
Giovanna Lysi. Fuoco, cm. 160 x 16 (particolare). Copyright Giovanna Lysy
di Elisa Gradi, il 16/07/2010
Sembra che oggi un’inversione di marcia riguardi la vita di tutti noi: siamo stati costretti a riguardare il proprio passato, rivedere la nostra storia, riconsiderarla, e ripartire. Molti sono stati costretti a cambiare del tutto il proprio punto di vista: la motivazione che ci ha mosso è dunque l’interpretazione del momento che la nostra società sta drammaticamente vivendo.
Posso dire, dal mio punto di vista, che quanto lega in questo momento tutte le generazioni sia proprio l’angoscia, l’ansia. Dai ragazzi più giovani che devono affrontare un mondo ignoto, fino alle generazioni dei trentenni e cinquantenni, che sono estremamente colpite: loro che dovrebbero essere guide per i loro figli, si trovano di fronte a dei muri altissimi, soprattutto in campo lavorativo. Se perdi il lavoro hai il compito durissimo di reinventarti, ritrovarti a camminare su un’altra strada. Ma è qualcosa che investe anche le persone più anziane, che vedono vanificarsi gli sforzi del lavoro di tutta una vita, ciò che credevano di aver costruito per i propri figli, per i propri nipoti: l’ansia è quella di non vedere la prospettiva di un futuro per loro.
Decisamente. Il mio modo di vedere è sempre molto positivo, anche se vedo queste gravi difficoltà rimango, di base, un’ottimista. Ognuno ha il proprio metodo di revisione di se stesso e del proprio passato. Per me è il momento di rafforzare il legame con quei valori per cui la vita vale la pena di essere vissuta. Per cui vale la pena lottare. Partendo da un grandissimo amore ed una grandissima passione per ciò che faccio, che è premessa indispensabile per andare avanti.
Da un punto di vista personale sicuramente si. Ma anche da un punto di vista collettivo credo che la società abbia estremamente bisogno di creatività, a maggior ragione in questo difficile momento. Creare è dar voce alla propria paura, ma anche alla propria speranza.
Gli obiettivi devono essere rivisti con nuovi occhi. È necessario.
L’elemento luminoso è la vita delle mie sculture, ne è il cuore pulsante. È l’elemento continuamente variabile, a seconda del tipo di opera, della sua dimensione, della sua collocazione, e soprattutto fa cambiare sempre la prospettiva di luce ed ombra che crea. Ci obbliga a vedere quanto è intorno con un altro punto di vista. Anche uno spazio conosciuto, rivisto con una luce diversa, apre sempre una nuova possibilità di interpretazione, lascia intravedere altri orizzonti.
La Foce non è solo la casa di famiglia, è innanzitutto il raggiungimento dei sogni delle generazioni che mi hanno preceduto. La storia di quel luogo registra passaggi fin dai tempi degli etruschi e dei romani, che lì hanno trovato un proprio spazio da costruire. Sicuramente è un luogo che ha energie particolari: è un incrocio di strade, di venti, di culture.
Senza dubbio. Quale teatro migliore di un luogo dove l’uomo ha così energicamente investito le proprie forze? A La Foce c’è stata una lotta feroce fra l’uomo e la natura, perché è selvaggia, dura. Ma alla fine è stata modificata, l’uomo è riuscito a costruirsi un proprio spazio, in mezzo a delle crete così aride, con la forza della volontà e del lavoro.
Ve ne sono state moltissime, effettivamente. La stessa storia dei miei nonni né è un esempio. L’acquisto di La Foce è stato il loro punto di svolta, nella sua costruzione hanno investito tutto. Per questo la bellezza di questo teatro, la realizzazione di questo sogno va condivisa: non deve essere visto come un punto di partenza solo per me e per la mia famiglia, ma anche per le persone che mi circondano e che lavorano con me. Vorrei trasmettere agli altri, anche con le mie sculture che sono così intimamente legate a quel luogo, il senso di equilibrio che mi trasmette.
La Foce è luogo di moltissimi contrasti. C’è la villa con il giardino superbo, meraviglioso, e già in questo progetto Cecil Pincent mira a creare un equilibrio fra passato e presente, fra il modo di costruzione quattro-cinquecentesco ed una reinterpretazione novecentesca. C’è poi lo spazio intorno, con il quale ha dovuto dialogare: è un contrasto fra la ricchezza interna del giardino e poi la valle, con la desolazione delle crete. In questo contrasto c’è una ricchezza estetica che è primaria fonte di ispirazione per me.
Sono stata da sempre una grande sperimentatrice, ho sempre cercato di utilizzare tutto il materiale che avevo a disposizione, dal ferro al legno, dal vetro al travertino. Il punto centrale è proprio la ricerca: gli spazi della villa, ma anche i campi di La Foce sono luoghi ricchissimi di materiali diversi. La stessa terra, con la sua particolarità, è centrale nella costruzione della mia opera. Ho iniziato a creare proprio pensando alla riutilizzazione di un materiale già vissuto, cercando un elemento che avesse già un’essenza, una storia appunto. A maggior ragione se c’è un oggetto dimenticato, non più utilizzato, mi dà l’occasione di riguardarlo da un altro punto di vista: riutilizzandolo, riprendo la sua storia, e ne creo una nuova, ulteriore.
Prendiamo il travertino. È nei miei ricordi fin dagli anni dell’infanzia, da quando andavo a piedi nudi per il giardino. Ricordo ancora il calore che sentivo anche dopo il tramonto del sole: il travertino riesce a trattenerlo per molto tempo, ne assorbe tutta la potenza. Ed ancora a La Foce c’è il ferro, che è simbolo di forza, simbolo del lavoro dell’uomo. Il ferro affonda nella terra; la sua sostanza al contatto con la terra, ma anche con l’acqua, viene modificata, alterata, ma è un materiale così forte che resiste, in profondità, alla minaccia del tempo. È simbolo di grande robustezza.
Lo utilizzo a contrasto con le lastre molto sottili di travertino, e dunque ha una funzione di sostegno. Ma il vetro è anche elemento che dà la verticalità alle mie sculture, ed inoltre la sua trasparenza mi dà la possibilità di lavorare anche con la carta, che impastata e congiunta alla lastra crea uno splendido effetto marmorizzato. Nel vetro si racchiudono forza e fragilità, ha una potenza simbolica importante per la mia opera. Sicuramente un simbolo di UTURN.
Certamente. L’immagine più significativa che mi sono ritrovata a guardare pensando a UTURN è proprio la strada scavata nell’acqua nella terra, nella terra dura ed apparentemente impenetrabile della creta. Si trova comunque un nuovo passaggio, è inevitabile e fisiologico.
Frequentare diversi laboratori artigianali è stata per me una scuola; si riscontra talvolta una genialità nella lavorazione della materia che è fonte preziosissima. Lavorare con le mani è indispensabile perché ti venga trasmessa l’essenza di un materiale, per conoscerne tutte le potenzialità espressive. Non avrei potuto iniziare il mio percorso senza la frequentazione delle botteghe fiorentine di vetrai e fabbri: da qui ho compreso che questi materiali potevano essere associati a formare una scultura.
Nel mio lavoro lascio molto spazio all’improvvisazione infatti. Le parti di materiale che utilizzo trovano lentamente il loro equilibrio; la loro fusione nasce con il lavoro: alla fine tutto il processo si definisce come per forza di una calamita, che attira a sé le varie parti. Tutte le mie sculture si formano intorno ad un elemento, gradualmente, per forza di stratificazioni, non partono mai da un progetto statico ed inalterabile.
Lo spazio del vecchio frantoio è rimasto invariato fin dall’epoca in cui veniva utilizzato dai miei nonni. Ci sono ancora le vecchie macchine con i colori blu petrolio, si sente ancora al loro interno l’odore fortissimo dell’acido dell’olio. È così perfetto che non ne potrei modificare alcuna parte. Il cambiamento è solo nella sua nuova utilizzazione. È anche questo un luogo di creazione: c’è il ricordo di un’occupazione quotidiana, dell’impegno di tante persone, che insieme ottengono il frutto del proprio lavoro. La fine e l’inizio di un nuovo ciclo. Per me è un onore ed una gioia poter esporre le mie sculture proprio in quello spazio di La Foce. La storia che io voglio condividere non è solo una storia di bellezza legata al giardino, all’architettura della villa, ma anche al cuore produttivo di La Foce: l’azienda agraria, e la bonifica della zona, che è stata il sogno di mio nonno.
È la nostra interpretazione dell’inversione di marcia, l’interpretazione esclusiva e personale del momento che stiamo vivendo. Ognuno di noi ha un proprio modo di soffrire, di sperare, di muoversi, di lavorare, di trovare una nuova strada. E’ l’occasione di guardarci l’un l’altro, ed imparare dall’esperienza altrui. Il senso di UTURN sta proprio nel modo diverso con il quale tutti noi reagiamo di fronte al cambiamento.
È una pagina comune nella quale tutti noi possiamo fermare i nostri pensieri, condividere le fasi salienti del nostro lavoro. Per me tutto questo è un’esperienza nuova, molto stimolante. È di fondamentale importanza l’idea di un lavoro di gruppo, con il contributo di creatività così diverse.
È il senso di ciò che stiamo creando. Ognuno di noi deve essere protagonista dell’evoluzione stessa di La Foce.
È cambiata la consapevolezza di ciò che mi sta accadendo intorno. So di vivere un momento difficile, duro, simile al percorso dell’acqua che deve trovare una fessura nella creta, come dicevamo poco fa. Ma è ancora più chiara, dentro di me, la ragione che muove il mio processo creativo. L’esigenza dell’unione dei materiali è la necessità della creazione di solidi nello spazio, e con questo la creazione di un proprio spazio nel mondo. È la mia personale ricerca della pace interiore, dell’equilibrio, che nonostante tutto continua ad andare avanti. Il mio momento creativo è il mio momento di rifugio e di sicurezza. La sicurezza della possibilità di costruzione che è insita nel lavoro: questa sicurezza, questo equilibrio, è quanto io voglio trasmettere a chi vivrà con me, a La Foce, questa esperienza.
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