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Marisa Merz, senza titolo, 2008

SPECIAL / Marisa Merz: il percorso espostivo

Lo straordinario viaggio artistico all'interno dell'isola di Vassivière

a cura di Redazione, il 27/07/2010

Il percorso della mostra all’interno del Centre international d’art et du paysage diventa un paradigma di questo tempo inverso, variato, tanto che si può dire che tutta l’isola sia la mostra, il grande lavoro corale e silente di Marisa Merz.

Carichi di slanci e di energia, i misteriosi e potenti lavori di Marisa Merz presentati in mostra diventano un frammento che partecipano alla costituzione di una grande opera, in cui la capacità naturale della sensibilità di ognuno di meravigliarsi, diventa lo strumento di lettura dell’intero percorso. Il visitatore è portato a confrontarsi con una materia magmatica, intensa e magica, in una tensione continua che si dispiega da un'opera all’altra come in un ininterrotto dialogo.

L’universo visionario dell’artista

L’ingresso alla prima sala del Centro d'arte, la Navata, immette immediatamente nell’universo visionario dell’artista, che concentra e visualizza in questo spazio, le energie che caratterizzano e animano l’isola di Vassivière.
Un prato si è introdotto, occupandola, nell’architettura postmoderna di Aldo Rossi. L’edificio è forzato dolcemente ad aprirsi all’elemento naturale e lo spazio espositivo diventa il luogo di un’ideale passeggiata dove i visitatori si muovono sorpresi ed emozionati degli incontri e dalle sensazioni che possono nascere, da questa intima fusione di natura e vita.

Con lo schermo verde e vivo, che è anche una macchia di colore deciso, entra la pittura. Marisa Merz poggia, sul fondo della sala, un grande quadro realizzato su carta giapponese e illuminato da una cornice con trame di rame. Da questa fragile superficie azzurra, dove delle figure femminili sembrano prendere forma, si sviluppa un’impressione di dolcezza e calma, inestricabilmente legata ai fili d’erba del pavimento. La pittura dagli andamenti lineari sembra seguire gli intrecci degli elementi vegetali, costituendo un gioco di rimandi e di possibili legami tra lo spazio interno ed esterno.
L’instabilità del divenire è incerto tanto per la tela che per il prato dove il contrappunto di una forma ovale azzurra, in cera, rivela la presenza del colore.

Marisa Merz continua a tessere dei legami stretti tra la pratica della sua arte e certi principi nati negli anni Sessanta, come l’uso di materiali ordinari, con l’idea di invertire il carattere sacro dell’oggetto d’arte e ripensare al ruolo stesso del processo creativo.

Opere profondamente legate all’introspezione e alla questione primordiale dell’identità e dell’ascolto

Il visitatore prosegue il percorso nelle sale successive del Centro d’arte dove la meticolosità delle opere lo invitano a penetrare gli spazi intimi della propria vita. Le opere che seguono sono profondamente legate all’introspezione e alla questione primordiale dell’identità e dell’ascolto. Per Marisa Merz i volti sono “un vuoto, un’emozione”’, schizzati al centro della tela, sul dittico incurvato esposto nella Sala degli studi, essi sono solo accennati, l’artista vi è tornata più volte, in tempi diversi, forse dopo anni, composti e ricomposti lentamente, incessantemente.

Marisa Merz

Il processo termina quando un qualche equilibrio ideale traspare, quando l’artista decide che il quadro è completo, quando vede emergere qualcosa che diventa visibile. Ogni traccia di colore è lasciata lì sulla superficie della tela e non potrà mai più essere cancellata, anzi potrà diventare più intensa o magari sparire. Dai grovigli di linee ondulate e sottili, eterei volti femminili appaiono lentamente con un’infinita delicatezza. Una figura, quasi sempre la stessa, ma nello stesso tempo mai identica, emerge da queste composizioni di linee e colori. Questi segni evanescenti sembrano prendere corpo nel loro doppio ideale, una testina d’argilla, silenziosa e vellutata, è posata ai piedi della tela, su di una lastra di ferro, dove la polvere sembra aver stampato un quadrato perfetto.

Tutto è concepito nella sua opera per essere disposto in strati successivi

La sala è colma di tratti graziosi di volti ostentati e spirituali che si svelano e si materializzano da un inestricabile disegno dai delicati segni di colore, l’idea è sempre quella di realizzare una forma che puo’ accoglierne delle altre. Ogni traccia, ogni linea, testimonia del passaggio del tempo, tutto è concepito nella sua opera per essere disposto in strati successivi, come si susseguono le ere del mondo, come si stratificano le concrezioni geologiche.

In Marisa Merz, il processo di creazione è nello stesso tempo lungo e lento e l’immagine del ‘senza fine’ è la più prossima alla sua opera, un’immagine che non è mai completamente conclusa o terminata, vicina alla metafora dell’infinito o di una forma finale sempre differente.

Marisa Merz è l’immagine di una potente e grande femminilità

Nella testina, esposta nella sala del Piccolo teatro, i tratti del volto sembrano siano stati definiti secondo un modello da cogliere davanti agli occhi dell’artista. La forma e i tratti paiono evolversi nello tempo stesso in cui vengono disegnati, mentre mutano velocemente. Il lavoro di Marisa Merz ci allena a essere attenti alle minime variazioni, a individuare i nodi stabiliti e le zone di trasformazione della sua opera, impegna ed estenua la nostra pazienza e la nostra capacità di attenzione. L’artista concepisce la sua arte ‘tutto come la vita’, vede il mondo come soggetto a un continuo cambiamento, un passaggio di stato chimico e alchemico, una progressiva evoluzione, che è sottintesa a tutte le forme che portano dentro la loro struttura, la possibilità di diventare un’altra forma.

Marisa Merz è l’immagine di una potente e grande femminilità, di un’energia primordiale. La fragilità che in un primo momento sembrerebbe dominare tutta la sua opera, altro non è che l’apparenza da cui emerge progressivamente la forza e la grande trasgressione della sua opera.

Le audio-guide

Le audio-guide, proposte sotto forma di Ipod, contengono riflessioni, perplessità, storie, visioni e testimonianze sul lavoro di Marisa Merz, grazie alla partecipazione inedita di Danilo Eccher, Marian Goodman, Jan Hoet, Francesca Pasini, Remo Salvadori, Dieter Schwarz e Denys Zacharopoulos.

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