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Particolare della “Madonna del Cardellino” durante la pulitura

SPECIAL / Raffaello: il progetto di restauro

Come si è svolto l’intervento conservativo sulla “Madonna del cardellino”, per decenni considerato una sfida insuperabile

a cura di Redazione, il 21/11/2008

Il delicato e difficile intervento di restauro sulla “Madonna del Cardellino” di Raffaello, compiuto dall’Opificio delle Pietre Dure, è stato supportato da una lunga fase iniziale di studio e da continue indagini scientifiche volte a chiarire quali fossero i materiali pittorici usati da Raffaello, quali da Ridolfo del Ghirlandaio, che verosimilmente ha restaurato l’opera gravemente danneggiata nel 1547, e le stratificazioni degli interventi successivi. La consistente massa di questi materiali nel tempo si è alterata al punto da nascondere completamente la policromia raffaellesca.

Le tecnologie utilizzate per impostare il lavoro

Sono stati impiegati tutti i possibili strumenti di conoscenza offerti dalle varie tecniche di indagine diagnostica: RX, TAC, Fluorescenzab UV, IR b/n, IR falso colore, Riflettografia IR, ecc, privilegiando quelli non invasivi con l’applicazione anche di tecniche innovative. L’analisi ai raggi X ha permesso di vedere le fratture tra i pezzi, e i numerosi lunghi chiodi inseriti in occasione del primo restauro cinquecentesco per ricomporre la tavola che era andata in pezzi, mentre la riflettografia a raggi infrarossi ha individuato un disegno preliminare in scala 1:1.

La radiografia dell'opera

Le differenze evidenziate fra l’opera originale e quella a noi pervenuta

Le differenze rispetto all’opera ultimata nelle figure sono poche, molto più importanti sono quelle relative al paesaggio come il ponte a sinistra, che era del tutto inventato, e la torre insieme ad un edificio cilindrico sulla destra, che nell’opera si trasformano in uno spazio aperto. Altre piccole differenze riguardano la scollatura dell’abito della Madonna, che nel cartone era più morbida e non quadrata, e l’orecchio del San Giovanni Battista che risulta in posizione più alta rispetto a come verrà dipinto.

Il recupero della policromia raffaellesca grazie alla delicata fase di pulitura

I risultati del progetto di conservazione sono duplici: da un lato hanno cercato di risanare gli elementi patologici, dall’altro hanno fatto sì che gli straordinari valori espressivi del dipinto fossero correttamente fruibili. La lunga e delicata fase di pulitura ha consentito il recupero della policromia raffaellesca ancora protetta dalla verniciatura stesa dall’artista.
Patrizia Riitano, la straordinaria professionista che ha concretamente effettuato il restauro, ha sottolineato come la pulitura dell’opera non fosse per nulla un’opzione scontata, trattandosi di un’operazione irreversibile. Presa la decisione di procedere, essa ha richiesto molto tempo e un’estrema cautela, rivelando peraltro la straordinaria qualità della vernice originaria usata da Raffaello.

Le fasi conclusive del restauro

L'opera di Raffaello come appariva dopo la stuccatura delle lacune dovute all'incidente del 1548

Anche il supporto ligneo è stato oggetto di un intervento di risanamento volto al consolidamento delle fratture che nel tempo si erano riaperte e al parziale miglioramento dell’andamento della superficie, segnata da una serie di deformazioni. La stuccatura delle lacune, il trattamento della superficie e la reintegrazione pittorica, hanno permesso di coniugare il miglioramento strutturale a quello di una corretta fruizione dei valori espressivi del dipinto.

La soddisfazione di Patrizia Riitano

Comprensibilmente emozionata durante la presentazione a Palazzo Medici Riccardi, Patrizia Riitano si è detta molto soddisfatta dell’esito del restauro, giudicandolo un intervento contenuto, il meno invasivo possibile, «tanto che il dipinto conserva ancora tracce e segni della sua storia, anche piccoli difetti che sono stati lasciati nonostante sarebbe stato facile eliminarli».

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