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Piero Guccione. “Aereo sulla città”, 1966, olio su tela, cm 92x106

SPECIAL / Piero Guccione, tra istinto e contemplazione

Sull’opera del maestro hanno scritto illustri personaggi, da Vittorio Sgarbi a Leonardo Sciascia, da Jean Clair a Tahar Ben Jelloun. Le parole dello stesso artista siciliano sul proprio percorso creativo

a cura di David Bernacchioni, il 07/07/2008

«Nel mio lavoro, di solito, il significato non è la molla che fa scattare l’immagine né la gioia di inseguirla. È la seduzione dell’oggetto l’elemento primario: la sua pregnanza fisica e figurale che in genere mi spinge a tentarne l’interpretazione e a darne visione… Le mie scelte sono quasi sempre dettate dall’istinto, prodotte dall’immaginazione con le più strane e disparate associazioni, senza alcun vincolo se non per il rigore della forma e dell’esecuzione… Confesso che sempre meno mi interessa conoscere, sapere e capire il mondo. Preferisco affidarmi alla verità, alle contraddizioni, alle infinite controverse ingiunzioni della corporeità.»
(Piero Guccione)

Così Vittorio Sgarbi: “A Guccione interessa l’assoluto, senza dubbio alcuno

«Guccione non rincorre la verdad nel molteplice. Dipinge il vento, le nuvole, il frangere della risacca, la luce che precede il tramonto, non avvertendoli mai come manifestazioni del molteplice. Il molteplice è l’antitesi dell’assoluto, dove sta l’uno non sta l’altro… A Guccione interessa l’assoluto, senza dubbio alcuno. L’assoluto immanente nella natura, il celeste contagiato di terra, mai totalmente puro, che va scattivato, come dicevano una volta gli scalpellini, per liberare la pietra preziosa dalle inevitabili impurità umane. Come un maestro zen, fra Sicilia e Giappone, Guccione si propone di contemplare l’assoluto, cercando, con mestiere tecnico straordinario, l’essenza nella lampante semplicità di ciò che vede…»

Piero Guccione. “Studio di ibiscus doppio”, 1978, pastello su carta, cm 50x70

Susan Sontag:

«I quadri di Guccione, belli, solenni, appassionati, hanno un vigore contemplativo che rende difficile considerarli semplicemente rilevanti. Quando saranno concluse tutte le rassegne, costruite le scuole, ratificate le clamorose transazioni d’influenza, queste opere continueranno a parlare nel loro registro necessario di singolarità, di amore per la pittura stessa.»

Jean Clair:

«La pittura come il mare: toujours recommencée. Cos’è il dipingere un quadro, se non immergersi i questo sentimento oceanico in cui, dall’istante presente, si entra in questo luogo senza frontiere e in questo tempo senza fine? … Dipingere il mare, ritornare alle origini della vita, è come rinnovare l’atto pittorico, come se mai nessuno avesse dipinto…Il mare è principio di paternità, il richiamo del mondo in cui vivono gli dei e gli eroi, al di là delle paludi dell’infanzia, posta sotto il segno della madre…»

Tahar Ben Jelloun:

«Guccione ha la capacità e soprattutto il talento di saperci comunicare le sue prime emozioni. Non le conserva solo per sé stesso. Le utilizza, le lavora, le espone. Sono mediterranee, scendono dalla magia di un cielo stellato, cadono nell’acqua per disegnare poi un paesaggio, un viso, il volto di una donna che volta le spalle all’amore, un corpo proteso nella violenza del silenzio verso l’attesa.»

Piero Guccione. “Nel porto di Messina”, 1993-96, olio su tela, cm 85x73

Gesualdo Bufalino:

«Il semplice vedere è già un creare. Dipingere significherà quindi creare due volte, e rubare due volte, se è vero che in ogni pittore si nasconde la figura bifronte di un ladro e di un dio. Vale, questo privilegio, a maggiore titolo per Piero Guccione. Salvo che in lui, quanto è più schivo e pudico il dio, tanto più clamorosamente si esibisce il ladro di luce.»

Il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia sulla pittura di Guccione

«La bella pittura deve essere piatta, come voleva Degas (che la faceva); e la piattezza è divina - cioè peculiare alla pittura, essenza, necessità, ineffabilità - come commentava Valéry (che se ne intendeva). Alla pittura di Guccione è dunque peculiare la smarrita - per altri - platitude. Che non è da intendere nel senso della banalità quotidiana, della svogliante abitudine, dell’accidioso spegnersi del mondo intorno a noi; ma tutt’al contrario: come una fuga dalle sensazioni, e cioè dal tempo, per andare (e restare) oltre.»

E ancora lo parole dello stesso Piero Guccione:

«La morte è la cosa più lontana, la più estranea e assente nella visione di un cielo stellato, così come i sentimenti d’angoscia e di paura. Solo stupore, e uno sconfinato senso di meraviglia, di commozione per tanto e sublime ordine, oltre alla gratitudine profonda verso la vita che ci offre questo alto e silenzioso spettacolo. Prima di finire, mi piacerebbe poter dire tutto questo con la pittura, più compiutamente di quanto ho fatto fino ad oggi: almeno tentarlo, consapevole della difficoltà dell’impresa.»

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