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Pechino, 2007

SPECIAL / Tornatore: io e la fotografia

Intervistato dalla co-curatrice della mostra al “Candiani”, il film maker siciliano svela la sua passione per l’obiettivo

di Monica Maffioli, il 31/08/2009

“Indiscrezioni” è il titolo che lei ha scelto per la sua prima mostra antologica come fotografo e certamente ben connota la sua particolare sensibilità e attenzione nel cogliere furtivamente le emozioni del vivere quotidiano delle persone e dei luoghi, ma quando ha riconosciuto in modo consapevole questa sua propensione a “rubare immagini” per trasformarle in un personale “archivio di memorie”?

Me ne sono accorto tardi. Quando il mestiere del cinema mi ha costretto ad interrompere l’antica abitudine di fotografare tutti i giorni, qualunque cosa, ma sempre. L’aver perduto quella rigorosa consuetudine me ne ha rivelato inesorabilmente il senso più profondo. E non era stato solo il divertimento perverso del “rubare” immagini. La mia attitudine ad intrufolarmi nella vita degli altri per mezzo dell’obiettivo nasceva, tutto sommato, dalla mia introversione o, se vogliamo, dalla mia propensione alla solitudine. Attraverso l’indiscrezione della mia macchina fotografica riuscivo a conquistare tutte quelle conoscenze e tutte quelle amicizie che nella vita reale non ero capace di costruire. Del resto, l’ho detto più volte, nell’istante in cui inquadri il volto inconsapevole di uno sconosciuto e fai scattare l’otturatore, in quel preciso momento quella persona cessa di essere estranea alla tua esistenza.

Aspra (Bagheria), Renato Guttuso, 1982

È per me una tematica importante, e me ne sono ricordato quando ho scritto Una pura formalità. Onoff, lo scrittore protagonista del film, ha avuto in passato “l’ossessione” della fotografia. Il commissario gli chiede che cosa hanno di così importante le sue fotografie. E lo scrittore: ”Tutto e niente. La testimonianza di una strana abitudine, o, se preferisce, di un vizio che ho avuto per quasi tutta la mia vita. Portavo sempre con me una piccola macchina fotografica. Raccoglievo i volti di chiunque incontrassi, ovunque andassi. Un modo bizzarro... di tenere un diario. Un gioco che ho abbandonato il giorno stesso in cui presi la decisione di ritirarmi dalla vita pubblica. In seguito ho smarrito tutto. In quelle foto ci sono tutti i miei amici, i miei avversari, le persone che amo e ho amato, e quelle che non ho saputo o non ho voluto amare. Gente che mi ha stretto la mano e mi ha sorriso, e quelli che mi hanno solo guardato, senza dire niente. Migliaia, migliaia e migliaia di facce”.

Fin dalle sue prime fotografie giovanili si riconosce un grande talento narrativo nel raccontare storie di complicità di sguardi e di vite vissute al di là dei luoghi dove vengono fermate dall’obbiettivo. Così come nello scorrere i provini che costituiscono il suo archivio fotografico si susseguono sequenze di decine di fotogrammi scattati ad uno stesso soggetto colto in movimento, a voler fermare nel tempo un’azione. Quanto di questo modo di operare con la macchina fotografica ha condizionato e tutt’oggi è presente nel suo lavoro di regista?

Sudafrica, 1995

Il mio modo di fare cinema deve moltissimo alla fotografia. Rubare immagini mi costringeva da ragazzo ad osservare a lungo la gente, a studiare il movimento delle persone, a capire i gesti, quasi a prevenirli per fissarli nell’istante magico dello scatto. E’ stata una palestra decisiva per la mia futura vita professionale. Per anni, in fondo, non ho fatto altro che studiare ossessivamente il movimento delle figure umane. E in cos’altro consiste il lavoro del regista cinematografico se non nel restituire sullo schermo la dinamicità della vita reale? Quando un mio personaggio si muove nell’area delimitata dall’inquadratura, so esattamente se il suo modo di agire è coerente con la sua essenza drammaturgica. Ed anche la mia fissazione per la composizione dell’inquadratura cinematografica deriva tutta dall’esperienza fotografica. Da giovane scattavo decine di foto su uno stesso soggetto perché sognavo di carpirne il “movimento cinematografico”, inconsapevole degli “scatti progressivi” sperimentati quasi un secolo prima da Eadweard Muybridge, ma quando finalmente ho potuto fare il cinema non ho fatto altro che portare con me tutto quanto mi aveva insegnato la fotografia, e non era solo tecnica. […] Leggi il testo completo dell’intervista

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