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Jörg Immendorff, “Untitled”, 2006, olio su tela, 280 x 350 cm

JÖRG IMMANDORF. Late Paintings

Arriva postuma, a Milano, la prima personale italiana di Jörg Immendorf, con una serie di opere tarde nelle quali i temi di storia e memoria si incontrano e si riflettono sulla vita presente

di Luca Maffeo, il 15/02/2010

Prima di oggi, mai c’era stata in Italia una personale di Jörg Immendorff, pittore tedesco recentemente scomparso (Bleckede 1945 - Düsseldorf, 2007), entrato di diritto tra le file dei grandi maestri del secondo Novecento, e presentato in modo anomalo da Cardi Black Box fino al prossimo 13 marzo, con una serie di dipinti ultimi che esentano lo spettatore dal solito percorso cronologico o tematico, per mettere invece in mostra alcuni lavori eseguiti dall’ormai malato artista tra il 2006 e il 2007.
Abituati come eravamo alla riflessione sullo stato della società tedesca, descritta con caparbietà allegorica dai Cafe Deutschland – una serie di sedici dipinti ispirati al Caffè Greco di Renato Guttuso, realizzati tra il 1977 e 1984 – possiamo confrontarci ora con la memoria di una recente storia, quella sua, propria di Immendorff, e nostra, contemplando l’incapacità di risolvere e assolvere, da parte del pittore, le passioni di questa immediata contemporaneità.

La memoria del presente

Jörg Immendorff, “Untitled”, 2006, olio su tela, 280 x 330 cm

Il tema della memoria, il continuo riferimento ai grandi del passato trapela come un’ossessione nelle tele di quest’ultima generazione di artisti tedeschi, da Joseph Beuys ad Anselm Kiefer fino a comprendere certi lavori di Georg Baselitz e Markus Lupertz. Eppure la risultante di una tale attenzione è la creazione di opere pittoriche e non pittoriche tutt’altro che anacronistiche, arcaiche o, detto banalmente, “fuori moda”. La citazione, quando c’è, non è mai fine a se stessa, ma si rivela come nuovo mezzo per comunicare la contemporaneità. Per questo il richiamo a Goya e agli orrori della guerra, alle demoniache rappresentazioni di Hans Baldung Grien e Jakob de Gheyn, o le malinconiche figurazioni di Albrecht Dürer, accostate come sono a immagini del conflitto in Afghanistan e al ritratto di George Bush, non sono fuori luogo, ma assurgono a testimoni dell’attualità. Piccoli “ritagli di giornale”, impilati, svolazzanti, o semplicemente alternati in un ritmo circolare ripetuto, tornano eterni davanti all’incapacità risolutiva dell’artista, che dunque si propone come obbiettivo la semplice constatazione del fatto. È un’artista criticato, rappresentato ironicamente dal suo alterego: la scimmia, parodia dell’omologazione o della stupidità?

Quando la forma rivela il metodo

Jörg Immendorff, “Untitled”, 2006, olio su tela, 280 x 170 cm

Davanti ai dipinti si ha la percezione di osservare quadri letteralmente “composti”, come fossero collage di figure stampate e puntualmente accostate le une alle altre. Tale dimensione del dipingere, che porta l’artista a legare passato e presente mediante la fusione di immagini tratte dai media e dalla storia dell’arte, dal rinascimento tedesco, fino alla estrema modernità di Goya, è traccia di una nuova condizione, quella sua, del pittore, in quanto affetto dal 1998 dalla Sindrome di Gehrig (SLA), e costretto dal 2006 – quando cominciano gli ultimi lavori – su una sedia a rotelle. L’ausilio di assistenti e collaboratori diventa necessario, e sono loro che compongono le immagini seguendo passo, passo le istruzioni del maestro. L’autenticità formale del metodo adottato traspare anche dalle tracce dipinte – quasi un “falso retino” – di una possibile elaborazione digitale, che Immendorff lascia visibilmente intravedere nell’opera quale testimonianza della nuova condizione, meno ideologica e più fisica.
L’opera è così indice del Modus operandi e della forma mentis di un uomo, che trova nella Melancholia di Dürer il suo immediato parallelo; una traccia della riflessione sulla condizione universale umana e politica, in grado di rivelare la nuova, ultima, autocoscienza di una condizione particolare.

La lezione del maestro

Parlano da sé i dipinti di Immendorff, un insieme senza titolo. Tra tutti però ne spicca uno in particolare, nel quale, in primo piano, un uomo dormiente o forse morto, con cappello in testa, rimanda esplicitamente al maestro Joseph Beuys, alla sua ultima mostra, anch’essa in Italia, a Napoli, inaugurata il 23 dicembre 1985. In quel caso Beuys si concesse per l’ultima volta al grande pubblico attraverso un’esposizione a dir poco autobiografica, un testamento di se stesso. Nelle teche piene di oggetti e di riferimenti simbolici, saltava all’occhio la giacente testa metallica di Anarchasis Cloots – anarchico rivoluzionario tedesco vissuto nel Settecento e ghigliottinato da Robespierre – parte essenziale della memoria storica dell’artista, quale Beuys per Immendorff.
Tuttavia, sia il maestro che l’allievo, una volta lontani gli anni della contestazione accademica di Düsseldorf, sembrano rinunciare alla meta di un’arte politica e rivoluzionaria, per lasciare in dono ai posteri l’apertura del “Palazzo regale, il luogo per eccellenza dove abita la coscienza dell’uomo” (“Intervista a Joseph Beuys, a cura di Michele Bonuomo, in “Flash Art” n. 132, Aprile-Maggio, 1986).

    Scheda Tecnica

  • Jörg Immendorff. Late Paintings
    fino al 13 marzo 2010
  • Curatore:
    Sarah Cosulich Canarutto
  • Cardi Black Box
    Milano, Corso di Porta Nuova 38
  • Orario di apertura:
    mar-sab, ore 10-19; lun chiuso
  • Biglietti:
    Ingresso libero
  • Info:
    Cardi Black Box
    Tel. (+39) 02 45478189 - Fax (+39) 02 45478120
    gallery@cardiblackbox.com

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