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Anselmo Francesconi

Francesconi, Anselmo

a cura di Redazione, il 02/05/2008

Anselmo Francesconi (1921 - 2004) è nato a Lugo di Ravenna nel 1921 da una famiglia contadina. L’arte per lui non ha costituito una scelta ispirata dal suo ambiente ma, come diceva egli stesso, ha rappresentato una vera "tegola in testa".

Nel 1945 si laurea all’Accademia di Belle Arti di Bologna

Infatti, malgrado l’opposizione del padre, frequenta il Liceo Artistico di Ravenna dove si diploma. Si iscrive poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna e si laurea nel 1945 nonostante le varie interruzioni dovute alle vicende della guerra,. Nello stesso anno parte per Milano dove frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera e si laurea in pittura nel 1947 con Aldo Carpi. Sempre a Brera riprende poi gli studi di scultura con Marino Marini, laureandosi con lode nel 1950.

Dal 1951 si stabilisce a Parigi

Anselmo Francesconi. Grande maternità, 1955, scultura in bronzo, 56x38x26 cm

Non avendo il sostegno materiale e morale della famiglia, si mantiene in quegli anni lavorando e sfruttando le numerose borse di studio e le vincite dei premi ai quali partecipa. Grazie a una borsa vinta per lo studio della scultura iberica parte per un soggiorno in Spagna e poi, nel 1951, si stabilisce a Parigi dedicandosi esclusivamente alla scultura.

L’incontro con la moglie e con il filosofo e psicologo Kimon Georgiades

Fra i tanti incontri importanti nella capitale francese il più determinante è quello con il filosofo e psicologo Kimon Georgiades e sua moglie, persone di grande cultura e profonda umanità. Dal 1955 in poi dividerà la sua residenza tra Parigi e Panarea (Isole Eolie).
Il contatto e il confronto col mondo pagano e la mitologia della Sicilia lo portano anche verso il mondo della metafisica, dalla quale però si discosterà, richiamato alla concretezza dalla corposità e vitalità delle sue radici contadine.

Le parole di Marco Valsecchi sull’arte di Francesconi

La svolta che prenderà la sua scultura farà dire a Marco Valsecchi: “L’incontro con queste opere ci porta improvvisamente in quell’epoca felice della storia dell’uomo quando si inventavano le divinità e ogni immagine lasciava intravedere un mito. Anselmo Francesconi ha creato le divinità pagane del nostro tempo”.

Gli anni Sessanta

Un verso del Purgatorio di Dante lo colpisce fin dai banchi di scuola e lo accompagna per tutta la vita: “Como dicta dentro vo significando”. La ricerca continua dell’essenzialità e della verità vitalistica del gesto che diventa segno, significato e significante, è una costante della sua arte.

Anselmo Francesconi. Maternità Panarea,1960, scultura in pietra, 76x21x15 cm

Nel 1962 la sua scultura, che dalla fine degli anni 50 tendeva al bidimensionale, riacquista improvvisamente volume e densità plastica, in una fitta articolazione di elementi sempre meno figurativi, accompagnata e sostenuta, tra il ’59 e il ’62, da una intensa produzione di disegni e di schizzi per forme sempre più libere. Forme che verranno tradotte in scultura molto più tardi, negli anni 80, con la realizzazione della “Selva” e delle grandi “Identità” (persone-alberi-animali di tre/quattro metri).

Tra il 1954 e il 1964 tiene importanti mostre

Nel decennio tra il ’54 e il ‘64 tiene importanti mostre a New York, Parigi e Ginevra, ottenendo critiche lusinghiere che sembrano prefigurare un sicuro avvenire di successo per la sua scultura. Sono anni in cui Anselmo viaggia e cambia spesso residenza, spinto dall’ansia di una propria ricerca interiore, dalla curiosità verso altre culture, dalla diffidenza verso una confortevole stabilità: dalla paura, come dice lui, delle “pantofole”.

L’invito nel 1965 a Teheran

Nel 1965 viene invitato a Teheran a partecipare a una mostra internazionale di pittura in commemorazione del genocidio degli Armeni. Pur non avendo dipinto dai tempi dell’Accademia, accetta di partecipare spinto dall’impatto emotivo che lo ha sconvolto e si “scopre pittore”. Continuerà infatti a dipingere sullo stesso tema per cinque anni, per smaltirne l’effetto. Maurice Pianzola, direttore del Museo d’Arte e di Storia di Ginevra, espone questi quadri con il titolo “Il Massacro” e presenta il catalogo insieme a Matta e Marco Valsecchi. Al tema della violenza su un popolo si sovrappone poi gradualmente, fino a sostituirlo, quello della subdola violenza tecnologica del mondo contemporaneo che condiziona, opprime e snatura l’uomo: un soggetto più diffusamente sociale e politico, che tuttavia in lui non diventerà mai “partitico”.

Anselmo Francesconi. Poeta, 1956, scultura in bronzo, 54,5x43x40,5 cm

È stato proprio l’amico Georgiades a capire per primo che Anselmo dipingeva spinto dall’inquietudine per le sorti dell’uomo, che i quadri de “ Il Massacro” formavano un ciclo e che stava per nascerne un altro che, successivamente, René Berger chiamerà “Telantropo”: un uomo che ha perduto la propria integrità e unitarietà, che si allontana da se stesso e che, in tale alienazione, diventa un robot.

René Berger lo invita nel 1979 a Losanna

Con questo titolo, nel 1979, proprio René Berger invita Anselmo ad esporre al Museo Cantonale di Belle Arti di Losanna, di cui è Direttore, e scrive sette testi poetici per presentare le sette incisioni della cartella fatta per questa occasione.

Periodo fecondo tra pittura e scultura

Durante la mostra, incontra e inizia un rapporto di amicizia con Etienne Chatton (Conservatore dei Monumenti Storici del Cantone di Friburgo – Svizzera) che lo invita a realizzare le vetrate della chiesa di Grangette e, più tardi, le pitture murali della chiesa di Chapelle Sur Oron (Svizzera).
Questo itinerario artistico continua fino alla metà degli anni ’80 con una larga prevalenza di mostre di pittura. Ma è un periodo nel quale comunque Anselmo non abbandona la scultura e, soprattutto con la pietra e la terracotta, continua a frequentarla facendone l’occasione di una indagine interiore d’espressione, un rifugio emotivo, una ricerca di riequilibrio rispetto all’asprezza incalzante dei problemi trattati con la pittura.

I cicli “Il Massacro”, “Telantropo”(Robot), “Le porte”, “Le Maschere

Si susseguono i cicli “Il Massacro”, “Telantropo”(Robot), “Le porte” che si chiudono sulle tragedie, poi si riaprono sull’uomo, per ritrovarlo, per afferrarne la realtà. “Le Maschere” ne danno l’immagine parziale del ruolo, scelto o imposto, in ogni caso grottesco. Un’altra alienazione.

Anselmo Francesconi. Uomo che legge, 1954, scultura in bronzo, 24x7,5x10 cm

I cicli “Baccanali” e “Dinamici”

Seguono i cicli “Baccanali” e “Dinamici” (o, come li chiamerà Anselmo: "Celebrazioni"): il dinamismo fisico dell’individuo è, in un certo senso, la rivolta dell’uomo che contrappone la sua natura corporea alla società tecnologica e all’orgia dei consumi.
In questi quadri il ritmo indiavolato della danza popolare si confonde con la folla in rivolta. La forza centrifuga del dinamismo libera e, allo stesso tempo, reintegra l’individuo nel sociale. E’ una presa di coscienza del “sé” fisico, in contrapposizione con la manipolazione occulta del potere tecnologico.

Questo succedersi dei cicli corrisponde a un’esigenza inconscia che ha trovato di volta in volta un linguaggio suo proprio. La visione personale del mondo, espressa da Anselmo nei cicli, non lascia spazio alle tendenze artistiche del momento, bensì le precede. Il ciclo de “Il Massacro” è una presa di posizione nei confronti della violenza esercitata impunemente su un popolo.

Il ciclo del “Telantropo” ha preceduto di un decennio l’avvento delle “guerre stellari”. Lo sviluppo vertiginoso della tecnologia e gli effetti negativi, in parte ancora sconosciuti, sull’uomo e sull’equilibrio precario della natura, sono adesso di grande attualità. Dal ‘70 al ‘73, nello stesso ciclo, Anselmo ne aveva già intuito e prefigurato i problemi. L’ultimo ciclo, “Dinamici”, (anni ‘80) fa pensare al “Popolo di Seattle”.

Allo stesso tempo, mentre si snodano e concretizzano queste realizzazioni espressive, la scultura cessa lentamente di essere per lui una sorta di rifugio e compensazione emotiva, e letteralmente gli “scoppia” tra le mani, riempiendo case e atelier suoi e di amici con decine e decine di esseri antropomorfi in legno, a mezzo tra il mondo animale e quello vegetale. È la “Selva” che la moglie Margot, spazientita per l’inarrestabile invasione di questi esseri, chiamerà “Gli Incoscienti”, da realizzare in un secondo tempo in ferro o in altri metalli.

Anselmo Francesconi. Amazzone, 1956, scultura in bronzo, 31x9ox25 cm

In questa esplosione plastica e scenografica Anselmo esprime tutto il suo ritrovato equilibrio e il suo amore panico per la vita in ogni sua forma, per l’universo vivente, in cui non vede l’uomo come dominatore e sfruttatore della natura ma come parte paritetica di un conglomerato vitale, vasto e complesso.

Del 1988 è l’incontro con il dott. Igino Poggiali che, col patrocinio delle Amministrazioni comunali di Ravenna, Lugo e Bagnacavallo, promuove una sua mostra antologica in quelle città, presentata in catalogo da Giorgio Seveso. Mostra che verrà riproposta al Museo di Bulle, in Svizzera.

Nel 1998, col dott. Andrea Collasio e il patrocinio della Provincia di Padova, Assessorato alla Cultura, viene esposto “Il Massacro” alla Scoletta della Cattedrale di Padova. Lo stesso anno, la mostra sarà richiesta ed esposta all’Europa Zentrum di Meissen, Germania.
Dal 1996 al 2004 Anselmo ha vissuto e lavorato a Milano.

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