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Zoran Music. Autoritratto, 1948, olio su tela, 55 x 44 cm. Collezione Privata, © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009

SPECIAL / Music: i nuclei tematici della mostra

A Palazzo Franchetti un percorso concepito come un “viatico” che richiama la natura errante di Zoran Music

a cura di Redazione, il 01/12/2009

L’esposizione “Zoran Music. Estreme figure” (Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia, Palazzo Franchetti, Venezia, 3 dicembre 2009 – 7 marzo 2010) si articola in otto nuclei non cronologici bensì tematici ovvero “zone d’intensità” che cadenzano l’evoluzione esistenziale poetica dell’artista.

Origini (1935-1949)

Si trovano qui i Motivi Dalmati, le prime opere di Music, quando viveva nell’isola di Curzola e assisteva quotidianamente alle “migrazioni” di donne vestite di nero sul dorso di asinelli che andavano e tornavano dal mercato; e i primi acquerelli di Venezia al ritorno da Dachau: ottimistiche e incantate vedute di bragozzi e burchi, intimamente oscillanti in idealistici tratti d’acqua azzurra.

Il Viandante (metà anni ’90)

Zoran se ne intende di attraversamenti di confine: Stiria e Carinzia nell’infanzia, terre dalmate, carsiche, ventilazioni triestine, Vienna post imperiale, impressioni praghesi. Condensa e incorpora il transito nella figura del Viandante, presente qui in più versioni. Un soggetto che visualizza al meglio in segno nero carbone.

Zoran Music. Figura grigia, 1997, olio su tela, 116 x 89 cm. Collezione Privata, © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009

Venezia, ancora (anni ’80 e ’90)

Zoran si sentiva orgogliosamente partecipe alla fondazione di Venezia: “…Una regione, la mia, un tempo coperta di querce, il cui legno è servito per fare le palafitte su cui è costruita Venezia. Senza parlare degli alberi delle sue galere. Il mio paese ha contribuito a modo suo alla potenza della Serenissima”.
Compare qui una Venezia meno luminosa degli esordi, più bruna e ocrata. Consapevole e matura in quegli Interni di cattedrali, nella Basilica di San Marco, nel Canale della Giudecca, nella Punta della Dogana o nel Molino Stucky. In queste opere esposte in mostra per la prima volta, Venezia ci appare pervasa da bagliori emergenti dal “quasi buio”; erosa e corrosa da uno sguardo talmente insistito e adorante da farsi disgregazione.

Figure Grigie (fine anni ’90)

In posizione centrale nel percorso della mostra e con le opere sistemate su cavalletti da studio, le Figure Grigie costituiscono il fulcro nel “viatico” che conduce alla disgregazione del corpo. Sono autoritratti su cui calano colate in grigio lavico che disfano i tratti somatici e li trasformano in “estreme figure” di fortissima intensità concentrica.

"Sono dovuto tornare a Dachau" (anni ’70)

“...come in trans, mi attacco morbosamente a questi fogli di carta …accecato dall’allucinante morbosità di questi campi di cadaveri ...irresistibile necessità ...per non farmi sfuggire questa grandiosa e tragica bellezza”. In prigionia Music ha disegnato le vittime dell’Olocausto e dopo trent’anni afferma ”ancora oggi mi accompagnano gli occhi dei moribondi come centinaia di scintille pungenti che mi seguivano mentre mi facevo strada, scavalcandoli. Occhi luccicanti che in silenzio chiedevano aiuto a uno che poteva ancora camminare…”. Dalle profondità dell’inconscio affiorano ossessivi i cadaveri di
Dachau. È il 1970 e il ciclo Non siamo gli ultimi ha nel titolo la fatalità di una condanna sempre rinnovabile. Ma nulla di enfatico in queste cataste di cadaveri trattate alla stregua di un paesaggio spoglio, scabro ed essenziale.

Spazio intenso (anni ’90)

Zoran assiste al progressivo cedimento del corpo e nelle ultime figure lo esprime in perfetta solitudine. Quella stessa di quando era bambino, ai margini di un impero-austroungarico che sfaldava i suoi confini. “Ho bisogno di questa solitudine” dice e dipinge figure sedute, nude, assorte o semplicemente chine, le gambe accavallate, un piede nella mano. Soprattutto L’anacoreta, senza sguardo, colpisce per quella nudità disarmata di chi ha semplicemente deciso di assecondare il proprio declino.

Zoran Music. Atelier (Doppio Ritratto), 1990, olio su tela, 162 x 130 cm. Collezione privata, © Zoran Antonio Music - by SIAE

Variazioni in Ida e Autoritratto (anni ’80 e ’90)

Music si ritrae da sempre. Tratta il suo sembiante alla stregua di un paesaggio spoglio e la moglie Ida è l’unico essere umano a comparire sulle tele oltre a se stesso. Intimamente connessa all’essenza aurea di una Venezia bizantina, Ida compare una prima volta nel 1947, ma seguiranno moltissimi ritratti. Il suo ovale stilizzato, bidimensionale e iconico. Le sue capigliature aeree, sagome in luce che affiorano da fondali scuri. Misteri inviolati. Ida gli è prossima e su di lei imbatte ogni volta che tenta di dire qualcosa oltre se stesso.

Doppio ritratto (1983–2001)

L’ultimo nucleo tematico riguarda i disegni preparatori e gli olii che dicono l’approssimarsi e il germinare di due figure nello spazio pittorico: inizialmente è lui solo, al margine; poi compare Ida nella sponda opposta, in un estenuante approssimarsi. La genesi dura dal 1983 all’ultimo disegno in segno rosso del 2001. Sono opere che suggeriscono posture, infinitesimali slittamenti, traiettorie di sguardi. Zoran reinventa così il suo spazio pittorico per dare nuova accoglienza alle due figure fino a farle coincidere.

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