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Scipione, “Eva (Scena apocalittica)”, 1930. Courtesy Fondazione Cassa di Risparmio-Museo Palazzo Ricci, Macerata

Scipione (Gino Bonichi)

a cura di Redazione, il 11/07/2008

Nasce il 25 febbraio 1904 a Macerata da Emma Wülderk e Serafino Bonichi, capitano d’amministrazione presso il distretto militare della città per breve tempo. Il padre, originario di Monte San Savino (Arezzo), discende da una famiglia che sostiene di avere tra i suoi antenati il poeta dello stilnovo Bindo Bonichi.

Nel 1919 Scipione si trasferisce a Roma con la famiglia. Qui si dedica con assiduità allo sport agonistico, grazie a un fisico dotato e a un temperamento molto vitale. In questo periodo contrae tuttavia la tubercolosi, che condizionerà tutta la sua vita a venire. Intorno al 1924 stringe amicizia con Mario Mafai, insieme al quale comincia a frequentare la Scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti.

Oltre a studiare, Scipione e Mafai tentano di guadagnare qualche soldo vendendo quadretti commerciali e cartelloni pubblicitari, firmandosi con la sigla “Bomaf”. All’accademia conoscono la lituana Antonietta Raphaël, approdata a Roma dopo una vita avventurosa a Londra e a Parigi. Mafai e Raphaël si legano in un rapporto passionale, da cui nasceranno tre figlie. Caratterizzato da un tono visionario e romantico, carico di reminiscenze espressioniste, lo stile pittorico di Raphaël sarà importante per Scipione.

L’esordio artistico del giovane avviene alla Biennale romana del 1925, secondo una tarda testimonianza di Francesco Di Cocco: benché egli non sia registrato nel catalogo della rassegna, un suo piccolo quadro viene incluso di straforo da Cipriano Efisio Oppo, segretario del sindacato degli artisti, uno dei maggiori sostenitori del giovane pittore.

In questo periodo Scipione è in contatto con il pittore catanese Lazzaro, con Virgilio Guidi, che ammira molto, con Ferruccio Terrazzi e con il giovane Renato Marino Mazzacurati, da poco a Roma. È assidua la frequentazione con Giuseppe Ungaretti, Libero de Libero, Roberto Longhi, Leonardo Sinisgalli ed Enrico Falqui, che in seguito si preoccuperà di tenere viva la memoria dell’artista.

Tra l’autunno del 1929 e la primavera del 1931 l’artista svolge un lavoro intenso che lo porta a maturare un’iconografia personale e uno stile fantastico e visionario, alimentato da suggestioni letterarie e figurative di ambito surrealista. In poco più di un anno dipinge i suoi capolavori, dal "Risveglio della bionda sirena" al "Ritratto del cardinale decano", dalla serie delle nature morte alle vedute romane, fino ai soggetti biblico-apocalittici. Raccoglie i frutti alla Biennale di Venezia del 1930, dove, anche grazie a Oppo, ottiene un riconoscimento nell’ambito del premio per la giovane arte italiana.

Nel novembre 1930 a Roma allestisce con Mafai la straordinaria personale alla Galleria di Roma, che suscita un grande entusiasmo da parte della critica, registrando anche un buon numero di vendite. Scrive inoltre poesie, collabora con disegni e caricature a “L’Italia letteraria”, realizza copertine di libri. Insieme a Mazzacurati fonda una rivista dal titolo programmatico, “Fronte”, che esce in due soli numeri nel 1931 e intende essere un punto di riferimento per un movimento romano. Dal 1931 inizia il calvario delle cure finché non viene ricoverato ad Arco di Trento, dove si spegne il 9 novembre 1933. (testo di Francesca Romana Morelli)

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