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Felice Carena. Deposizione, 1938-1939, olio su tela. Musei Vaticani, Città del Vaticano

SPECIAL / Felice Carena: le opere in mostra

A Palazzo Franchetti un percorso che illustra i diversi periodi della vicenda artistica del maestro

a cura di Redazione, il 29/06/2010

Il percorso della mostra “Felice Carena e gli anni di Venezia” (finissage 18 luglio 2010) si presenta idealmente come una quadreria, che bene si inserisce nelle scenografiche sale di Palazzo Franchetti. Una scelta di capolavori e di opere esemplari in ordine cronologico illustra i diversi periodi della vicenda artistica di Felice Carena per cogliere infine l'originalità e la singolare qualità della pittura del periodo veneziano.

Gli anni torinesi

La prima sezione è dedicata all’iniziale periodo estetizzante e crepuscolare, venato di simbolismo e di patetismo. Sono gli anni torinesi quando l’artista assimila la lezione del Grosso e quella, a lui più affine, di Bistolfi e Segantini. Si trovano qui riuniti alcuni capolavori dei primi anni dieci come La Perla (1908), il Ritratto della Baronessa Ferrero (1910);

Vari inediti come il Ritratto della sorella del 1901 e il Violinista del 1905; nonché i due celebri quadri La rivolta (1904) dell'Accademia di Belle Arti di Roma e il monumentale I viandanti (1908) delle Gallerie d’Arte Moderna di Udine, che segnano il passaggio dall’estetismo tardoromantico alla veemenza letteraria della denuncia sociale dei primi anni romani.

Felice Carena. Ritratto della Baronessa Ferrero, 1910, olio su tela, 120x103 cm. Collezione Privata

La svolta del 1913

La seconda sezione presenta la svolta del 1913. Tra il 1913-1914, Carena matura infatti la prima svolta stilistica che guarda ai francesi Derain, Gauguin, Cézanne. Prosciuga ogni fusione e ogni languore, scansiona i volumi, sagoma le linee, purifica la composizione. I soggiorni nel borgo incontaminato di Anticoli Corrado contribuiscono a questa nuova visione che il pittore esprime al meglio in quadri come Ritratto d’un sacerdote (1913) della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca' Pesaro, Gualfarda (1914) e il capolavoro Bambina sulla porta (1919) della Fondazione Cini. Sono esposti inoltre per la prima volta La guardiana dei porci (1916 ca), Corsa nei sacchi (1919), Aringhe e uova (1920) e la Natura morta con fiori, che compare tra i quadri che il pittore ritirò dalla Biennale del 1914 perché Fradeletto osò avanzare delle riserve sul nuovo corso della sua pittura.

L’approccio al classicismo

La guerra, vissuta in prima linea, accentua il desiderio di essenzialità espressiva, cui si lega il personale approccio al classicismo che guarda al Seicento, pur nel clima di Valori Plastici e di Novecento nella prima metà degli anni venti. I capolavori di questa stagione si possono ammirare nella terza sezione dove sono bene rappresentati da due tele straordinarie come la Quiete (1922-24) e gli Apostoli (1924). Figure modellate con la luce che emanano una sensazione di tranquillità e compostezza, nella cui tessitura tuttavia si coglie l’eco della pittura di Cézanne. I ritratti delle figlie e del fratello don Mario Carena segnano invece il punto di svolta verso la produzione degli anni trenta.

Felice Carena. Apostoli, 1924, olio su tela, 135x190 cm. Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze

Il "realismo poetico”

La quarta sezione è dedicata al "realismo poetico", cifra inconfondibile del Maestro. Biennali veneziane e Quadriennali romane lo incoronano tra i massimi esponenti della pittura italiana. A quell’epoca il suo naturalismo cambia d’accento e trascorre dal canone classico a un realismo sempre più scabro, ruvido, espressivo. Esemplari in questo senso sono i dipinti che l’hanno reso celebre come La scuola (1928) che vinse il Premio Carnegie a Pittsburgh nel 1929, Lo specchio-studio (1928) dei Musei di Genova, Il terrazzo (1929) delle Gallerie d’Arte Moderna di Udine, La pergola (La famiglia sotto la pergola)(1929) della Galleria Comunale d'Arte Moderna di Roma, Figure in maschera (1932) e le Bagnanti (1938) del Museo Rimoldi di Cortina.

Perla di questa sezione è la straordinaria Deposizione (nota anche come Pietà ed esposta alla Biennale del 1940) della Collezione d'Arte Sacra Moderna dei Musei Vaticani (acquistata dal conte Cini e poi donata a Paolo VI), eccezionalmente prestata per la mostra veneziana. In questa sezione si trovano inoltre due capolavori come Teatro Popolare (1933) della Galleria d’arte Moderna di Milano e Uomo che dorme (1938) della Galleria Comunale di Roma.

Felice Carena. Lo specchio-studio, 1928, olio su compensato, 102x76 cm. Galleria d'Arte Moderna, Genova

Chiude la sezione il dipinto Dogali - 1887 (La battaglia di Dogali 1887) (1936), unica concessione dell’artista alla retorica fascista, che suscitò aspre polemiche alla Biennale del 1936 perché i morti erano struggenti e non eroici; un quadro fatto “a fette” dallo stesso Carena, lasciando però intatto il magnifico nucleo centrale che è stato ritrovato solo recentemente, dopo un’accurata ricerca, e quindi ri-esposto per la prima volta.

Gli anni trenta e quaranta

Seguono nella quinta sezione, dopo l’omaggio a Delacroix con l'Angelo lotta con Giacobbe (1939) dalle Gallerie d’Arte Moderna di Udine e Tobia l’Angelo (1938 ca), alcuni quadri a cavallo tra gli anni trenta e quaranta che culminano nell’importante mostra alla Galleria Michelangelo a Firenze nel 1943, l’unica personale che allestì nella città d’adozione che vide la sua ascesa come pittore e come direttore all’Accademia. Carena tende ora alla piena luminosità anticipando di fatto alcuni esiti del successivo periodo veneziano. Alcuni quadri mai esposti come La fuga in Egitto (1940 ca), dove calde cromie sulla gamma dei rossi e dei gialli esaltano il delicato dinamismo del gruppo dei pellegrini, L'annuncio ai pastori (1941), Il ratto delle Sabine (1942 ca) e La conversione di Saulo (1937 ca), in cui l'animazione si fa più concitata e i colori più tenui e contrastati.

La serie di quadri mai esposti

La sesta sezione presenta una serie di quadri mai esposti che segnano il passaggio a Venezia. Opere come l'Esodo (1945 ca), Pioggia di Fuoco (1943), Passaggio del Mar Rosso (1945), Busto di Marzia (1946), Autoritratto (1946) e Bagnanti rivelano l’approdo ad un uso del colore come materia cromatica pura, sempre meno arginata dalla linea, mentre il segno diventa più libero e compendiario. Una linea sempre più densa e sinuosa e una pasta ancora più accesa caratterizzano i lavori della fine degli anni quaranta nei quali l’artista sembra guardare a Daumier, trasformando i suoi eroi popolari e mitologici, o biblici, in figure grottesche e altamente drammatiche, siano esse Caino e Abele (1947) o Giuditta e Oloferne (1948 ca) o un semplice Pastore (1950).

Felice Carena. Giuditta e Oloferne, 1948 ca, olio su cartone intelato, 45x55 cm. Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro

L’acme della tensione religiosa

È questa la linea che si afferma negli anni cinquanta, qui proposta nella settima sezione, quando Carena raggiunge l’acme della tensione religiosa; il segno è ormai vibrante e il colore veemente e macerato. La figura dell’uomo e di Cristo in croce si avvicinano: Il Cristo delle ultime Pietà, e con lui ogni uomo che si riconosce nello strazio del Calvario, diventa la figura cardine del dolore e dell’abbandono che trovano in Carena veneziano un cantore altissimo. Sono opere d’intenso espressionismo Teatro popolare (1952) di Ca’ Pesaro, Pietà, della Galleria Civica di Vittorio Veneto, Angoscia (La madre) (1952) della Collezione Marzotto e l’inedito Davide e Golia (1953).

Le nature morte

La mostra si conclude con l’ottava sezione dove, come in un ideale luogo di purificazione, sono raccolte le nature morte. L’animo dell’artista sembra trovare quiete nella luce veneziana. Ispirato da Tiepolo e, parimenti, dal contemporaneo Morandi, Carena fonde materia e luce nei corpi solidi e altamente simbolici delle sue nature morte dove dominano le conchiglie.

Felice Carena. Natura morta con calamaio e vaso, 1957, olio su tela, 30x70 cm. Fondazione Giorgio Cini, Venezia

Nella tessitura cromatica della pasta pittorica mantiene vive la sontuosità e la solennità della vena barocca, mentre calibrando la composizione tende a una meditata sintesi che unifica spazio, luce e materia. È in quest’ambito che i colori ritrovano quei bagliori di gemma, quello splendore recondito che traduce nella pittura di ogni epoca, l’incessante e pulsante amore per la vita di Felice Carena.

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