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Joan Mirò: Donna, Palma di Majorca, 6 marzo 1978. Parigi, Musée National d’Art Moderne, Centre Georges Pompidou, Parigi, © CNAC/MNAM Dist. RMN, © Successió Miró by SIAE 2007

Miró, Joan

a cura di Redazione, il 09/02/2008

Figlio di un orefice, Joan Miró y Ferrà nasce a Barcellona il 20 aprile del 1893 e, fin da giovanissimo, dimostra una particolare attitudine per le arti e per il disegno. Per assecondare i desideri del padre che non accetta la sua inclinazione artistica, Miró si iscrive alla Scuola Commerciale di Barcellona senza tuttavia abbandonare gli studi d’arte condotti contemporaneamente alla Scuola di belle arti della Lonja. La profonda frustrazione per il lavoro da contabile che lo impegna dal 1910 è causa di un forte esaurimento nervoso. La malattia lo costringe, nel 1911, ad una lunga ma benefica convalescenza trascorsa nella fattoria dei genitori a Mont-roig, in Catalogna, luogo da allora rimasto caro all’artista. E’ durante questa esperienza che Miró matura la decisione di dedicarsi completamente alla pittura ottenendo il permesso della famiglia.

Ispirato dalla pittura francese fauvista e cubista

Tornato a Barcellona, Miró inizia a frequentare l’Accademia di Francisco Galí e si lega ad alcuni artisti catalani, tra i quali il ceramista Llorens Artigas, suo futuro collaboratore. Le opere di questi primi anni sono fortemente ispirate alla pittura francese fauvista e cubista conosciuta grazie ad alcune importanti mostre che si tengono a Barcellona, come quella organizzata da Vollard nel 1916. Grazie all’attività che svolge per le riviste d’arte e di letteratura e al rapporto con alcune gallerie particolarmente attente alle correnti “moderniste”come la Galleria Dalmau, tra il 1917 e il 1918 Miró fa la conoscenza di Maurice Raynal e di Francis Picabia che a Barcellona pubblica il primo numero della rivista dadaista “391”. Il 1918 segna anche il debutto del giovane artista con la sua prima personale che si tiene alla galleria Dalmau alla quale la critica reagisce negativamente bollando la sua arte come “inespressiva”, “sconcertante” ed “esotica”.

Senza farsi scoraggiare, Miró prosegue la sua ricerca figurativa e le opere che realizza iniziano a svelare l’originale temperamento del giovane artista. Ciò è visibile nel gruppo di paesaggi eseguiti a Mont-roig nell’estate del 1918 caratterizzati da una particolare attenzione per la resa del dettaglio e dall’adozione di “tagli” e scorci di memoria cubista con cui il pittore svela la vita segreta della terra.

Dal 1921 a Parigi

Dopo un primo soggiorno parigino nella primavera del 1920, Miró si trasferisce nella capitale francese nel febbraio del 1921 inserendosi nella pulsante vita artistica della metropoli. Grazie all’amico Dalmau espone per la prima volta alla Galerie La Licorne. A Parigi conosce artisti e intellettuali tra cui Picasso, Max Jacob, André Masson e Tristan Tzara, studia le opere del Louvre, del Luxemburg e del Museo Rodin, si aggiorna sulla pittura contemporanea visitando le grandi mostre che vengono organizzate nella Ville lumière. Qui l’artista catalano assimila e comprende a fondo la lezione impressionista e soprattutto quella cubista - «La struttura di un quadro l’ho imparata dal cubismo» affermò lui stesso - utilizzandola come punto di partenza per poi intraprendere una strada nuova e personale. Sono anni difficili dal punto di vista economico ma di grande arricchimento culturale. «In quell’epoca la mia vita subì una svolta importante – racconta l’artista – […] feci molte amicizie con certi poeti ed intellettuali che mi tirarono su il morale». Risale a questo periodo la conoscenza di Ernest Hemingway, Ezdra Pound, Henry Miller e Jacques Prévert.

Joan Mirò: Personaggio e uccello davanti al sole, 11 marzo 1946. Barcellona, Alorda-Derksen Foundation, © Successió Miró by SIAE 2007

Il mutamento di stile

Nelle opere che l’artista realizza tra il 1923 e il 1925 – anno del primo importante successo parigino alla Galleria Pierre – si assiste ad un mutamento di stile e il mondo rurale protagonista dei suoi dipinti viene ora trasfigurato e restituito attraverso il filtro della memoria e della dimensione onirica. Fondamentale nella definizione della nuova maniera è la frequentazione degli scrittori e degli artisti dell’ambiente surrealista, divenuta più assidua a partire dal 1924.

La scoperta del surrealismo

«La scoperta del surrealismo ha conciso per me con una crisi della mia pittura, è stata la svolta decisiva che mi ha fatto abbandonare il realismo per l’immaginario». Così l’artista sintetizza la tensione di quegli anni verso un astrattismo sempre più lirico ed evocativo caratterizzato da pochi misurati segni grafici che idealizzano gli elementi naturali. Sono anni di intensa sperimentazione in cui Miró viaggia molto e lavora instancabilmente: nel 1926 si cimenta con il teatro progettando, assieme a Max Ernst, la scenografia e i costumi per il Romeo e Giulietta dei Balletti Russi di Diaghilev; lo stesso anno espone per la prima volta a New York alla International Exhibition of Modern Art organizzata da Marcel Duchamp; nel 1928 compie un viaggio in Belgio e Olanda durante il quale rimane profondamente emozionato dalla pittura di Vermeer e dei maestri olandesi; nell’estate del 1929 inizia la serie di dei collages che esporrà l’anno seguente a Parigi presso la Galleria Pierre e con i quali inaugura un filone di ricerca che lo condurrà alla sperimentazione di materiali e tecniche diversi. Sempre nel 1929, in ottobre, a Palma di Maiorca sposa Pilar Juncosa con la quale va a vivere a Parigi.

L’incisione, la scultura e l’assemblaggio

Attorno al 1930 l’attenzione di Mirò inizia a indirizzarsi verso altri mezzi espressivi come l’incisione, la scultura e l’assemblaggio. Realizza alcune litografie, le prime di una lunga serie, che illustrano L’Arbre des voyageurs di Tzara e si cimenta con le pitture-oggetto, vere e proprie “costruzioni” realizzate con oggetti raccolti ovunque. La Valentine Gallery di New York organizza la sua prima personale negli Stati Uniti. Nel luglio di quell’anno nasce, a Barcellona, Maria Dolors, sua unica figlia. Lavora nuovamente per il teatro ed esegue, per Léonide Massine, le scene e i costumi del balletto Jeux d’enfants. Dal 1932 al 1936, fa ritorno a Barcellona, nella casa paterna. Espone a Praga, Berlino e a Parigi – alla collettiva Surrealista nella Galleria Pierre Colle – dove si trasferirà nuovamente allo scoppio della Guerra civile spagnola. Conosce Wassily Kandinsky, del quale ammirava profondamente l’opera, e ne diviene amico. Le opere degli anni Trenta raggiungono esiti unici per intensità drammatica e forza espressiva. L’artista si affida all’uso di colori forti e stridenti e di contrasti cromatici violenti e inaspettati. Sperimenta inoltre molteplici tecniche e, soprattutto in pittura, utilizza supporti insoliti come le lastre di rame.

Joan Mirò: Donna, 1946. Barcellona, Fundació Joan Miró, © Successió Miró by SIAE 2007

Gli oggetti polimorfici e polimaterici

A partire dagli anni Quaranta, la tensione drammatica che caratterizza le opere del decennio precedente sembra stemperarsi. Realizza la celebre serie delle 23 Costellazioni, alcune delle quali ispirano a Breton dei componimenti poetici. Da questo momento Mirò torna a concentrarsi sulla creazione di oggetti polimorfici e polimaterici intrapresa molti anni prima. Ad interessarlo in particolar modo sono i temi della donna e della sessualità che l’artista ha iniziato a investigare durante il decennio precedente. Dal punto di vista formale la sua ricerca si dirige adesso verso l’esaltazione della materia e dei materiali che compongono l’opera, raggiungendo soluzioni formali straordinarie che lo pongono in diretto dialogo con la giovane generazione dell’arte informale, europea e americana. «E’ la materia che comanda tutto. Sono contrario a qualsiasi ricerca intellettuale premeditata e morta. Il pittore lavora come il poeta: prima viene la parola, poi il pensiero».

Litografia e ceramica

Dal 1944 si dedica nuovamente alla litografia e, con particolare entusiasmo, anche alla ceramica, iniziando un fecondo rapporto di collaborazione con l’amico Artigas. Nel 1947 soggiorna per la prima volta a New York dove conosce tra gli altri Clement Greenberg, Peggy Guggenheim e Jakson Pollock. Il suo stile diviene più monumentale adattandosi anche alle commissioni di grande formato che riceve in questo periodo: tra queste sono da ricordare quelle dell’Università di Harvard, dove viene chiamato prima nel 1951 da Walter Gropius e poi ancora nel 1960, e il grande murale in ceramica realizzato per il Palazzo dell’Unesco di Parigi nel 1958. Tali esperienze lo incoraggiano a intraprendere anche in pittura il grande formato. Dal 1956 trasferisce definitivamente il suo studio a Palma di Maiorca, in un atelier progettato appositamente per lui da Josep Lluís Sert.

Tra i tanti riconoscimenti da Harvard il titolo di Doctor Honoris causa

A partire dalla metà degli anni Cinquanta numerose retrospettive dedicate alla sua opera si susseguono senza sosta nei più importanti musei del mondo, dall’Europa all’America fino al Giappone. Nel 1961 viene pubblicata la sua prima monografia firmata da Jacques Dupin. Riceve molti riconoscimenti tra cui, nel 1968 a Harvard, il titolo di Doctor Honoris causa. Continua a lavorare con pazienza, energia ed entusiasmo fino all’ultimo, continuando a sperimentare, in ogni campo e direzione, tecniche, stili e materiali.

Così lo stesso Mirò:

«Lavoro come un giardiniere o un vignaiolo. Ogni cosa ha bisogno di tempo. […] Le cose seguono il loro corso naturale. Esse crescono, maturano […] nel mio animo. Devi fare degli innesti. Devi innaffiare. […] Inoltre, lavoro sempre ad un gran numero di cose contemporaneamente. E anche in campi differenti: pittura, acquaforte, litografia, scultura, ceramica».

Mirò si spegne il 25 dicembre del 1983 a Palma di Maiorca.

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