Special » La rana crocifissa e le nuove crociate contro l’arte moderna

La controversa opera di Martin Kippenberger (1953-1997), da settimane al centro di violente polemiche

La rana crocifissa e le nuove crociate contro l’arte moderna

Passano i secoli ma la storia si ripete: le polemiche sull’opera di Martin Kippenberger esposta al Museion di Bolzano mostrano una rinnovata intolleranza autoritaria dei poteri pubblici nei confronti del Nuovo nell’arte

di Giovanni Cozzarizza, il 22/08/2008

C’è nell’aria una nostalgia di reductio ad unum, ad un “ordine” prestabilito, inteso come riconducimento delle varie espressioni del molteplice all’unità, al pensiero dominante.

Ha sollevato violente reazioni, infatti, la questione della scultura d’arte contemporanea - un ranocchio verde di plastica inchiodato in croce, realizzato dal grande artista Martin Kippenberger (1953-1997) - esposta al Museion di Bolzano poche settimane fa.
Pare che sia stata portata addirittura all’attenzione del Papa. Il governatore Durnwalder ha chiesto una riflessione, Franz Pahl, esponente dell’ala cattolica-tradizionalista del Svp, ha iniziato lo sciopero della fame. Infine l’ex senatore Renzo Gubert, intende presentare un esposto alla procura, invocando leggi che puniscono oscenità in pubblico.

A prescindere dalla qualità dell’opera, in gioco la libertà di pensiero, di ricerca e d’espressione

Alla fine l’opera è stata spostata dal posto d’onore al terzo piano, in posizione defilata: in sostanza messa in soffitta. A prescindere dall’effettiva qualità dell’opera - la cui valutazione, peraltro, è demandata unicamente al direttore del museo che, in quanto tale, ha la necessaria competenza –, va rilevata una rinnovata intolleranza autoritaria dei poteri pubblici nei confronti del Nuovo nell’arte, che spesso è in anticipo sul proprio tempo (o il tempo è in ritardo rispetto all’opera, come acutamente sosteneva Cocteau).

Sono in gioco qui i valori di libertà di pensiero, di ricerca e d’espressione, non dimenticando che le avanguardie sono destinate a divenire le retroguardie del nuovo che le scalzerà.

Da Beethoven a Burri, passando per Caravaggio: un’ostilità che si ripete

È curioso: passano i secoli e la storia si ripete, senza che s’impari la lezione. La musica di Beethoven fu giudicata, da un autorevole critico, “inconcludente e incomprensibile”. La grandezza titanica del musicista sta anche nella risposta che egli diedi al giornale: «… scrivendo in tal modo non vi rendete conto di danneggiare esclusivamente la reputazione del vostro giornale… questa musica prima o poi piacerà».
Come non ricordare, poi, che a Caravaggio furono rifiutate alcune tele con la pretesa che risultavano blasfeme. Negli anni ’30 si considerava Modigliani un insulto alla tradizione della pittura italiana. I sacchi di Burri, nel ’55, furono velenosamente criticati.

Martin Kippenberger

Il celebre “caso” di Piero Manzoni scoppiato nel 1971

Il caso più emblematico, però, è quello di Piero Manzoni, l’artista dei palloncini gonfiati con il suo fiato, delle linee infinite della quali ti vendeva alcuni metri e della Merde d’Artiste: scatolette contenenti appunto 30 grammi del risultato della sua digestione.
Nel ’71, la curatrice della Galleria d’Arte Moderna di Roma, Palma Bucarelli, ospitò una sua mostra.
Lo scandalo fu tale che il deputato Guido Bernardi presentò un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Istruzione. L’unica difesa venne dal mondo della cultura con una lettera di solidarietà all’artista e alla Bucarelli, ove si affermava che Manzoni era «uno dei protagonisti dell’arte internazionale del dopoguerra».
Il documento, tra gli altri, porta la firma di Giulio Carlo Argan, Cesare Brandi, Gillo Dorfles, Maurizio Calvesi, Giuseppe Caporossi, Enrico Castellani, Achille Bonito Oliva, Germano Celant.

I suoi provocatori lavori sono collegabili a precedenti Dada e tendono a demistificare e irridere il sistema del mercato dell’arte. Egli elimina ogni procedura tecnica nel realizzare l’opera e l’arte consiste, dunque, nell’atto stesso del crearla. È l’artista, in quanto tale, ad attribuire il valore: se io sono artista, il mio corpo è artistico; tutto ciò che faccio, che produco, non può che essere arte. Ciò implica la tesi che l’esperienza estetica riguardi solo l’artista che la realizza e che il fruitore non possa che acquistarla a scatola chiusa, senza scelta, come fa, peraltro, con i prodotti industriali.

Un’idea legata alla teoria secondo cui la civiltà dei consumi è per definizione stercoraria. Da ciò discende che la vita dell’uomo occidentale è caratterizzata da un alternarsi di produzione-consumo, fino a che il ciclo non si conclude in rifiuti (sterco). La cultura (l’arte) non si sottrae a questa legge: è consumata allo stesso modo in cui sono consumati i prodotti poiché è ingerita, digerita ed espulsa com’escremento. Non ci si nutre di cultura ma la si consuma restando culturalmente denutriti. Le sue opere ora sono in tutti i musei del mondo.

Quarant’anni dopo, credo che i sottoscrittori di quella lettera siano orgogliosi del loro gesto, mentre l’interrogazione di quell’onorevole si presta solo al ridicolo. Ma la rana c’è ancora e pare che lo sciopero continui.

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