Special » SPECIAL / I “ritratti monumento” del Barocco

Anton Raphael Mengs (Aussig, Boemia 1728 - Roma 1779), “Ritratto di Clemente XIII”, 1758, olio su tela, cm 152,5 x 110. Spoleto, collezione privata

SPECIAL / I “ritratti monumento” del Barocco

Nel saggio in catalogo, il curatore della mostra di Villa d’Este spiega perché la categoria estetica del Barocco può essere applicata anche alla ritrattistica coeva

di Francesco Petrucci, il 21/08/2008

La definizione di Barocco, estesa alle manifestazioni artistiche e culturali che interessarono la penisola e in particolare Roma - suo centro di irradiazione internazionale - tra il secondo quarto del ‘600 e il terzo quarto del ‘700, può essere applicata senz’altro anche alla ritrattistica. Se il fine dell’arte barocca è quello di educare, convincere e commuovere attraverso gli strumenti della tecnica e dell’immaginazione, facendo ricorso all’allegoria e alla metafora celebrativa, i ritratti di pontefici, monarchi e principi eseguiti nel corso di due secoli rientrano appieno in tale categoria estetica.

L’esaltazione del prestigio e del potere assoluto di una sola classe sociale: l’aristocrazia

Sono “ritratti monumento”, che devono eternare i personaggi in posa, destando ammirazione e nel contempo soggezione, essere un monito per chi li ammira, nell’esaltazione del prestigio e del potere assoluto di una sola classe sociale: l’aristocrazia. Ambientazioni opulente e fastose, ostentate senza alcuna remora morale, la ricchezza della materia e il gusto per il particolare decorativo, furono chiamate a collaborare al fine di esprimere le esigenze di prestigio e un potere che doveva sembrare caduto dal cielo, per volontà divina.

Blasonati rampolli in posa da super-uomini per i migliori ritrattisti

Ferdinand Voet (Anversa 1639 - Parigi 1689), “Ritratto della contessa Ortensia Ianni Stella”, c. 1672-1675, olio su tela, cm 74,5 x 59,5. Milano, Walter Padovani. Segni particolari: Sul retro telaio foglietto con la scritta “Contefsa Stella”; sul telaio è scritto a matita “B. P. MIGNARD”

Generazioni di blasonati rampolli atteggiati da super-uomini posarono così per specialisti della fisionomia come Rubens, Bernini, Algardi, Van Dyck, Velázquez, Maratta, Mignard, Rigaud, Batoni e Mengs, tra i protagonisti di quella stagione dell’arte occidentale che seppe meglio interpretare i desiderata della classe privilegiata.

Se in architettura il berniniano Baldacchino di San Pietro (1624 - ’33) è stato definito il “manifesto” del Barocco, in scultura il gruppo di Apollo e Dafne del Bernini (1622 - ’25) viene considerato una precoce manifestazione del nuovo stile, in pittura il trionfalismo barocco trova una prima grande manifestazione nella volta di Palazzo Barberini di Pietro da Cortona (1632 - ’39).

Il cardinale Bentivoglio di Van Dyck, primo ritratto barocco della storia

Nel campo del ritratto credo invece che il cardinale Bentivoglio di Van Dyck (Firenze, Palazzo Pitti), dipinto a Roma nel 1623, debba invece essere considerato il primo vero ritratto barocco, nella sua commistione tra naturalismo e aulica esaltazione della figura; l’aspirazione alla monumentalità e ad una superiore dignità, la fastosità dell’ambientazione con il teatrale ampio tendaggio, la colonna, le stoffe preziose e persino la brocca di fiori sul tavolo, il moto impresso dalla torsione laterale della figura alle vesti, fanno di questo capolavoro un modello per la ritrattistica cardinalizia successiva.

I “ritratti ideali” nella scultura berniniana

Tale esempio è seguito in scultura dal berniniano busto del cardinale Scipione Borghese del 1632, eroica e nel contempo vitalissima rappresentazione di un principe di Santa Romana Chiesa. Seguiranno sulla scia del “ritratto ideale” i busti di Francesco I d’Este e Luigi XIV, che sublimano il personaggio nello stesso eloquio solenne, patetico ed eroico nel contempo.

I “monumenti pittorici” di Anton Van Dyck e Pompeo Batoni

Sebastiano Ceccarini (Fano 1703-1783), “Allegoria dei Sensi, con bambini di casa Muti Bussi”, 1748, olio su tela, cm 174 x 123. Milano e Pesaro, Galleria Altomani

L’artista che forse seppe meglio illustrare ed esaltare il fasto e la superiorità dell’aristocrazia, il suo senso del gusto e di raffinata eleganza, l’aura di distanza irraggiungibile, sia nei portamenti che nel decoro dei lussuosi abiti, fu Anton Van Dyck, prima nelle opere genovesi e poi soprattutto in quelle realizzate durante il lungo soggiorno inglese. Superbi esempi di ritratto celebrativo sono la scenografica parata collettiva dei conti di Pembrocke e il ritratto equestre di Maurizio di Savoia, veri e propri monumenti pittorici che travalicano i tempi.

Soltanto Batoni oltre un secolo dopo riuscì a rievocare tale fasto, esaltato dalle inimitabili ambientazioni nella Roma dei Cesari con cui le gloriose effigi dei “milordi” dialogavano, quasi come una sfida all’eternità.

La spettacolarità e il desiderio di stupire dei ritratti dell’epoca

Scriveva il poeta Marino “è del poeta il fin la maraviglia” e persino i ritratti degli artisti sembrano improntati a tale principio nell’epoca dello stupore. Ne è un esempio all’insegna della spettacolarità il ritratto di Mario de’ Fiori eseguito da Morandi (Ariccia, Palazzo Chigi), ove il pittore si volta stupito interrotto nell’esecuzione di un vaso di fiori che è lo stesso da lui dipinto nel quadro, in un gioco di rimandi capziosi, o l’autoritratto di Andrea Pozzo in bilico sul cornicione di una delle volte che deve dipingere (Firenze, Uffizi e Chiesa del Gesù)”. […] (leggi tutto il saggio “Ritratto barocco romano”)

stampa pagina stampa solo testo Segnala l'articolo Ascolta con webReader

Articoli correlati

a cura di Angelo Pinti, il 21/08/2008

RITRATTO BAROCCO

“Ritratto barocco”, la grande mostra dedicata al ritratto nel ‘600 e ‘700, propone fino al 2 novembre 2008, nella splendida cornice di Villa d’Este a Tivoli, 37 opere raffiguranti papi, principi, cardinali e figure di spicco della società dell’epoca, provenienti da collezioni private, italiane...