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Jorge Jimenez Deredia, dalla tradizione Boruca all’umanesimo italiano

a cura di Redazione, il 13/06/2006

La mostra che Firenze dedica a Jorge Jimenez Deredia non poteva avere collocazione più felice: la straordinaria Limonaia del giardino di Boboli (realizzata da Zanobi Del Rosso nel periodo lorenese) completamente restaurata e qui re-inaugurata, cattedrale elevata alla natura, prestata per la circostanza a un evento artistico destinato a celebrare, attraverso pietra e metallo, le meraviglie e l’insondabile enigma del creato. La Genesi è la magnifica ossessione di Deredia, una misteriosa e rotonda partita a scacchi in quattro mosse, con cui l’artista rappresenta la nascita del tutto e il fiorire della vita. L’origine è la sfera che, nella sua perfezione geometrica e filosofica, materializza il cosmo prima del big bang. La sfera esplode nella scultura come un seme che germoglia, e si espande via via, dilatandosi in dimensioni crescenti e fasi sempre più complesse da cui emerge, finalmente, l’uomo. Anzi la donna, grande madre emblematica abbracciata per lo più a se stessa, ma sempre di morbide forme circolari e sempre riconducendoci alla sfera primigenia. Gli intervalli tra le quattro sequenze rappresentano ciò che Deredia chiama Tempo mistico, ovvero il momento in cui si realizza il divenire, in cui la materia misteriosamente trasmuta in nuove forme e nuovi contenuti. Sono sculture anche fisicamente importanti, strutture che pesano anche più di 40 tonnellate, sono larghe talora sette metri, alte tre, spesse uno.
Alla sorgente delle molte ispirazioni di Deredia troneggiano le millenarie sfere del popolo Boruca, la civiltà fiorita nel sud del Costa Rica dal 1.500 circa avanti Cristo all’approdo di Cristoforo Colombo. Se ne sa pochissimo, quanto basta però per affermare che chi riusciva a produrre queste sfere perfette, grandi (anche 16 tonnellate) o piccole che siano, dovesse possedere tecniche non solo raffinate, ma anche non comuni modi di pensare. Di fatto, sono uno dei primi esempi assoluti di arte astratta. E che la società del Costa Rica si sia evoluta in senso decisamente orizzontale o che il paese sia oggi l’unico senza forze armate è, secondo molti, un’evidente lascito della civiltà Boruca. Con quelle sfere in testa, Deredia è approdato giovanissimo a Firenze (adesso ha 51 anni) per studiare architettura e arte, per innamorarsi irrimediabilmente di Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Michelangelo, per fondere umanesimo Boruca e umanesimo italiano, con una convinzione, profondamente laica e religiosa insieme, circa il dovere di recuperare quei valori: per vincere il processo globalizzante che tutto omologa, per ritrovare noi stessi e la nostra più profonda identità, per ristabilire un rapporto con il tutto da cui veniamo e, in fondo, per vivere meglio in questo difficile presente.

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