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Andy Warhol

Il fenomeno del collezionismo d’arte

Un antico evento sociale e culturale che ha avuto grande impulso negli ultimi anni

di Giovanni Cozzarizza, il 15/09/2009

Il collezionismo d’arte fa parlare molto anche per le recenti strepitose aggiudicazioni d’asta: un’opera di Francis Bacon pagata la stratosferica cifra di 86 milioni di $, un quadro di Mark Rothko 34 milioni, un lavoro di Andy Warhol ha raggiunto quasi 33 milioni, i tagli e gli squarci di Lucio Fontana oltre 13 milioni. E’ un fenomeno ritenuto, erroneamente, un’espressione della modernità anche se in realtà si tratta di un evento sociale e culturale tutt’altro che nuovo.

Riferisce Erodoto che già i Babilonesi, 5 secoli prima di Cristo, organizzavano con notevole successo vendite pubbliche di opere d’arte. Ed ancora nel 150 a.C. si proponevano al miglior offerente i bottini di guerra costituiti da oggetti d’arte come statue, vasi cesellati, gioielli e monili (vere aste ante litteram).

Dal mecenatismo disinteressato all’Investimento

Nel corso del tempo, però, il collezionismo ha assunto connotazioni molto diverse: dal mecenatismo alla capitalizzazione il passo non è stato breve.
Per molti secoli questo fenomeno ha riguardato esclusivamente la chiesa ed i nobili ed è stato proprio grazie a qualche spirito illuminato di sangue blu che gli artisti, per secoli, hanno avuto di che vivere.
Poi, a partire dal 16° secolo, anche la nuova borghesia imprenditoriale si è affacciata al mondo dell’arte: l’opera non ha rappresentato più solo qualcosa di bello e sublime, é diventata anche una forma, seppur “nobile”, di investimento. E, nel tempo, si è rivelato un investimento fruttuoso, come vedremo.

Lucio Fontana, Attese

Il collezionismo s’impone prima nell’area calvinista

Questa tendenza si é manifestata prima, e non a caso, in un’area geografica ben precisa, i Paesi Bassi, dove più ricca era, in quel periodo, la borghesia e più forte l’etica calvinista secondo la quale il successo (e quindi la “ricchezza”) è un segno dell’attenzione divina nei confronti dell’uomo. In quel contesto sociale, la ricchezza - rappresentata anche dal possesso di opere d’arte - è dunque vissuta ed ostentata senza imbarazzo ed anzi con orgoglio, contrariamente a quanto avviene nell’ambito cattolico nel quale, invece, il denaro è considerato “lo sterco del demonio”.

Gli artisti si adeguano alla nuova domanda offrendo “prodotti” più snelli

Gli artisti, dal canto loro, hanno assecondato le richieste dei nuovi imprenditori-acquirenti offrendo loro un “prodotto” nuovo: cambia il soggetto dell’opera, non più solo sacro (anche questa tendenza sostenuta dal calvinismo, che vedeva con sospetto le rappresentazioni dei santi), cambia la dimensione del quadro, cosa, questa, tutt’altro che banale, dal momento che il quadro di piccolo formato è più facilmente collocabile, più comodamente trasportabile e più agevolmente scambiabile (tutte qualità estremamente gradite ai borghesi che erano prevalentemente commercianti che si trasferivano spesso). Nel corso dell’800 l’affermazione definitiva della borghesia in tutta Europa ha determinato un’ulteriore dilatazione del fenomeno del collezionismo.

Francis Bacon

Nel ‘900 l’arte e l’investimento in arte diventano un fenomeno di massa e persino oggetto di culto

Ma è solo nel ‘900, complice una maggiore diffusione del benessere e della cultura, che il collezionismo è diventato, non solo un fenomeno di massa, ma anche un vero e proprio oggetto di culto, come ha spiegato Tom Wolfe, in un emblematico articolo del 1985, intitolato “L’adorazione dell’arte: note sul nuovo dio”. Un fenomeno economico, sociale e di costume dagli inquietanti risvolti psicologici. Prende anche corpo l’idea di collezionare arte anche come investimento.

Un impiego del denaro niente male, se si considera che persino la grande depressione del 1929 non ebbe ricadute sul mercato dell’arte. Poi, durante lo shock petrolifero del 1972 e fino al 1982, il valore dell’arte è salito di oltre il 230%, mentre la borsa è rimasta ferma per dieci anni. Così pure dopo l’attentato del settembre 2001, l’arte si è rafforzata di circa il 30%, mentre la borsa è scesa quasi del 50%. Comunque, da un sondaggio risulta che i collezionisti non si dichiarano motivati dall’”investimento”. E allora?

Il problema del collezionismo é evidentemente molto più complesso di quanto può apparire. Honorè de Bazac lo vedeva come il fumo negli occhi: “Uno di quei maniaci chiamati collezionisti”. Stendhal lo disprezzava: “ Nulla rende lo spirito angusto e geloso come l’abitudine di fare una collezione”. Mario Praz afferma che “Sottoposta a psicanalisi la figura del collezionista ne esce male, e dal punto di vista etico c’è certamente in lui qualcosa di profondamente egoistico e limitato, di gretto addirittura”.

Mark Rothko

Ma, al di là di tutto, tentiamo di capire perché si continua a collezionare arte?

Forse l’opera d’arte soddisfa solo l’esigenza di arredare la dimora; tale risultato, però, potrebbe essere raggiunto con una copia o con una bella tappezzeria.
Forse, si mira all’investimento, dato l’alto valore economico spesso rappresentato dalle opere d’arte: ma allora perché quadri e non azioni o BOT?

Forse il problema é quello di far percepire agli altri la propria appartenenza ad una certa élite sociale e culturale: l’oggetto cioè é destinato a indicarci come soggetti originali ed irripetibili, e, in effetti, il possesso di un importante oggetto d’arte esprime come poche altre cose al mondo, gusto e raffinatezza. Ma si può ottenere lo stesso effetto attraverso il possesso di altri oggetti altrettanto lussuosi e raffinati e sicuramente più appariscenti (come una Ferrari o uno Yacht). O probabilmente, come afferma Freud, il collezionismo altro non é che una forma maniacale ovvero una tendenza ritentiva risalente allo stadio anale dell’evoluzione psichica infantile. Ma, al di là della psicanalisi, il problema resta aperto.

Alcune altre ipotesi per tentare di spigare il fenomeno

Forse il possesso dell’opera d’arte rappresenta un mezzo per acquisire autostima, nel senso che può aiutare qualcuno a superare quel complesso di inferiorità culturale che oggi affligge talvolta persone molto abbienti ma prive, magari, di grande istruzione e cultura. Ma anche per raggiungere questo scopo ci sarebbero mezzi molto meno costosi e più plateali e, peraltro, é frequente invece che il collezionista sia gelosissimo dei suoi quadri e spesso non ami affatto mostrarli ad altri.

Forse allora, essendoci affrancati dai bisogni primari, aspiriamo semplicemente a soddisfare più intime esigenze dello spirito.
Ma se così fosse basterebbe contemplare le opere d’arte nei musei: il godimento estetico di un’opera d’arte non può essere legato al suo possesso, mentre ciò che spinge il collezionista é proprio il desiderio del possesso.

Passione o invasamento?

Si potrebbe asserire che spesso i collezionisti sono spinti, nella loro passione, da un tale fanatismo da far dire di loro che non solo sono possessori delle loro opere, ma anche posseduti dalle medesime.
O forse i collezionisti si sentono investiti di un compito: quello di custodire piccole grandi meraviglie per i posteri, affinché ne possano godere in futuro, compito certamente molto nobile ma, come direbbe Oscar Wilde, “Che cosa hanno fatto i posteri per noi?”.

Lucio Fontana, Attese giallo

Una strana, sublime, viscerale forma d’amore

Io credo, in conclusione, che nessuna di queste ipotesi esaurisca da sola il problema ma che ciascuna contenga un piccolo frammento di verità.
Certamente il collezionismo é anche - in qualche modo - una forma d’amore e quindi un enigma, come c’insegna Emily Dickinson: “Che l’amore è tutto, è tutto ciò che sappiamo dell’amore”.
In ogni caso é indubbio che l’amore per le cose, così come quello per una donna, implica inevitabilmente il bisogno del possesso e anche dell’esclusiva.

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