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“Préhistoire”, serie di quattro vasi in cristallo 1975-77 (Baccarat)

SPECIAL / Gillo Dorfles: l’originalità di Sambonet

Nel testo del grande artista e critico, un’analisi di quel «rigore addolcito della ‘buona forma’» che costituisce il vero segreto nell’opera del designer vercellese

a cura di Redazione, il 07/04/2008

«Non c’è dubbio che un architetto, e naturalmente un designer, debba essere provvisto di una sensibilità artistica. E intendo: non per il fatto di essere in grado di dipingere o di scolpire; ma per quello di possedere quella attitudine verso il mondo delle arti che non è mai acquisibile ma che deve essere innata.
Nel caso di Roberto Sambonet, ritengo che questa prerogativa sia stata presente nel modo più completo e spontaneo; e che sia proprio la sua “natura di artista” ad aver condizionato non solo il designer ma l’uomo».

Aperto verso gli stimoli provenienti dall’arte, ma anche dalla “quotidianità”

«Qualcuno a questo proposito penserà subito alla sua indiscutibile abilità di pittore, di ritrattista; ma non è solo qui – con tutta la stima per un indubbio talento nel “cogliere le somiglianze” – che consiste quello che considero il vero aspetto singolare e “solare” del suo carattere; ma piuttosto nella sua globale capacità di essere aperto ad un “colloquio” con gli uomini e con la natura; con gli stimoli provenienti dall’arte, ma anche con quelli provenienti dalla “quotidianità”».

Roberto Sambonet, “Center line”, 8 pezzi in acciaio, diam. da 12 a 24 cm, 1965-71

«Ricordo ancora i suoi racconti di certe sue avventure nautiche (per es. quella di un quasi naufragio attorno alle coste anatoliche); o certe sue scorribande presso le tribù brasiliane (durante il suo lungo soggiorno in quel quasi-continente); o presso i più diversi paesi: dal Messico, all’India, alla Finlandia (durante la sua collaborazione con il grande “maestro” Alvar Aalto)».

Un caso a sé e inconfondibile, soprattutto per la “mentalità del pittore"

«Ecco perché – nell’ambito di tanta ottima professionalità lombarda – Roberto rimane un caso a sé e inconfondibile; non tanto per l’origine sociale, la “fabbrica” familiare, la molteplicità degli interessi, ma soprattutto per l’entusiasmo del viaggiatore, la coerenza del progettista; ma anche la “mentalità del pittore”. L’impasto di queste diverse nature è stato certamente alla base di quella che è stata la meta effettiva del suo lavoro e insieme del suo “gioco della vita”».

«Per quanto poi riguarda la sua opera di designer, basterebbe un solo oggetto: la molto – giustamente – lodata “pescera” a giustificare una preferenza per il suo lavoro rispetto a quello di tanti altri famosi designer milanesi. “Preferenza” – per parte mia e di molti – non tanto per l’originalità o il numero dei prodotti; quanto per la sua presa di posizione, sin dagli inizi, lontana dai rigorismi bauhausiani di tanti designer coevi, e invece la ricerca di quella “duttilità formativa” (forse possiamo azzardare “scandinava”), che fa, dell’oggetto domestico, alcunché di manualmente appetibile e impiegabile».

«E non si dimentichi quanto è stata “impiegabile”, sin dai suoi esordi, la celebre serie delle sue “pentole”, dei tegami e degli altri arnesi da cucina in acciaio inossidabile, spesso impilabili, che costituirono una geniale via di mezzo tra l’assoluta funzionalità, l’eleganza e (probabilmente) la sicura “vendibilità”».

La necessaria simbiosi fra tecnica e fantasia nel design industriale

“Pesciera” in acciaio, 1957. Forse la creazione più famosa di Sambonet, esposta in musei di tutto il mondo tra cui il MOMA di NY e nella Collezione permanente del design di Milano

«Ma, quanto ho detto a proposito della celebre pescera, si può ripetere per molte delle sue progettazioni; come ad es. per la serie dei vasi in cristallo Baccarat, per i bicchieri Empilage, e in generale per le diverse sezioni di tutta la sua progettazione. Ecco perché la grande mostra a Palazzo Madama costituisce, non solo un dovuto riconoscimento all’attività d’uno dei più originali designer italiani, ma sottolinea una particolarità che spesso non viene presa in considerazione in questo settore della produttività industriale: ossia come non sia sufficiente né la tecnica né la fantasia per la creazione di un’opera in sé compiuta; ma sia necessaria la costante simbiosi tra questi due fattori».

Le conquiste dell’opera di Sambonet

«È per questa ragione che la scomparsa di un grande designer (ma diciamo piuttosto d’un vero artista) e quella d’un grande amico, lascia oggi un vuoto “umano” nel nostro panorama estetico e in quello “affettivo”, e ci fa almeno sperare che in futuro il design italiano e soprattutto quello lombardo sappiano tener conto delle importanti conquiste di questa opera, non lasciandosi irretire da troppe lusinghe ornamentali, ma mantenendo quel “rigore addolcito” della “buona forma” che ha costituito forse il vero segreto nell’opera di Roberto Sambonet».

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