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Vincenzo Pagani, Madonna in gloria con Bambino e Santi Sebastiano, Rocco, Michele, Antonio da Padova e donatore

SPECIAL / Vincenzo Pagani: in vista del Rinascimento

La grande mostra di Fermo documenta la formazione del pittore marchigiano, dall’alamannismo all’influenza del veneto Crivelli, fino all’Urbinate e ai suoi epigoni

a cura di Redazione, il 29/05/2008

All’epoca in cui operava Vincenzo Pagani, la religiosità dei fedeli aveva bisogno di riconoscersi in opere che, nell’adeguarsi ai nuovi indirizzi del Rinascimento, mantenessero tuttavia un legame con la tradizione, e il pittore di Monterubbiano è quello che meglio di altri ha saputo interpretare le esigenze di una committenza non ignara di quanto avveniva sulla scena artistica romana.
Sul finire degli anni Venti il Pagani adotta nelle sue sacre rappresentazioni la consuetudine di mostrare la Madonna in gloria assisa su un seggio di nuvole e circondata dagli angeli, sviluppando in mille varianti una suggestione derivata dalla "Madonna di Foligno" di Raffaello che, in quegli stessi anni, veniva replicata anche nelle botteghe ceramiche urbinati.

La formazione all’alamannismo e l’influenza di Carlo Crivelli

Vincenzo Pagani crebbe in un laboratorio d’artista (quello del padre Giovanni), dove ebbe modo di formarsi all’alamannismo grazie alla diretta visione di un polittico dell’Alamanno nella sua Monterubbiano e che gli diede modo di avvicinarsi a colui che per primo influenzò la sua maniera di dipingere: Carlo Crivelli.

Vincenzo Pagani, Santa Lucia in gloria d'angeli

Dal grande veneto (di cui sicuramente vide un capolavoro a Montefiore dell’Aso) rimase colpito per molto tempo, anche se nelle opere più tarde gli si avvicinò più per convenienza che per convinzione, sentendo già che di lì a poco la pittura avrebbe subito un ulteriore rinnovamento che il “nostro” aveva precocemente intuito.

La decisione di prendere a modello l’arte di Raffaello

Muovendo dai fastosi modelli crivelleschi, il Pagani aggiorna il proprio stile guardando le opere marchigiane di Melozzo da Forlì, Palmezzano, Signorelli, Lotto e Tiziano: ma è stato soprattutto il magistero raffaellesco ad attrarre il pittore di Monterubbiano che conobbe del Sanzio le opere giovanili dipinte nella vicina Umbria e quelle romane degli anni della maturità attraverso le numerose incisioni che veicolavano le composizioni di Raffaello negli ateliers artistici di provincia.

L’indole manageriale del Pagani ebbe così la meglio sulla moda del momento e preferì fidarsi del suo intuito puntando su chi ancora non era considerato “divino”, su quello che poteva e può essere considerato un investimento a lunga (anzi lunghissima) scadenza: il giovane Raffaello Sanzio. Di grandissimo richiamo, tra le opere in mostra, l’importante affresco di Raffaello raffigurante un putto con festone, concesso dalla Accademia Nazionale di S. Luca di Roma, che testimonia definitivamente i forti rapporti che Pagani ebbe con i modelli raffaelleschi.

La “mediazione” del Palmezzano e delle stampe di Raimondi

Vincenzo Pagani non si impregnò subito della visione diretta delle opere dell’urbinate ma passò attraverso la mediazione del Palmezzano e delle stampe di Marcantonio Raimondi, oltre che dallo straordinario taccuino (esposto in mostra) appartenuto al Filotesio, composto da 47 fogli ricchi di annotazioni tecniche, indicazioni iconografiche e soprattutto schizzi a penna tratti dagli affreschi delle Stanze Vaticane ad uso degli allievi del maestro urbinate.

Antonio Rimpatta, Madonna con Bambino

L'arte di Pagani tra la visione devota ed eccentrica di Crivelli ed il classicismo compiuto di Raffaello

Dunque, il viatico verso la conoscenza di Raffaello fu, per Pagani, un’immersione in apnea tra gli ottimi interpreti del raffaellismo che gli consentirono di arricchirsi ancor più del successivo “a tu per tu” con il Sanzio. L’arte di Vincenzo Pagani si colloca tra la visione devota ed eccentrica di Crivelli ed il classicismo compiuto di Raffaello, sostiene Sgarbi per il quale la modernità del Pagani è data anche dall’essere pittore così intensamente devoto”. Non a caso anche i suoi paesaggi sempre rintracciabili sullo sfondo delle sue opere hanno un alto senso di spiritualità. Ed è proprio lui, Vittorio Sgarbi ad evidenziare come lui, laico per eccellenza, si faccia portavoce di questa visione così fortemente religiosa, attuale oggi più che mai.

I cartoni recentemente scoperti sul retro della “Crocifissione di Fermo”

Di questo incontro e della consuetudine di riferirsi ai modelli raffaelleschi sono impregnati i cartoni che sono stati recentemente scoperti sul retro della “Crocifissione di Fermo” (realizzata dallo stesso Pagani) in occasione del recentissimo restauro e che permettono di avviarsi in un percorso che parte dal crivellismo fino a giungere al manierismo, passando per icone tipiche del “nostro” rintracciabili in altri suoi lavori spingendosi all’identificazione di opere finora sconosciute.

È proprio in questi cartoni per lo spolvero che si ritrovano i metodi di lavoro e progettazione della bottega del Pagani, che a distanza di 500 anni ci dà prova (una volta in più, se ce ne fosse bisogno) della sua destrezza nella gestione degli affari di una bottega animata da una fervida operosità.

Fermo, Piazza del Popolo

Il rientro a Fermo di opere vendute, “requisite” e trafugate

Sebbene le vendite ottocentesche e le requisizioni napoleoniche abbiano contribuito a disperdere anche molti dipinti del Pagani, con l’occasione della mostra alcune di queste opere rientreranno nelle loro sedi di origine e la recente restituzione alla Galleria Nazionale delle Marche della “Annunciazione” del maestro di Monterubbiano da parte del Museo Getty di Malibù segna una inversione di tendenza ed assume una alto valore simbolico.

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