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Francesco Furini, Ila e le Ninfe, olio su tela, cm 230 x 261, Firenze Palazzo Pitti, Galleria Palatina.

La pittura sensuale e psicologica di Francesco Furini

Viaggio all’interno dell’arte e non solo del pittore prediletto dalla corte medicea e dall’aristocrazia

a cura di Redazione, il 04/01/2008

La fama del Furini presso gli storiografi sei e settecenteschi come il Baldinucci e il Lanzi fu affidata alle accattivanti lusinghe della sua pittura sensuale e psicologica che nel secondo quarto del Seicento aveva sedotto Firenze, città che al principio del secolo, abbandonato l’ormai esangue tardo manierismo, aveva conosciuto gli addolcimenti della pittura colorita e materica della riforma di Ludovico Cigoli, proseguita poi da Cristofano Allori, autore della celeberrima Giuditta con la testa di Oloferne (Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina) e da Giovanni Bilivert, entrambi maestri del Furini.

Figlio di un pittore che svolgeva anche l’attività di attore di teatro, e che morì in confino a Pisa dopo essersi macchiato d’omicidio in una rissa, il giovane Furini venne mandato a Roma per un triennio in età assai giovanile, fra il 1619 e il 1622, in compagnia di Giovanni da San Giovanni, a contatto con Bartolomeo Manfredi e Gian Lorenzo Bernini. Occupato secondo i biografi nello studio dell’antichità e dei maestri del Cinquecento, nel solco di un percorso formativo tradizionale, Furini riportò a Firenze uno stile dapprima ibrido di suggestioni caravaggesche e antichizzanti, che andò poi limando e depurando in senso classicista.

Francesco Furini, La Cacciata dei Progenitori, olio su tela, cm 235 x 199, Firenze Collezione Ente Cassa di Risparmio.

Furini e la raffigurazione del nudo femminile

La messa a punto della singolare forma di ‘bellezza’ classicista elaborata dal Furini si esprimeva soprattutto nella raffigurazione del nudo femminile, e già nel 1759 Francesco Moücke parlando dell’artista affermava: “la principal parte, secondo il suo stabilimento, esser doveva il trionfo d’una total nudità delle figure”. Il Lanzi (1795) lo definisce “quasi il Guido e l’Albano” della scuola fiorentina e aggiunge che “per tale lo riconobbero ancora gli esteri” così da essere chiamato nel 1629 a Venezia col prestigioso incarico “di dipingere una Teti da accompagnarsi ad una Europa fatta da Guido Reno”, il che significa che il Furini – a soli 26 anni – veniva considerato in grado di gareggiare con il principe incontestato del classicismo italiano.
La risposta che il Furini, ‘fiorentinamente’, diede del classicismo reniano fu tuttavia sempre venata da un soggettivismo tipico di un approccio personalistico e antiaccademico, carico di malinconia sensuale e di edonismo, tale da accomunarlo per analogia agli esiti di certa pittura simbolista ottocentesca. Infatti ad una posizione basilarmente classicista si mescola la dichiarata predilezione per lo sfumato leonardesco, familiare al pittore attraverso la lettura del Trattato della Pittura di cui si era fatto eseguire una copia manoscritta, e mediato anche attraverso Andrea del Sarto. Inoltre il suo procedimento creativo s’arricchì di una grande attenzione al naturale che lo portava a spendere cifre folli, spesso assai superiori al prezzo dell’opera, per le modelle nude. Tale consuetudine gli attrasse il biasimo dei biografi in considerazione del suo stato sacerdotale: nel 1633 aveva infatti preso i voti ed era stato ordinato priore della pieve di Sant’ Ansano in Mugello.

Francesco Furini, Sansone e Dalila, olio su tela, cm 111,5 x 140,8, Parigi Galleria Canesso.

Furini, pittore prediletto dalla corte medicea e dall’aristocrazia

E’ difficile dire i motivi che portarono questo pittore prediletto dalla corte medicea e dall’aristocrazia, divenuto celebre per i suoi quadri di soggetto profano come Ila e le Ninfe (Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina) o Le tre Grazie (San Pietroburgo, The Hermitage State Museum) in cui abbondavano nudi femminili biancheggianti nelle tenebre, a farsi prete e isolarsi nella sperduta pieve di Sant’Ansano a monte Aceraia, fra le forre e i cinghiali del Mugello, “in una valle serrata da per tutto da altissimi poggi”, come recita la guida settecentesca del Brocchi (1748).

Nel catalogo della mostra – Mandragora editore – si tenta di sciogliere questo enigma tenendo in considerazione la contraddittorietà e complessità del personaggio, non disgiunte dalle molteplici sfaccettature del suo stile, esplicato anche nella sua vena poetica di carattere libertino, di cui ci rimangono cinque sonetti, un capitolo in terza rima e un poemetto in ottave che si pubblicano in questa occasione.

Gli illustri interventi in catalogo

Furini fu insomma una personalità versatile il cui raggio d’azione investì molteplici ambiti del contesto culturale del suo tempo. Ciò ha imposto una estrema attenzione nell’analisi della sua produzione pittorica, grafica, letteraria, e delle sue conoscenze dirette (come il rapporto personale con Galileo Galilei, testimoniato dai biografi e di cui resta traccia in alcune opere) che sono state studiate e analizzate nel catalogo della mostra da specialisti di diversi àmbiti come Catherine Monbeig Goguel per il disegno, Roberto Contini per i contatti con altre realtà pittoriche italiane, Massimiliano Rossi per la produzione poetica, Tristan Weddigen per il Trattato di Leonardo, Ladislav Daniel per la fortuna dello stile del pittore in Europa. Ai curatori della mostra fiorentina Mina Gregori e Rodolfo Maffeis spettano invece i saggi iniziali di più rigoroso impianto storico, deputati alla ricostruzione della vicenda umana e artistica del pittore.

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