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Sughi, storia di un artista e del suo segno

Proponiamo ai lettori un brano dell’intervista di Sergio Zavoli ad Alberto Sughi realizzata nell’aprile 2006 per il catalogo della mostra “Il Segno e l’Immagine”, ora pubblicata in versione integrale anche sul sito web dell'artista

a cura di Redazione, il 01/07/2006

Il testo che segue è un estratto dell’intervista di Sergio Zavoli ad Alberto Sughi realizzata nell’aprile 2006 e pubblicata nel catalogo della mostra “Il Segno e l’Immagine”, ospitata fino al 21 maggio scorso alla Galleria d’Arte Comunale Moderna di Arezzo. L’intervista, insieme con altre due sempre di Zavoli a Sughi (rispettivamente del 1981 e del 2003), verrà presentata e riproposta, per la prima volta anche in inglese, sul sito web dell’artista a partire dal 1° giugno 2006.

Sergio Zavoli: «Non credo, Alberto, che tu abbia mai avuto la sindrome di Leonardo, dubito persino che tu sia mai ricorso a una modella, a un manichino, a qualche testo di anatomia, con lo spettacolare diramarsi delle innervature, per esempio, di una mano, come dentro una foglia; credo, al contrario, che il tuo segno sia nato al di fuori d’ogni regola accademica».

«Insomma, così straordinario, non sei un prodotto di scuola, cioè di una disciplina, di un criterio, di un metodo. Proprio dalla raccolta dei tuoi disegni, anche i più estemporanei - persino quelli in cui ti eserciti come per gioco, o passatempo, magari mentre telefoni - traspare il primo dei tuoi talenti, il segno, cui affidi, come alla scrittura per lo scrittore, la forma stessa della tua arte. Ma è sempre indispensabile avere un segno che – guidando tutto quanto si svolgerà sulla tela – è già la struttura, se non anche l’essenza, del quadro? Si può essere creatori d’immagini al di fuori di questo a priori?»

«Certo, dalla scomposizione del segno, e dalla perdita della sua leggibilità canonica, può nascere la grande e celebrata pittura, poniamo, di Picasso; dietro questo artista – ma è una storia che ne attraversa tante altre – forma e sostanza si danno codici non più di scuola, cioè teorici, come nei precedenti "periodi blu e rosa" dove il segno era predisposto a una rappresentazione figurativa convenuta, ancora tradizionale. Per tagliar corto: quando e come è nato il tuo segno? È stato il segno a guidarti la mano, e tu l’hai seguito docilmente? Oppure l’hai coltivato, assegnandogli la prova del tuo talento, fino a trarne l’ordito della tua stessa pittura?»

Alberto Sughi: «Il tuo ragionamento è intrigante: partendo da un problema che certamente mi riguarda, poni a me e in fondo a te stesso domande che si riferiscono a un tema più generale: se cioè l’artista è figlio naturale del suo talento, in grado di produrre opere complesse e rilevanti rimanendo tuttavia inconsapevole delle ragioni e dei procedimenti che le hanno determinate. Il segno che lo sorregge è solo il momento dell’ispirazione, o dell’intuizione, non analizzate razionalmente, senza il quale il quadro, da risolvere pittoricamente, non nascerebbe? O l’artista è chi coltiva, affina il suo segno considerandolo certamente uno strumento indispensabile per il proprio lavoro, ma senza affidargli un compito fondativo, addirittura fondamentale, e quindi separato dalla totalità dell’opera? Io credo che un artista non rinunci a nessuna libertà anche dove sembri che sia il segno a guidargli la mano, ma in realtà lo analizza e modifica per seguire un processo di conoscenza contestualmente alla stesura complessiva del quadro».

“Il Segno e l’Immagine”, intervista di Sergio Zavoli ad Alberto Sughi è pubblicata nel volume per la rassegna antologica di Alberto Sughi, “Il Segno e l’Immagine” a cura di Giovanni Faccenda, Arezzo Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea (14 aprile - 21 maggio 2006).

Immagine:

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