questa Biennale si è affidata, come in passato, ai padiglioni nazionali, ma ha anche incorporato al proprio interno un padiglione nazionale, quello turco, e un “padiglione continentale”, quello africano, aprendo la strada, si spera, a una maggiore e più durevole inclusione di zone del mondo e della creazione artistica troppo a lungo trascurate nei circuiti espositivi internazionali.
«Questa mostra guarda al futuro, non al passato. In questo senso, non sono stati compiuti tentativi di tracciare delle genealogie o di stabilire un nuovo canone, né tanto meno di entrare in competizione con le fiere d’arte o di ostacolare il mercato. Tranne rare eccezioni, tutti gli artisti presentati in mostra sono vivi e attivi. Diversi per provenienza e prospettiva temporale, sono loro a coniugare, tra loro e per noi, il tempo presente dell’arte. Gli unici artisti non viventi in mostra sono scomparsi per una morte prematura o improvvisa; le loro opere sono state comunque incluse in quanto conservano una freschezza e un impatto che le imprime nella mente dei loro compagni di strada e del pubblico».
 
          Robert Storr (*)
 
(*) Direttore della 52. Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia.

Per le immagini:

(in alto) Daniel Buren, Invariable
Gennaio 2007 / January 2007
Opera in situ /work in situ, Galerie Bortolami-Dayan, New York,
Dettaglio / Détail.
Copyright: Daniel Buren

(in basso) Oscar Muñoz, Línea del destino
2007
video 2 min.
video still
Courtesy of the artist

Scheda tecnica

Sito web della Biennale

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