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Self-portrait as a devil on the occasion of my fortieth birthday – 1972. © Duane Michals, Courtesy Pace/MacGill Gallery, New York

SPECIAL / La rivoluzione di Duane Michals

Nella storia della fotografia contemporanea ci sono pochissimi autori che con la loro opera hanno segnato un punto di svolta nell’evoluzione del linguaggio fotografico. Uno di questi, senza dubbio, è Duane Michals

a cura di Redazione, il 22/06/2008

Tra i nomi più significatici dell’avanguardia americana, alla fine degli anni Sessanta Michals (in mostra al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona fino al 14 settembre 2008) introduce in fotografia un linguaggio nuovo, non più attento a documentare il fatto compiuto, ma preoccupato degli aspetti metafisici della vita, che non sono direttamente fotografabili, ma che possono soltanto essere suggeriti.

Ricerca e innovazione da oltre cinquant’anni

Da cinquant’anni Duane Michals si pone domande che vanno molto al di là di quello che ci si aspettava dal medium fotografico quando fu inventato nel 1839. Dai suoi primi scatti nel 1958 a Leningrado fino alle elaborazioni in età matura lo sviluppo del lavoro di Michals può essere descritto come una storia dei suoi sforzi per superare i “ limiti “ di questo strumento. Con lui la fotografia entra a pieno diritto nel mondo dell’arte contemporanea.

Le diversità tra Michals e gli altri grandi maestri contemporanei

L’arte fotografica di Michals si pone in antitesi a quella di altri grandi maestri contemporanei, la quale, ferma al “realismo del momento decisivo”, intende dare l’immagine perfetta degli avvenimenti che si producono nella realtà quotidiana, spiegarne il meccanismo, documentarne gli aspetti. Per Michals quello che conta è la situazione umana, in continua trasformazione, in cui il presente è già passato e tutto non è
che ricordo, sogno o illusione. Con le sue immagini egli ferma le illusioni, i turbamenti, le ossessioni e i fantasmi dell’intelletto e della vita, cercando di analizzarli e di renderli meno inquietanti.

Dalle celebri “Sequences” agli innovativi foto-testi

Andy Warhol – 1973. © Duane Michals, Courtesy Pace/MacGill Gallery, New York

Le sue opere, soprattutto le famose “Sequences”, sono diventate un riferimento imprescindibile per tutte le generazioni successive. Le foto-sequenze di Michals stanno al cinema nello stesso rapporto in cui i poemi stanno al romanzo : esse agiscono sulla mente non attraverso l’evidenza della descrizione e della spiegazione, ma attraverso la compressione di singole immagini ricche di allusioni metaforiche. E se le sequenze fotografiche avevano rotto con una delle regole fondamentali della fotografia, cioè l’autonomia della singola immagine, Michals commise poi un “reato” ben più grave quando nel 1969 iniziò a scrivere a mano brevi testi sulla superficie delle sue stampe come contrappunto o integrazione delle immagini.

“Per essere seri, a volte bisogna saper essere sciocchi”

L’arte di Duane Michals ci incoraggia a riconoscere la nostra vulnerabilità, ci spinge ad osare, a non restare incatenati a paure create da noi stessi, ci ricorda costantemente che il nostro tempo su questa terra è limitato e dobbiamo viverlo pienamente senza mai dimenticare che “Per essere seri, a volte bisogna saper essere sciocchi”.

Dall’estratto dal testo critico di Mauro Fiorese, co-curatore della mostra di Verona:

«…Duane Michals, che è conosciuto e stimato come uno dei più innovativi protagonisti della Fotografia dei tempi moderni è, in verità, un artista a tutto tondo che, pur usando la fotografia come mezzo espressivo, ha saputo non rimanere schiavo dei suoi dogmi, ridefinendo la grammatica stessa che prima di lui costituiva le basi del linguaggio fotografico. Scardinandone gli schemi e le poche certezze a cui molti si erano fino ad allora ancorati forse proprio per mancanza di coraggio o, più semplicemente per comodità o per affiliarsi ad un club esclusivo di cui, in verità, già troppi e da troppo tempo facevano parte. Ma senza averne veramente capito le infinite possibilità espressive…»

«…Spendiamo una grande parte della nostra esistenza sognando. E perché il Sogno stesso non può essere il soggetto delle nostre fotografie? Forse perché i fotografi credono di poter fotografare solo ciò che sta di fronte ai loro occhi…” (1) suggerisce Michals durante una delle sue numerose e brillanti interviste. Ed ecco, allora le famose “sequenze” creare uno squarcio di luce nella penombra della fotografia “uniformata”. Ecco la ricchezza dei “foto- testi” che con una sintesi straordinaria di forma e contenuto allargano gli orizzonti e le possibilità del fare fotografia. Ecco che le possibilità messe a disposizione dal mezzo fotografico – e ad esso naturalmente intrinseche – come il mosso, lo sfuocato, l’esposizione multipla o il sandwich di negativi, diventano strumenti utili e innovativi nelle mani dell’Artista che cerca di distruggere – come egli stesso afferma – la natura oggettiva della realtà per crearne di nuove...» «…Viviamo sulle nostre emozioni” continua Michals. “E la parte visiva è solo una piccola fetta di questa grande torta che è la realtà. I fotografi continuano a limitare sé stessi a quella piccola porzione di torta…»

(1) “Duaneland-the adventures of Duane Michals. A Documentary” - Mon Valley Education Consortium – DVD

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