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Robert Rauschenberg

Addio a Robert Rauschenberg, gigante del Novecento

Il grande artista americano si è spento serenamente a 82 anni nella sua casa in Florida. Dal 2002 era semiparalizzato, ma ha continuato a lavorare fino all’ultimo

di Valentina Redditi, il 16/05/2008

L’arte contemporanea ha perso uno dei suoi maestri più riveriti, l’americano Robert Rauschenberg, spentosi all’età di 82 anni nella sua casa di Captiva Island (Florida) dove viveva dagli anni ‘70. L’artista era stato colpito da ictus nel 2002 e da allora aveva metà del corpo immobilizzata, ma aveva recentemente ripreso a lavorare. Quest’ultima sua produzione è destinata a suscitare grande interesse non appena verrà pubblicata, anche grazie alle anticipazioni del critico d’arte Calvin Tomkins del prestigiosissimo New Yorker, che ha avuto la fortuna di vedere i dipinti nello studio dell’artista e li considera i «più lirici» fra quelli da lui realizzati da molti anni a questa parte.

L'arte immersa nel flusso della vita

La vitalità di Rauschenberg anche dopo la malattia invalidante è una lezione di vita che forse non è azzardato attribuire anche alla sua particolare concezione dell’arte. «Sono nel presente, cerco di celebrare il presente», è la frase-manifesto di tutta la sua ricerca snodatasi in tappe mai banali lungo tutta la seconda metà del Novecento. Una visione che l’artista aveva sposato con entusiasmo dopo l’incontro con il musicista sperimentale John Cage (all’inizio degli anni ’50) e il movimento Fluxus. Rauschenberg partecipò anche al primo “happening” della storia dell’arte, organizzato proprio da Cage.

Negli anni ’60 il superamento della distinzione fra pittura e scultura

American, b. 1925, Retroactive I (1963)

Ispirato dall’espressionismo astratto conosciuto in gioventù nelle gallerie di New York, fu per certi aspetti un precursore della Pop Art, senza propriamente aderire al movimento di Andy Warhol. Superò la tradizionale distinzione fra pittura e scultura usando per le sue opere immagini e oggetti presi dal mondo reale. Le “Combines” sono la serie simbolo di questa svolta e caratterizzeranno la produzione anni ’60 dell’artista, di cui restano apprezzatissimi i dipinti serigrafici.
Rispetto alla Pop Art, di cui ha contribuito a gettare le basi, e ad Andy Warhol, che gli insegnò la tecnica serigrafica, Rauschenberg mantenne alla pittura un ruolo di primo piano nella propria produzione.

I viaggi degli anni ’70 e ’80, l’impegno nel sociale

Ma l’artista nato a Port Arthur (Texas) nel 1925, con sangue tedesco e cherokee nelle vene, sempre in cerca di nuovi approdi, stava per mutare anche questo indirizzo. Il decennio successivo, oltre al definitivo trasferimento a Captiva Island, lo vide affidarsi sempre meno alla pittura e sempre più al colore e alla materia. Fu l’epoca delle serie “Venetians”, “Cardboards” e “Jammers”, nonché delle collaborazione con letterati quali William Burroughs e Alain Robe-Grillet, dei quali illustrò le opere con litografie.

Sempre negli anni ’70 cominciò una lunga serie di viaggi che caratterizzò anche il decennio successivo e lo portò a fondere nei propri lavori l’arte tradizionale di civiltà lontane. Dello stesso periodo e anch’esso ascrivibile all’esperienza dei viaggi è il nuovo interesse per la fotografia.
Uomo di spessore umano e sociale, oltre che artistico, Robert Rauschenberg fondò prima il Rauschenberg Overseas Culture Interchange, un progetto a termine incentrato sul dialogo fra culture diverse, quindi la fondazione benefica che porta il suo nome.

Il ruolo dell’Italia nel lungo percorso artistico di Rauschenberg

Mercury Zero Summer Glut (1987)

Un passo indietro per sottolineare il rapporto di Rauschenberg con l’Italia. Dopo aver lasciato gli Stati Uniti sul finire del 1952, l’artista americano visitò a Roma lo studio di Alberto Burri, uno degli artisti che lo influenzerà maggiormente. L’incontro fu anche l’inizio di un rapporto privilegiato con il nostro Paese, destinato a non interrompersi mai. Negli anni ’50 l’artista americano operò ed espose a Roma (alla Galleria dell'Obelisco, le sue prime Scatole Personali), Firenze e Venezia. Proprio quest’ultima gli riservò una delle più grandi soddisfazioni della carriera, allorché venne insignito dalla XXXII Biennale (1964) del gran premio per la pittura. In anni a noi vicini, a Rauschenberg hanno dedicato grandi mostre il MADRE di Napoli e Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

Per concludere. Non sono i premi a fare la grandezza di un artista (che non è uno sportivo), e certo Rauschenberg non ne aveva bisogno per essere considerato uno dei Grandi del Novecento, ma vale la pena ricordare che gli venne conferito il Praemium Imperiale della Japan Art Association, una sorta di Premio Nobel delle Arti. Senza contare le straordinarie mostre retrospettive dedicategli da luoghi sacri dell’arte contemporanea quali il Centre Pompidou e il Guggenheim Museum di New York.

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