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Cinciarda, 1945, tempera grassa su tela, 180x100 cm

Annigoni, Pietro

a cura di Redazione, il 20/11/2008

Nato a Milano il 7 giugno 1910, Pietro Annigoni si trasferisce con la famiglia a Firenze nel 1925. Qui compie gli studi presso il Collegio dei Padri Scolopi e nel frattempo comincia a frequentare l’ambiente artistico, in particolare la Scuola Libera di Nudo dell’Accademia di Belle Arti, ai cui corsi, concluse le Superiori, accede infine nel 1927.

Nel 1930 il primo successo espositivo

Ha come insegnanti Felice Carena per la pittura, Giuseppe Graziosi per la scultura, Celestino Celestini per la grafica. Dopo la partecipazione a un’esposizione collettiva regionale nel 1930, il suo esordio pubblico ha luogo presso la fiorentina Galleria Bellini in Palazzo Ferroni. In questa occasione il noto critico d’arte Ugo Ojetti, sul “Corriere della Sera” del 23 dicembre, dedica all’evento un articolo dai toni fortemente elogiativi, e nel rendere omaggio all’artista poco più che ventenne individua con precisione nel rapporto dialettico e paritetico con la Tradizione un carattere saliente e destinato a perdurare della sua poetica, al tempo stesso lodando la capacità squisitamente manuale del giovane, a suo avviso in grado, soprattutto attraverso la grafica, di cogliere il Vero oltre i limiti dello stilismo. Sempre nel 1932 l’artista vince il Premio Trentacoste.

Annigoni lega con alcuni personaggi di spicco della cultura dell'epoca

Dotato di un’indole autonoma, Annigoni vive in questi anni fra Milano, dove la famiglia è tornata ben presto a risiedere, e Firenze, dove egli si lega a personalità della cultura come il letterato Renzo Simi (1889-1943), figlio del pittore Filadelfo Simi e autore nel 1913 dell’edizione critica del Libro d’arte di Cennino Cennini; il pittore e scultore pistoiese Mario Parri; lo storico d’origine fiumana Carlo Francovich (1910-1990); lo studioso d’arte trentino Niccolò Rasmo (1909-1986).

I melograni, 1938, tempera grassa su tela, 18x18,3 cm

E’ in tale clima di fervida intellettualità che egli definisce i propri interessi e orienta il proprio gusto, mostrandosi precocemente in grado di partecipare al dibattito sull’arte pur rimanendo estraneo a movimenti o correnti, tanto da guadagnarsi presto la fama di personaggio fuori dai canoni. Fama cui daranno via via supporto, da ora fino all’estrema vecchiaia, i numerosi autoritratti, variamente ispirati alla pittura antica.

I celebri autoritratti

Di straordinaria qualità formale, essi sono spesso caratterizzati da mordente, quasi illusionistica verosimiglianza, degna di un Quattrocento che spazia dalla Firenze del Ghirlandaio all’universo fiammingo e può approdare a un seicentismo d’ampio respiro senza per questo sottrarsi a stimolanti confronti con la contemporaneità.

Il primo importante ciclo decorativo nel convento mediceo di San Marco a Firenze

Sullo sfondo della cultura vitale della Firenze fra le due guerre, ma agli antipodi dalle semplificazioni idealizzanti del Novecento e di Strapaese, immerso in ricerche sulla tecnica che implicano un rapporto quasi alchemico con il mestiere pittorico, dopo il successo di pubblico ottenuto con una personale a Milano nel 1936, sullo scorcio del decennio (1937-1941) Annigoni crea il suo primo importante ciclo decorativo ad affresco nel convento mediceo di San Marco, raffigurante una Deposizione dove la figura livida del Cristo, tra scene bibliche di aulica bellezza e immagini statuarie di santi domenicani, ha tensioni espressioniste drammatiche, che bene interpretano la ricerca di un arduo equilibrio espressivo generato dal contrasto urgente fra modernità e tradizione.

Autoritratto, 1940, tempera grassa su tela, 45x35,5 cm

I temi portanti della pittura di Annigoni

D’allora in poi la pittura a sfondo religioso sarà, insieme alla ritrattistica e all’incisione, uno dei temi portanti della produzione pittorica annigoniana, lo spazio alternativo a quello di un’ufficialità troppo spesso in quegli anni ideologicamente segnata, e cui un linguaggio così impostato sul confronto con la tradizione avrebbe potuto facilmente indulgere, data la temperie politica dominante.

L’accentuazione della vena malinconica

Proprio per questo, forse, la guerra, accompagnata dalla morte tragica di uno dei fratelli, non produce una cesura nel percorso stilistico dell’artista milanese, così come accade invece per molti suoi immediati predecessori o contemporanei; essa produce semmai un’accentuarsi della vena malinconica da sempre presente nella sua poetica, palese in quadri che hanno per protagonisti desolate figure di mendicanti (Cinciarda, 1945) o metafisici manichini di pezza (La soffitta del torero, 1950; Direste voi che questo è l’uomo?, 1953), nelle quali neppure il clima di rinascita cui Annigoni stesso partecipa con l’adesione nel 1947 al “Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà”, in polemica con le tendenze astrattiste e informali del momento, riesce a infondere un respiro d’ottimismo.

La decisione di mantenersi fedele alla propria scelta giovanile, di prediligere cioè un confronto diretto ed eloquente col Vero, fondato su una percezione fortemente interiorizzata e complessa del ruolo dell’artista, costringe infatti l’artista sempre più fuori dai circuiti ufficiali, alla cui nuova ma non meno esclusiva stretta ideologica ancora una volta egli sfugge.

I ritratti

Sposatosi con Anna Maggini (1937), da cui ha avuto due figli, Benedetto (1939) e Ricciarda (1948), Annigoni si va dedicando da tempo sempre più e convintamente al ritratto, genere nel quale raggiunge vertici d’indiscussa maestria. Dal 1949 in poi espone con continuità e successo all’estero, in particolare a Londra, dove nel 1955 esegue il Ritratto della Regina Elisabetta II, opera emblematica del ruolo di cui egli è ormai interprete prediletto presso una società d’élite che in lui vede il degno erede di una tradizione antica e che ben volentieri si propone quale committenza secondo l’esempio dei grandi mecenati del passato (tra i tanti spiccano personaggi illustri come il duca di Edimburgo e la principessa Margaret d’Inghilterra, ma anche Margot Fonteyn, John Fitzgerald Kennedy, papa Giovanni XXIII).

Maria Ricciarda Annigoni, 1970, tecnica mista su tavola, 60x40 cm

Gli spunti tratti anche dai numerosi viaggi

Nel frattempo dunque il pittore viaggia, sia per necessità di lavoro che per proprio piacere e interesse, animato da una curiosità che appare davvero insaziabile nei confronti del mondo e che si traduce in una folta serie di appunti grafici, ma spinto anche da un’urgenza interiore che tutto trasforma ai sui occhi attenti. E’ di questi anni una serie di fogli raffiguranti paesaggi deserti del Sud Africa e del Nord America, caratterizzati all’impatto visivo dalla crudezza materica del muro a fresco e al tempo stesso dalla profondità luminosa della tempera, tecniche entrambe che Annigoni sperimenta da tempo, e la cui reciproca contaminazione gli consente effetti di grande suggestione.

I cicli decorativi con tema sacro

Impegnato nella realizzazione di importanti cicli decorativi di tema sacro caratterizzati da una spiritualità ispirata (fra gli altri quelli per la chiesa di San Martino a Castagno d’Andrea del 1958, per il santuario della Madonna del Buon Consiglio a Ponte Buggianese presso Pistoia del 1967-1968, per la Chiesa Maggiore dell’Abbazia di Montecassino del 1978-1980 e per la Basilica di Sant’Antonio a Padova del 1980-1988), ma anche di soggetti profani dalla piacevolezza sensuale (L’Arcadia per la Sala del Pontormo a Wethersfield House, Amenia, New York, nel 1972-1973), accomunati dal riferimento alla grande tradizione dell’affresco, l’artista non si nega tuttavia, parallelamente, a una verifica del proprio linguaggio figurativo, in seguito alla quale la sua visione può lacerarsi, producendo squarci improvvisi di suggestione informale nella consueta coerenza del tessuto pittorico.

Le tre Solitudini"

E’ il caso delle tre grandi tele dette delle Solitudini, eseguite fra il 1963 e il 1973, sogni, o meglio incubi intorno al dramma della condizione umana che agitano il genio ansioso dell’artista e contrastano in apparenza con la felicità pittorica tanto dell’uomo di fede che dell’uomo di mondo - la cui vita, dopo la dolorosa scomparsa della prima moglie, avvenuta nel 1969, è stata rasserenata dall’incontro con la seconda giovanissima compagna e modella, Rossella Segreto, che Annigoni sposa nel 1976. In realtà essi hanno origine proprio nella sensibilità acuta dell’artista, ora più che mai consapevole del proprio isolamento intellettuale in un contesto storico votato piuttosto alla semplificazione che alla complessità.

Eremita che chiama, 1949, tempera grassa su tela, 51x61 cm

Fino all’ultimo molto attivo, Annigoni scompare a Firenze nel 1988

Circondato da uno scelto manipolo di allievi italiani e stranieri, Annigoni dipinge fino all’ultimo, producendosi fra l’altro in una serie di autoritratti che confermano il tema a lui caro dell’introspezione, opere in cui egli si osserva nel trascorrere del tempo con sguardo impietoso, traducendo la propria immagine attraverso una pittura che, per un estrema ansia di verità, quasi a render conto del declino fisico dell’uomo, tende a sfaldarsi e perdere il tono consueto a favore di un’accanita ricerca espressiva.

Fisso come sempre in un rapporto privilegiato con lo spettatore, l’artista cerca ancora, con insistenza, se stesso, quasi a farsi tramite una volta di più, attraverso la sua arte e indipendentemente da contenuti religiosi, di un mondo di valori ideali dei quali egli si sente da sempre depositario e interprete per eccellenza.
Annigoni si spenge a Firenze il 28 ottobre del 1988.
(Testo a cura di Rossella Campana)

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