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Yayoi Kusama. I WANT TO LIVE FOREVER

Energica e affascinante, l’ottantenne artista giapponese invade gli spazi del PAC di Milano con le sue “folli visioni a pois”

di Luca Maffeo, il 14/01/2010

“Voglio vivere per sempre” recita la personale di Yayoi Kusama, classe 1929, al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano fino al 14 febbraio 2010. Insieme di dipinti, disegni e installazioni appartenenti all’ultimo periodo dell’artista giapponese.
Pare un inno alla sua propria esistenza e alla tensione infinita che implicitamente porta con sé. La singola esperienza esaltata e metaforicamente astratta testimonia la medesima condizione di chi la narra inebriata e angosciata: “Continuerò il mio lavoro fino a che il demonio non soccomberà. Perché il diavolo è nemico dell’arte, ma oltre a ciò anche un compagno d’armi” (Yayoi Kusama in I want to live forever, Federico Motta Editore, 2009). Sculture floreali, dipinti, giochi di luce e specchi invadono l’ambiente, coinvolgono lo spettatore e riflettono visibilmente una realtà sospesa e invisibile – per visibilia ad invisibilia dicevano gli antichi – “folle” risvolto drammatico che la perseguita dall’età di dieci anni quando allucinazioni visive e uditive cominciarono a tormentarla.

La net painting di Yayoi Kusama

Potrebbero sembrare semplici ipotesi, supposizioni fantastiche di una realtà inesistente e creata dal nulla. Certamente si tratta di opere soggettive frutto di un’autobiografia travagliata, ma che l’artista non nasconde, anzi, al contrario la condivide: cattura il visitatore e lo rende partecipe di quei “mondi possibili” – li chiama Louise Neri –, sempre lì, assisi sulla soglia tra interno ed esterno, soggetto e oggetto. Realtà invadenti, come la lunga serie di Infinity-Nets, modo pittorico da lei inventato all’inizio degli anni Sessanta, alla quale appartiene il polittico che da nome alla mostra (I want to live forever, 2008).
Stesure isotropiche e gestuali colpi di pennello ripetuti ritmicamente ricreano sulla tela uno spazio calmo e uniforme, ma mai omogeneo, come fossero achrome sfumati, volti a dare vita a vibrazioni luminose che offrono insieme profondità e bidimensionalità: una trama monocroma estesa senza limiti oltre il quadro. Un’illusione? No, dice la Kusama, “questa non è un’illusione, ma la realtà”, un’allucinazione visibile, dipinta, e percepita da chi la osserva tale come lei l’ha vista.

Quando l’astratto diventa concreto

Ecco uno dei paradossi fondamentali dell’arte, ossia la capacità di un’opera di contenere e comunicare insieme un’esperienza particolare e universale, così che quelle immagini, autobiografiche e particolari possano diventare l’oggetto percettivo, inconsapevolmente condiviso, di chi vi si imbatte per la prima volta. Visioni astratte, “spersonalizzanti” (L. Neri, “Mondi possibili” in I want to live forever), ma fisicamente sperimentabili. Singolare in questo senso è la riproposizione in mostra dell’installazione Narcissus Garden, originariamente sostenuta e finanziata da Lucio Fontana alla Biennale veneziana del 1966, in cui numerose sfere metalliche (all’epoca erano 1600) inglobano e riflettono l’ambiente, lasciando allo spettatore la “visione” moltiplicata dello spazio espositivo. Ad esse si potrebbero accostare certi dipinti “in solvenza” (Fotobilder) di Gerhard Richter, davanti ai quali non si è più certi al cento per cento di cosa si stia osservando. La Kusama, come il pittore tedesco, estende, amplia l’immagine particolare e concreta oltre i limiti dello spazio finito, e verso l’astratto, mediante l’esperienza pratica dei sensi.

I segni visibili dell’infinito

L’immaginazione astratta e visionaria dominante nell’arte di Yayoi Kusama non è che un altro modo per rendere conoscibile ciò che altrimenti non può esserlo se non attraverso un segno visibile dell’invisibile, quale espressione fisica dell’infinito: “Kusama è un’esiliata in territorio universale perché nelle sue opere si percepisce un’atmosfera che può essere descritta come extra-terrestre, cosmica, paradisiaca, o anche persino angosciosa, ma non di questo mondo” (A. Tatehata, Riconsiderando Yayoi Kusama in I want to live forever, 2009). Nasce così Aftermath of Obliteration of Eternity (2008), una vera e propria Infinity room illuminata per mezzo di piccole luci colorate riflesse all’infinito dalle pareti a specchio e dalla superficie d’acqua sul pavimento. Sono espedienti ottici talvolta semplici e apparentemente banali, come le decorazioni a pois che da sempre accompagnano il lavoro di Kusama, ora riproposti in alcune recenti sculture in vetroresina dipinta (Flowers that bloom at midnight; Pumpkin, 2009), e capaci letteralmente di trasportare l’oggetto e chi lo percepisce in un’altra dimensione. Come dice l’artista “I pois sono una via per l’infinito”.

    Scheda Tecnica

  • Yayoi Kusama. “I want to live forever”
    fino al 14 febbraio 2010
  • Curatore:
    Akira Tatehata
  • PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea)
    Milano, Via Palestro 14
  • Orario di apertura:
    lun, ore 14.30-19.30; mar-dom, ore 9.30-19.30; gio, ore 9.30–22.30
  • Biglietti:
    Intero € 6; ridotto € 4; ridotto speciale studenti in gruppo € 3
  • Catalogo:
    Yayoi Kusama, I want to live forever. Testi di Louise Neri, Akira Tatehata, Laura Hoptman e Robert Nickas,
    Federico Motta Editore, Milano, 2009.
  • Info:
    PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea)
    Sito web della mostra
    Tel. (+39) 02 76009085 (lunedì-venerdì)
    Tel. (+39) 02 76020400 (sabato e domenica)
    Giulia.zanichelli@24oremottacultura.it

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